Loro 1 di Paolo Sorrentino (2018) – Recensione

Paolo Sorrentino torna al cinema 3 anni dopo il suo ultimo lungometraggio (Youth, 2015), per regalarci una delle storie più attese di questa stagione cinematografica: Loro, “il film su Silvio Berlusconi“. Così l’hanno definito, o quanto meno, così ce l’hanno venduto.
I rumor su questo film erano iniziati a girare già da un paio d’anni, sin da quando si pensava che il nostro immortale Cavaliere dovesse essere interpretato da quel grande caratterista della nostra comicità che è Massimo Boldi (e non sono per niente ironico, proprio no). Fortunatamente, però, si è optato infine per Toni Servillo e a quel punto ci siamo rilassati tutti quanti.

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Voglio iniziare questa recensione con una premessa, però: non riesco a mandare giù la scelta di Universal di voler dividere a tutti i costi il film in due parti. Capisco il marketing, capisco che i soldi non facciano schifo a nessuno e capisco anche che la gente, di norma, non stia (circa) 4 ore al cinema seduta e concentrata, ma qui non ci troviamo davanti a un Kill Bill, dove la divisione in volumi aveva non solo un senso di marketing, ma il film era anche costruito narrativamente per poter essere diviso in due “storie”, in due “puntate” per così dire. La narrazione, in questo Loro 1 è come se venisse spezzata, interrotta. Ma andiamo con ordine, così vi faccio capire cosa intendo.

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Il vero protagonista della vicenda è Sergio Morra (Riccardo Scamarcio), un imprenditore pugliese che vuole a tutti i costi e con ogni mezzo salire fino alla cima della scala sociale e ha come obiettivo quello di arrivare ad essere uno dei protetti di Silvio Berlusconi e per farlo, si trasferisce a Roma. L’epifania gli viene dopo aver offerto una delle escort in cerca di fama alle quali fa da manager ad un politico (in modo da ottenere un appalto), e mentre ha anch’egli, subito dopo, un rapporto sessuale con lei, nota che la ragazza ha un tatuaggio del faccione di Silvio sul fondoschiena. Eureka.
Scamarcio, che qui assume le sembianze di un “lato oscuro e corroso di un Mastroianni” ne La Dolce Vita, ha una situazione familiare particolare: sua moglie è dipendente da cocaina e cerca di racimolare soldi facendo da accompagnatrice a diversi politici; Scamarcio stesso ha “adottato” i figli della moglie, prendendosene cura come se fossero suoi, ma al contempo è un uomo che non disdegna festini, fama e lusso, per apparire in ogni situazione gargantuesco, importante e affascinante.
Silvio Berlusconi è il perno di tutta la storia, quello che muove tutto, il palo attorno al quale tutto e tutti girano, storia dei co-protagonisti compresa. Tutto quanto è detto in conseguenza di LUI, tutti agiscono in conseguenza di LUI, tutti si eccitano quando si parla di LUI. Qui, ahimè, arriva la nota dolente: la divisione in due parti.
Mi riallaccio ora al discorso fatto inizialmente, perché la storia di questo Loro 1 è divisa nettamente a metà, dove nella prima parte vediamo tutte le vicende che coinvolgono la vita di Scamarcio e nella seconda vediamo presentato il personaggio Silvio Berlusconi e, quando le due vicende dovrebbero intrecciarsi, il film si interrompe. Finisce. Questa è l’unica vera nota negativa che sono riuscito a vedere, l’interruzione brusca e violenta del flusso narrativo e spero tanto che quando verrà stampato il Blu-ray, il film venga pubblicato tutto insieme, altrimenti mi sentirei doppiamente preso in giro.

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Dal punto di vista tecnico il film non si può discutere. Io poi sono un grande ammiratore del regista partenopeo e sono veramente felice che Sorrentino abbia abbandonato la manierosità che aveva contraddistinto i suoi ultimi due lavori, in particolare “La Grande Bellezza“. L’atmosfera che si respira in tutto il film è nettamente divisa: quella che ha come protagonista le vicende di Scamarcio è fortemente adrenalinica, quell’adrenalina causata da stupefacenti, da orge e da sontuosi corpi femminili che volteggiano senza sosta sullo schermo, davanti allo spettatore; mentre quando sono narrate le vicende che coinvolgono Silvio Berlusconi si respira un’aria cattiva, quasi da film noir, inquietante e mai tranquilla.

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Una nota di merito va fatta per Luca Bigazzi, il direttore della fotografia. Le luci al neon nelle scene più oscure del film e le riprese in esterna hanno i colori che una fotografia a regola d’arte dovrebbe avere.
Per capire appieno tutto ciò che sto esaltando di questo film è sufficiente godersi una delle scene centrali della pellicola, la scena della festa in piscina. Una scena presa a piene mani dal cinema più sfrenato di Martin Scorsese (con sfondamento della quarta parete annesso) e che vi invito ad osservare con tutta la minuzia possibile, lasciando che quelle immagini non vi scivolino semplicemente addosso, ma rimangano scolpite nella vostra retina.

Sono molto curioso di sapere il vostro pensiero riguardo il film e sono aperto a qualsiasi discussione riguardo lo stesso. Buon cinema a tutti, dōmo arigatō e alla prossima!

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