Dark: un racconto corale targato Netflix

Ammetto di aver sempre apprezzato l’estetica cinematografica tedesca e, a dirla tutta, forse ho aspettato fin troppo prima di vedere Dark, prima produzione Netflix tedesca.

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Dark non è una serie tv che si può guardare a tempo perso, necessita di una certa concentrazione che, se assente, influisce molto – in modo negativo – sull’apprezzamento del prodotto finale. Infatti, oltre ad un certo modo di raccontare le storie, che unisce un approccio propriamente tedesco alla volontà di rendere il prodotto fruibile a una buona fetta del pubblico, vi è anche una forte componente scientifico-filosofica, peculiare e facilmente riconoscibile come teutonica.

          

Winden, 2019: un suicidio la cui motivazione verrà svelata solo molto più avanti nelle puntate. Da qui iniziano una serie di avvenimenti dei quali anche l’apparentemente più insignificante in realtà ha un peso fortissimo per quanto riguarda l’andamento delle cose. Dark, infatti, è un racconto corale, un melting-pot di tantissimi personaggi ugualmente importanti: inutile dire che quando si inizierà a parlare di viaggi nel tempo sarà difficile ricordarsi tutti i legami tra i personaggi e anche solo chi è chi.

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Oltre a questa difficoltà (enfatizzata sia dai nomi non troppo semplici, sia dai volti degli attori in alcuni casi molto simili tra loro), vi è anche una componente puramente concettuale che non va persa di vista, ma che è anche il motivo per il quale ho apprezzato molto Dark. Parlando di viaggi nel tempo, interviene quasi automaticamente il tema del paradosso, della circolarità e di un eterno ritorno nietzschiano (in un sistema finito, con un tempo infinito, ogni combinazione si ripeterà necessariamente infinite volte).

Sono spunti che rendono la visione delle puntate estremamente affascinante e che suggeriscono di optare per una visione più lenta e ragionata, piuttosto che per il classico binge-watching a cui ci ha abituato Netflix. La voglia dello spettatore di scoprire nuovi dettagli sulla vicenda è frenata dalla necessità di mettere in ordine i pezzi del puzzle e ricapitolare ogni minimo particolare che, poi, sarà fondamentale.

❝ Noi confidiamo che il tempo sia lineare, che proceda eternamente, uniformemente, verso l’infinito. Ma la distinzione fra passato, presente e futuro è solo un’illusione. Ieri, oggi e domani non sono consecutivi, sono collegati in un cerchio continuo. Tutto è collegato. ❞

Ho amato la capacità di rendere ogni cosa essenziale ai fini del racconto: ogni personaggio e ogni scena, anche se in un primo momento apparentemente sconnessi, si scopriranno, con il proseguire della visione, cruciali.

Questa maestria nel gestire la coralità è presente in davvero pochi prodotti che vediamo sia nel piccolo che nel grande schermo: punto a favore della serie, che ricordo essere la prima produzione Netflix tedesca.

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La domanda non è “dove?”, ma “quando?” – concetto portante della serie, sottolineato fin dall’inizio.

Voglio ora soffermarmi sulle principali critiche che ho letto in rete e che si sentono muovere dagli occasionali esperti che spuntano fin troppo spesso sui social network:

In primo luogo, la somiglianza con Stranger Things: sono abbastanza sicura che non basti la sparizione di un bambino (soprattutto se in circostanze totalmente diverse), la presenza di una centrale nucleare (con funzioni anche in questo caso per nulla simili ai fini del racconto), o il richiamo degli anni ’80, per rendere una serie tv somigliante ad un’altra. E se mi sbagliassi a riguardo, senza peli sulla lingua dico che Dark è un prodotto di gran lunga più maturo rispetto a Stranger Things: con questo non dico che sia più apprezzabile, tutt’altro, semplicemente gli spunti che dona sono su un grandino superiore rispetto a quelli della ben più nota serie anch’essa firmata Netflix.
Dico tutto questo avendo apprezzato molto anche quest’ultima, il punto è che si tratta di due produzioni totalmente differenti.

La seconda critica generalmente riguarda la lentezza delle prime puntate: non è un film d’azione, non c’è la Casa Bianca sotto attacco o gare clandestine tra automobili, ma in fondo non sarebbe potuto essere altrimenti. Porre le basi per un racconto seriale più complesso rispetto agli standard necessita di grande attenzione e cautela, e in questo gli sceneggiatori sono stati dei maestri – mi ripeto dicendo che, davvero, ogni cosa è fondamentale e non si sarebbe potuta tralasciare.

Concludo con due note di merito.

La prima è per la colonna sonora, che ho adorato, a partire dalla sigla (“Goodbye” -Apparat feat. Soap&Skin) fino ad arrivare alla musica tedesca degli anni ’80. Lascio una perla che ho adorato:

Mentre la seconda è per la fotografia, e in particolar modo per i colori freddi e cupi, un’atmosfera tetra – “dark”, appunto – che non lascia spazio né al respiro, né ad una tranquillità nella visione.

E voi l’avete già vista? Fatemi sapere i vostri pareri! Se invece non l’avevate mai sentita prima di questo momento, spero di avervi fato nascere un po’ di curiosità.

Alla prossima!

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Aurora

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