L’immortale di Takashi Miike [三池 崇史] (2017) – Recensione

Alzi la mano chi è un fissato con i cosiddetti revenge movie, i film di vendetta? Bene, bene, vedo che siete in molti e la cosa può farmi solo che piacere. Miike ci porta proprio questo con “The Blade of the Immortal“, “L’immortale“, in italiano. Film presentato fuori concorso all’ultimo festival di Cannes e tratto dall’omonimo manga, scritto da Hiroaki Samura che tratta le gesta di un samurai, in un ipotetico periodo “Edo“, immortale, appunto.

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Il film inizia con una magnifico bianco e nero, in cui ci vengono narrate le origini del nostro protagonista. Manji è un samurai molto famoso per le sue doti con la spada al quale viene dato un compito da uno dei suoi capi: uccidere il suo braccio destro perché colpevole di essersi arricchito sfruttando e maltrattando la povera gente. L’uomo che dovrà uccidere si rivelerà essere il marito di sua sorella, la quale rimarrà psicologicamente colpita da questo evento.
Manji è costretto a girovagare con lei a seguito, fino a quando sua sorella (Machi) non viene rapita da dei briganti, detti “i 100” e la uccidono davanti a lui. Manji sbrocca e decide di farli fuori, tutti quanti. Tra colpi di spade e coreografie incredibili riesce nel suo intento, rimanendo ferito a morte. A questo punto gli appare una vecchia misteriosa di 800 anni alla quale chiede di porre fine alla sua vita, ormai senza più alcun senso. Lei, invece, lo rende immortale mettendogli nelle ferite delle sanguisughe che derivano dagli “antichi dei”.

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A questo punto la storia torna a colori e 50 anni più tardi. A una ragazzina di nome Rin viene sterminata la famiglia da un gruppo di samurai che vuole prendere il controllo delle scuole di tutto lo Shogunato e lei giura a tutti loro vendetta. La ragazzina viene raggiunta dalla vecchia di 800 anni la quale le consiglia di andare a cercare Manji, l’unico al mondo che potrebbe farle da guardia del corpo e soddisfare la sua sete di vendetta.

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Io sono sempre più sorpreso da questo Autore. Miike lavora quasi soltanto su commissione, ormai, e nonostante questo riesce sempre a produrre dei lavori che ti fanno sobbalzare sulla sedia ogni tre scene, pieni di immagini iconiche e mai banali. Inutile dire che la grandezza di questo film sta nel rendere la vendetta il McGuffin di tutta la vicenda. Tutto il film si sofferma sul bellissimo rapporto (fraterno) che viene a crearsi tra Manji e Rin (nella quale lui rivede sua sorella Machi), e quello che lo spinge a continuare il viaggio alla ricerca di chi ha distrutto la vita della giovane è soltanto l’amore e la protezione. L’amore e la comprensione di chi una vita –nonostante vi sia l’apparenza di essere infinita- non l’ha più e non ha alcun motivo per protrarla.

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Tutta questa vicenda è portata avanti dalla disperazione del protagonista nei confronti della vita stessa. Non può più sopportarla e il suo continuare a combattere è soltanto una ricerca infinita nella vana speranza di poter incontrare qualcuno che lo possa uccidere. Il sistema “a videogame“, assai peculiare di questo genere di film, nel quale il protagonista si deve scontrare dall’avversario più abbordabile fino al più pericoloso si sposa perfettamente con la filosofia della continua ricerca della morte da parte del nostro samurai immortale. Manji è felice di proteggere la piccola Rin, ma ogni omicidio che compie è una delusione, perché ancora una volta non ha trovato chi potrebbe essere in grado di mettere fine alla sua vita. La battaglia finale, infatti, rappresenta la richiesta ultima di morte, di fronte a centinaia di guerrieri pronti a tutto per conquistare lo Shogunato.

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Chi di voi ha visto questo film? Fatemi sapere che ne pensate.
Dagli intoccabili, per oggi, è tutto.

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Jakk

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