Quello che non so di lei di Roman Polanski (2017) – Recensione

Presentato fuori concorso allo scorso Festival di Cannes, l’ultimo film firmato da Roman Polanski e tratto dal best-seller di Delphine de Vigan viaggia sul filo conduttore degli occhioni di Eva Green.

Noi Intoccabili l’abbiamo visto al Cinemino in versione originale. Ecco qualche considerazione.

 

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Delphine è una scrittrice. Il suo ultimo libro, incentrato sulla figura della madre, morta suicida in un ospedale psichiatrico, l’ha fatta diventare famosa in tutta la Francia. Divide la giornata tra sessioni di autografi e incontri promozionali più o meno rilevanti, ma sembra non riuscire a reggere tutta la pressione che la vita di successo, a cui non era avvezza, sembra comportare.

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Emmanuelle Seigner nei panni di Delphine Dayrieux

In tutto questo si uniscono anche altri fattori a rendere ancora più fragile la già in partenza labile psicologia della donna: i figli ormai cresciuti di un padre innominato che hanno lasciato casa e non dimostrano una particolare affezione verso colei che li ha messi al mondo; la fresca fresca relazione con uno dei giornalisti di maggior spicco sulle reti nazionali; il senso di colpa represso per essersi fatta un nome sulla tragedia della sua famiglia; il progetto, o meglio, i progetti per il lavoro successivo, ammucchiati uno sull’altro senza discriminante.

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Eva Green nei panni di Elle

Insomma, Delphine cade vittima di uno dei chiacchierati attacchi di blocco dello scrittore. Ed è qui che la storia inizia, proprio durante un evento firmacopie, durante il quale la protagonista, esausta, viene avvicinata fuori tempo massimo da una misteriosa ammiratrice, tale ‘Elle; comme Elizabeth’, autrice di autobiografie, che le si appioppa come una sanguisuga. Tra furti d’identità, crisi professionali, e lotte interiori, starà a Delphine capire che cosa la tanto affascinante quanto tenebrosa sconosciuta voglia da lei, dalla sua vita, dalla sua immagine.

 

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Allo stesso tempo, è lo spettatore ad essere in prima persona partecipe del gioco. Il film di Polanski si inserisce infatti in quella linea di (auto)riflessione trans-artistica sullo status dell’artista stesso che inizia, forse, nell’età moderna con E.T.A. Hoffmann – per intenderci, il tizio che fu maestro e modello di Edgar Allan Poe – per poi proseguire arrivando, ai giorni nostri, fino a Ingmar Bergman e Stephen King.
Il regista focalizza il racconto internamente, restituendo, tramite close-up claustrofobiche che non si aprono oltre l’altezza di una figura umana in piedi, la crisi interiore della scrittrice, chiamata a gestire contemporaneamente due immagini di sé.

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Tutta la trama stessa assume anzi i contorni della fiction, con dettagli visivi che ritornano ossessivamente – vedi il colore rosso su labbra e accessori delle protagoniste – e riferimenti intertestuali che sfiorano la natura di omaggio alla tradizione. Per esempio, per rimanere in ambito cinematografico, si potrebbero rintracciare notevoli somiglianze sia con l’onirico Persona, del già ricordato Bergman, che con Misery non deve morire, film del 1990 diretto da Rob Reiner e tratto da Misery, romanzo di King, che valse a Kathy Bathes, la folle aguzzina, l’Oscar come migliore attrice protagonista. La connotazione di bontà-vs-malvagità che assumono le due parti della stessa persona sembra invece ricalcata sui gemelli Thad Beaumont e George Stark, personaggi sempre di un’opera di King, il romanzo The Dark Half.

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Si sa, i prodotti di questo genere sono creati per essere lasciati aperti, infiniti più che non-finiti, pronti a ripetere il proprio loop ipnotico, e angosciante, ciclicamente. O, perlomeno, per costringere il fruitore a effettuare una rilettura a posteriori delle convinzioni che si era costruito in merito; e, dal punto di vista di questa dinamica, mi sembra che tutte le componenti di questa produzione siano state orchestrate in modo ottimale.
Il titolo appare solo alla fine, ultimo gioco meta-artistico: è la nuova opera di Delphine, e lei sta ancora firmando autografi. Quale sia questa ‘storia vera’, nei fatti, starà a voi scoprirlo.

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Le due protagoniste, Polanski (a destra) e Vincent Perez, alias François, il compagno di Delphine (a sinistra)

Se andate a vedere questo film, fatemi sapere che cosa ne pensate.

 

Abbinamento culinario consigliato: French toast e crema chantilly. Giusto perché il francese è una lingua decadente.

Enjoy!

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