Donato Carrisi al Cinemino

Se incontraste per strada Donato Carrisi senza averlo mai visto prima, non lo riconoscereste: invece che proiettare un’immagine stravagante di sé, preferisce affondare il colpo con i suoi romanzi. Ed ora ha trasformato uno dei suoi thriller in un film, La ragazza nella nebbia, strappando il David per la miglior opera prima. L’autore ha incontrato una nutrita audience mercoledì 18 aprile, al Cinemino, dove, in seguito, sarebbe stata proiettata la pellicola in questione. E Gli Intoccabili, manco a dirlo, erano nelle prime file.

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È ingrato, il mestiere dello scrittore. Questa sembra essere l’unica garanzia in merito che Carrisi è disposto a concedere. Ma è anche gratificante, o piuttosto nasce come un’esigenza, un bisogno impellente. Come tanti poi destinati a diventare nomi conosciuti in campo letterario, Donato consegue, spinto dalla famiglia, una laurea in Giurisprudenza, specializzandosi in Criminologia; ha però ben altri piani per il suo futuro: autore in erba, manda manoscritti a destra e a manca, riuscendo ad ottenere la tanto agognata pubblicazione.

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Donato Carrisi

Nonostante i suoi prodotti siano buoni, forse ottimi, probabilmente tra i migliori nel panorama italiano contemporaneo, rimangono relegati nel mercato di serie B, senza riuscire a imporsi al grande pubblico. Poi, inaspettatamente, la svolta: Ken Follett posta su uno dei suoi profili social di avere appena scoperto un autore italiano che produce roba da urlo. Avete certamente capito di chi stiamo parlando.

Nasce così il Donato Carrisi di cui tutti abbiamo sentito parlare. Ma che cosa vuol dire davvero essere uno scrittore di thriller? Innanzitutto, e l’autore apre proprio così il suo intervento, doversi confrontare con il modello universalmente riconosciuto del genere, quello proveniente dal mondo anglosassone, dove anche gli scrittori – prima ancora che i personaggi – hanno nomi incisivi, da duri. Significa abituarsi a sopportare le battutine nei confronti della nostra scuola nazionale, all’estero vista come troppo ‘soft’. Significa, soprattutto, entrare a contatto con il Male – quello con la M maiuscola – e venire a conoscenza non solo, se vogliamo, della sua banalità; quanto di quel fascino, oserei dire discreto, che emana.

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L’ultimo libro di Carrisi (2017)

Riassumendo grossolanamente la lezione di Carrisi, diremo che si possono identificare tre capisaldi nella narrazione di genere thriller: innanzitutto, domina la storia, e non i personaggi (tratto invece proprio del genere giallo). Secondo, durante lo svolgimento dei fatti si porteranno allo scoperto meccanismi sociali, umani, diciamo pure antropologici, profondi, capaci di innescare una riflessione ulteriore, che esonda dalla semplice ricerca di un colpevole. Terzo, ed ultimo: quanto detto ai primi due punti porta a una sconsolante presa di coscienza: basta che un ingranaggio improvvisamente scricchioli e tutto il sistema salta. E la falla potrebbe essere ognuno di noi.

Dunque, che fare? Come ricreare in laboratorio quella mistura di quotidianità, immaginario, mitologia, precedenti e ansia di sottofondo che in questo campo sembra essere la formula vincente? Donato stesso ammette che i suoi passati studi di criminologia gli hanno fornito gli strumenti giusti per affrontare questo tipo di argomento; e sottolinea come la documentazione sul campo e lo studio – specie dei casi di cronaca nera – siano passi imprescindibili prima di iniziare a stendere un romanzo. Bisogna avere ben chiaro che cosa si vuole risvegliare nello spettatore. Infine, si deve sfatare il mito dell’originalità, o meglio: nessuna opera nasce in ambienti asettici, e per una volta la classe di Letteratura sembra essere l’eccezione che conferma la regola per lo studente copione. Lì, infatti, il migliore sarà l’alunno che, ascoltando e osservando attentamente, riuscirà a cogliere la lezione dei maestri.

La ragazza della nebbia, confrontato con le linee-guida di poetica che Carrisi ci ha così esposto, è un film dannatamente coerente: in poche parole, il regista in erba aveva un’immagine e un modus operandi, ed è riuscito a unirli con l’esatto metodo che si era proposto.

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La madre (Daniela Piazza) e il padre (Thierry Toscan) di Anna Lou Kastner

La vicenda si svolge in un paesino di montagna, Avechot, fittiziamente collocato nell’arco alpino occidentale italiano, dove, la sera del 23 dicembre, viene denunciata la scomparsa di Anna Lou Kastner, adolescente figlia di una coppia locale. L’ispettore Vogel, ufficiale dai metodi d’indagine poco ortodossi, viene inviato a indagare sul caso.

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Vogel (Toni Servillo) e l’agente Borghi (Lorenzo Richelmy)

Soffocata dall’atmosfera di puritanesimo a tutto tondo che vi regna, la comunità verrà messa a nudo per quello che è: una scusa perfetta per occultare o lasciarsi alle spalle quei lati oscuri dei propri passato e personalità che si sarebbero più volentieri rinnegati, tanto che la necessità di risolvere il mistero sfuma fino a prendere i contorni di un rituale sociale di purificazione. Come già nelle società tribali e nella mitologia classica, il gruppo umano dimostra qui di avere ciclicamente bisogno di un capro espiatorio che sappia, nella sua rottura delle regole, purificare tutti gli altri membri dalla colpa del male, la quale può così rimanere silente tra le mura delle case; e tale individuo è bifronte: da una parte, egli è il colpevole del misfatto. Dall’altra, la vittima.

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Mattia (Jacopo Olmo Antinori), uno dei sospettati

Tutti sospettati, dunque, affinché nessuno sia più accusato né, una volta persi di vista i confini tra il giusto e lo sbagliato, accusabile. La vera protagonista di questa narrazione è l’ambiguità, attuata nella forma più micidiale nella quale può presentarsi alla società umana, quella motivata dal tornaconto personale.

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Anna Lou (al centro in alto) non era stata l’unica vittima ad Avechot

La storia (sia quella di Carrisi che quella rielaborata dalla sceneggiatura), dunque, regge, partendo dalla sua stessa progressione, che non presenta buchi di trama, affermandosi come un prodotto maturo. Al contrario, gestione dei dialoghi e recitazione peccano, forse – ma per carità, è solo il mio parere – di ingenuità, e procedo subito a spiegarmi. Ho avuto l’impressione che ci fossero momenti in cui gli scambi di battute risultassero un po’ forzati, poco naturali, troppo letterari diciamo; e che la scelta di Toni Servillo per il ruolo dì Vogel fosse davvero azzeccata. Solo, il resto del cast – Jean Reno escluso, ma di poche apparizioni – non sapeva tenergli dietro.

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Vogel e Augusto Flores (Jean Reno)

Non voglio, dicendo questo, far passare il messaggio che non abbia apprezzato il film, o non l’abbia ritenuto degno del premio che ha ricevuto. Tengo molto a sottolinearlo, per il semplice fatto che il David assegnato ci ricorda che stiamo parlando della pellicola di debutto di un regista. E cito letteralmente la conversazione che ho avuto con Jakk, il socio Intoccabile che mi ha accompagnato alla proiezione-evento, quando alzo gli occhi al cielo tutta sospirosa dopo essere arrivata alla battuta finale di questo pezzo: «Ce ne fossero, di opere prime così!»

 

Abbinamento culinario consigliato: Gnocchetti verdi alle biete e erbette conditi con fonduta di burro al tartufo e scaglie di fontina d’alpeggio. Fiori eduli sul fucsia di contorno. Non ho una ricetta scritta da indicarvi, ma di questo avevo voglia.

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