Call Me by Your Name di Luca Guadagnino (2017) – Recensione

Chiamami col tuo nome è una storia d’amore raccontata in modo magistrale, con una delicatezza e una sensibilità proprie di pochi.

Luca Guadagnino ha dimostrato di essere un regista di altissimo livello (soprattutto di aver fatto una serie infinita di passi avanti rispetto a Melissa P., che non sembra nemmeno suo. E per fortuna): l’orgoglio italiano si è fatto strada nel mio cuore ancor prima di entrare in sala, partivo infatti con aspettative altissime che non sono state deluse. Nella regia di Guadagnino è impossibile non notare richiami fortissimi sia a Bertolucci che al cinema francese – in particolar modo a Rohmer, che pur essendo un autore che apprezzo molto, credo sia stato addirittura superato in alcuni accorgimenti da Guadagnino.

Procediamo con ordine.
Fin dall’inizio siamo immersi in un’atmosfera idilliaca e onirica, capiamo subito che si tratta di una storia senza tempo e senza spazio, ma in cui la spazialità è fondamentale: i meravigliosi paesaggi del nord Italia non sono solamente un contorno, ma aiutano a raccontare la storia di un’estate torrida grazie ai colori caldi, un po’ sbiaditi, e grazie alla grana propria di tutta la pellicola, mai fastidiosa.

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La grande capacità di Guadagnino è l’essere riuscito a far immergere lo spettatore nella realtà del film, grazie alle sensazioni.

Ed è proprio su queste che mi voglio soffermare: si percepisce il caldo in contrasto con la freschezza dell’acqua della piscina, dei ruscelli e delle cascate, così come si sente (e un po’ si soffre) per la tensione tra Elio e Oliver.
Non è da tutti.

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Guadagnino parla d’amore in un modo puro, esplicito, ma non fastidioso: racconta di un bisogno spasmodico, del vuoto causato dalla mancanza (ed è vuoti che ci si sente alla fine della visione).
Con delicatezza racconta l’intimità di un amore impetuoso, senza mezzi termini, ma senza cadere mai nel ridicolo. Una fra tutte la tanto chiacchierata scena della pesca.
Ci mostra due personaggi estremamente diversi. Oliver è statuario – ricorrente il tema, per nulla casuale, della classicità -, Elio è esile e seppur giovane, mentalmente molto maturo. Del primo è sottolineata la bellezza e la mascolinità, del secondo l’erotismo.

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La grande differenza tra di loro è colmata quando si scambiano simbolicamente i nomi “Chiamami col tuo nome e io ti chiamerò col mio”: non solo infatti riecheggia il titolo, ma finalmente i due personaggi si completano, fisicamente e mentalmente. E questa sorta di gioco tra di loro continua fino alla fine della pellicola, dove vediamo forse la scena più potente di tutto il film: loro ancora si chiamano a vicenda con il nome dell’altro, simbolo che nulla è stato dimenticato, testimonianza di quel fil rouge che ancora li collega.

Timothée Chalamet in questa pellicola ci ha regalato un’interpretazione magistrale, che ha decisamente oscurato quella di Armie Hammer: lo spettatore empatizza fin da subito con il protagonista e sente la frustrazione, l’amore, il dolore di Elio.

Basti pensare all’ultima scena, in cui Timothée è in silenzio di fronte al fuoco mentre scorrono i titoli di coda – solo per quei minuti avrebbe dovuto ricevere qualche riconoscimento.

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E parlando di performance attoriali, mi sento di dare una nota di merito a Michael Stuhlbarg, che ha fatto emozionare un po’ tutti pronunciando le parole di un padre comprensivo e forse un po’ atipico:

We rip out so much of ourselves to be cured of things faster than we should that we go bankrupt by the age of thirty and have less to offer each time we start with someone new. But to feel nothing so as not to feel anything – what a waste!

Colonna sonora meravigliosa, tra Radio Varsavia di Battiato, la musica classica suonata da Elio e Sufjan Stevens (che per quanto mi riguarda ha vinto l’Oscar per la miglior canzone originale).

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Sicuramente ci sarebbe molto altro da dire su questo film, ma per ora finisco qui.

Ditemi cosa ne pensate, alla prossima!

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Aurora

 

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