Surbiles (2017) – Recensione

Il 28.03.2018 il film è stato presentato in anteprima, con la partecipazione del regista, all’Anteo Palazzo del Cinema di Milano. Noi c’eravamo. Ecco alcune considerazioni.

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Parliamoci chiaro: guardare Surbiles tutto di filato, senza batter ciglio né muovere un muscolo, è un fatica. Fisica.

Ma andiamo con ordine.

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La pellicola, definita film documentario e realizzata in collaborazione con l’Istituto Luce, nasce con l’intento di portare sugli schermi narrazioni e riflessioni sul mito sardo delle “surbiles” (nota bene, “surbile” al singolare, termine intraducibile), donne che, per maledizione o punizione divina, si trasformano in proto-vampiri mangiabambini.

Sospese nella dimensione del folklore, nel quale si intrecciano i fili più profondi delle singole culture, questi demòni nascono dall’unione tra religiosità, superstizione, e osservazione dei fatti: i tre pilastri fondamentali con cui le comunità pre-moderne tendono a decifrare la realtà.

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Ed è in questa dimensione che il regista vuole lavorare, decidendo di alternare spezzoni di interviste – l’aspetto più propriamente documentario – ed episodi che, sebbene di fantasia, vengono inseriti nel continuum come reali, possibili. Sono quelli che il regista stesso definisce “i sogni dei pastori”, ciò che è andato cercando per la sua terra natale nell’intento di recuperare alla provincia il diritto a una narrazione che non sia descrittiva, oggettiva, quantitativa: in una parola, spersonalizzata. Ma che, all’opposto, riesca a restituire il carattere profondo di un territorio e dei suoi abitanti, tratteggiandolo con pennellate visionarie, artistiche, prospettiche: ovvero, soggettive.

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Columbu crea così una composizione saldamente radicata nella terra ed allo stesso tempo pericolosamente ibridata con un mondo onirico, regalandoci scene – almeno a prima impressione – sconnesse e scandite al ritmo di una fissità allucinata. Parrebbe quasi di stare assistendo a un tentativo di convergenza tra le scuole di neorealismo e surrealismo.

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In questa cornice, tre appaiono essere i personaggi principali: innanzitutto, la Sardegna stessa nella sua versione profonda e montanara, dove i calendari segnano 2017 ma le esistenze scorrono lente ed inesorabili, le donne si coprono il capo di un velo di pizzo nero, i malati mentali vengono visti come indemoniati, e il dialetto locale è la prima lingua, tanto che quasi tutti i dialoghi, scarsi, sono corredati di sottotitoli. Poi, le donne, di diversa età e condizione sociale. Donne che non sono eroine, bensì lo specchio perfetto della quotidianità e della società in cui vivono: la loro pelle è raggrinzita e bruciata dal sole, e si portano con l’austera dignità che solo un isolano può conoscere. Sono loro che raccontano, che vivono la faccenda, che si caratterizzano allo stesso tempo come vittime ed eroine.

Infine, il silenzio, non solo quello che accompagna ogni movimento – tanto che la colonna sonora si presenta circa come un foglio bianco – ma anche quello delle testimonianze che costituiscono la base del documentario stesso. Tutti sanno dell’esistenza degli esseri misteriosi, nessuno ne vuole parlare. “Io non ne so niente”; se ne vergognano, ne hanno paura, nessuno incolpa davvero le malcapitate per azioni compiute sotto costrizione.

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Simonetta Columbu nei panni di una surbile

Perché è, dunque, una fatica? Forse perché non è un film esplicito; forse perché fa crescere la nostra tensione di spettatori assuefatti ai colpi di scena senza mai lasciarla scaricare; oppure perché si percepisce, al fondo delle inquadrature interminabili, una profondità ulteriore, che non si accontenta di farci rimanere in superficie. Se andrete a vederlo o ve lo gusterete comodamente seduti sul divano, credo potrete capire che cosa intendo per “profondità”: che ci sia, al fondo di tutto, un canto d’amore doloroso e struggente per le proprie radici.

Non uscirete dalla sala credendo all’esistenza delle surbiles. Ma sorriderete, forse, avendo seguito lo stesso percorso dello sguardo benevolo e disincantato di Columbu su un mondo a cui guarda con grande, infinita tenerezza.

 

Abbinamenti culinari: non lo so. Ci ho rimuginato a lungo. Serve qualcosa che non finisca subito, così almeno vi ipnotizzate. Tipo mezzo chilo di gelato. Quello che preferite, beninteso.

Enjoy!

 

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