Achille e la Tartaruga di Takeshi Beat Kitano [北野 武] (2008)

Eccoci qui, con una nuova recensione. Non sarà una recensione classica, ma qualcosa di particolare, visto che con questo articolo inauguro la mia nuova rubrica #JakkinOriente.
Questa nuova rubrica del nostro blog tratterà soltanto cinema proveniente dall’estremo oriente, senza fare distinzione alcuna fra Cina, Korea o Giappone e dato che mangio “pane e occhi a mandorla” da una vita, ho deciso di consigliarvi dei film che non sono necessariamente recenti, ma che io ritengo degni di nota e che provengono dai paesi citati qualche riga più in su.

Il nome della rubrica è ispirato alla medesima tipologia di video che Federico Frusciante porta periodicamente sul suo canale Youtube. Per chi non lo conoscesse, gli lascio il link del canale cliccabile direttamente dal nome del content creator.

Ma direi di smetterla di perderci in chiacchiere e vediamo di sviscerare per bene il film che ho scelto per “battezzare” questa rubrica: “Achille e la Tartaruga”, di  Takeshi “Beat” Kitano (del quale trovate un articolo a lui interamente dedicato sempre nel nostro blog), uno dei miei registi preferiti in assoluto.

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Il film tratta della vita di Machisu Kuramochi, un bambino appartenente a una famiglia benestante che sogna di diventare un pittore. La pittura per lui è talmente un’ossessione che nella sua vita si limita a fare solo quello: disegnare e dipingere, dipingere e disegnare. Questa sua attività è incoraggiata con ardore dal padre, grande appassionato d’arte e grande collezionista di quadri d’arte moderna e contemporanea, amante soprattutto dei giovani talenti che vanno via via nascendo in Giappone e non solo. Machisu è costretto a cambiare vita dopo il suicidio di suo padre e della sua matrigna. L’unica famiglia che gli è rimasta è quella dello zio, che non lo accetta ben volentieri e che poco dopo lo costringe ad andare a vivere in un orfanotrofio. La sua vita continuerà all’insegna del tentativo di affermarsi come pittore, sperimentando un numero illimitato di correnti artistiche.

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Questo film è il terzo della “trilogia del suicidio” (preceduto da “Takeshis” e “Glory to the film maker!“), un trittico di film che hanno rappresentato una crisi artistica, per l’appunto, del regista stesso. Perché vi parlo di quest’ultimo, quindi? Semplice, perché è il migliore dei tre.

Questo film è la rappresentazione in scala 1:1, attraverso una metafora, del paradosso di Zenone dal quale il film trae il nome: Achille e la Tartaruga, appunto.
Zenone espose questo paradosso per sostenere le tesi del suo maestro Parmenide, il quale affermava che il movimento fosse un’illusione. Per esplicitarvi questo paradosso ci serviremo delle parole di uno dei più importanti scrittori del XX secolo, Jorge Luis Borges:

<<Achille, simbolo di rapidità, deve raggiungere la tartaruga, simbolo di lentezza. Achille corre dieci volte più svelto della tartaruga e le concede dieci metri di vantaggio. Achille corre quei dieci metri e la tartaruga percorre un metro; Achille percorre quel metro, la tartaruga percorre un decimetro; Achille percorre quel decimetro, la tartaruga percorre un centimetro; Achille percorre quel centimetro, la tartaruga percorre un millimetro; Achille percorre quel millimetro, la tartaruga percorre un decimo di millimetro, e così via all’infinito; di modo che Achille può correre per sempre senza raggiungerla.>>

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Tutto il film ripercorre esattamente questa logica, in cui Machisu (interpretato in età adulta dallo stesso Kitano) rincorre senza sosta il sogno di voler diventare un pittore affermato, ma che nonostante tutti gli sforzi e nonostante sembra che ogni cambiamento di stile possa rivelarsi quello decisivo, il sogno si allontana sempre, come fosse l’orizzonte: tu fai due passi avanti per raggiungerlo, ma lui ne farà altrettanti senza lasciarti la possibilità di sfiorarlo.

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L’ossessione per la pittura porterà il nostro protagonista a compiere gesti estremi e quasi privi di qualsiasi tatto o etica morale. L’egoismo con il quale Machisu produce le sue opere porterà mano a mano alla sua autodistruzione, perdendo tutto quello che di più caro ha al mondo, e rendendosene conto soltanto troppo tardi.
Il tatto con il quale le scene sono dipinte in questo film è magistrale e Kitano firma qui la sua opera migliore (insieme ad Hana-bi), modellando un personaggio in grado di far innamorare chiunque decida di volgergli anche solo uno sguardo.

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Guardate questo film, e poi passate qui a dirci che cosa ne pensate: avrà toccato anche a voi le stesse corde che ha toccato a me?
Da Jakk, per oggi, è tutto. Ci vediamo presto con un nuovo viaggio in Oriente!

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