Tredici: la seconda stagione non convince – Recensione

Il 18 Maggio, è uscita la seconda stagione di Tredici (13 Reasons Why) serie prodotta da Netflix basata sulla trama del romanzo di Jay Asher. Alla regia Brian Yorkey e nel cast Brandon Flynn, Christian Navarro, Alisha Boe, Justin Prentice, Devin Druid, Miles Heizer, Ross Butler e Kate Walsh.

La nuova stagione di Tredici è uscita venerdì e io ho avuto modo di fare binge-watching durante il weekend: l’anno scorso, le prime tredici puntate, sono state sulla bocca di tutti, più in positivo che in negativo, diciamocelo: anch’io mi trovavo a concordare con chi ha promosso la stagione ma, purtroppo, questi nuovi episodi non mi hanno altrettanto convinta.

Iniziamo dai lati positivi.

Ho sempre sostenuto che Tredici fosse una serie tv che tutti, soprattutto ragazzi e rispettivi genitori, dovessero vedere. Continuo a premiare il tentativo di sensibilizzazione portato avanti fin dalla prima stagione, l’inserimento di tematiche delicate ed importanti: dal suicidio, all’abuso, dall’uso di sostanze stupefacenti, all’omofobia. Ci voleva un prodotto simile, che parlasse esclusivamente della forza delle parole e delle azioni che le persone hanno su chi le circonda, e che fosse indirizzato a ragazzi di una fascia d’età così delicata.

Reduci da un anno in cui il tema dell’abuso e della violenza sulle donne è stato nei discorsi di chiunque, Yorkey basa su questo la seconda stagione di Tredici, e io credo sia una mossa azzeccata, complici alcune considerazioni che fanno i personaggi e che meglio di mille articoli e altrettanti monologhi riescono a tirare un pugno in pancia allo spettatore.

L’elemento più interessante di questa stagione, in ogni caso, credo sia il processo: espediente narrativo che va a sostituire le cassette (nonostante la campagna di marketing sia stata basata interamente sulle polaroid), e che pur non essendo così coinvolgente avrebbe potuto avere moltissime potenzialità. Quello che di più importante è riuscito a mostrare, sono i diversi punti di vista dei personaggi – la serie tv è diventata molto più corale che nella prima stagione, e ciò che abbiamo potuto vedere solo sotto il filtro di Hannah Baker, ora è distorto, manipolato da testimonianze veritiere e non, che fanno dubitare più i personaggi principali che lo spettatore, ma che comunque lasciano spunti di riflessione su quello che l’essere umano fa di fronte a situazioni di pressione psicologica (e fisica).

Purtroppo – e qui iniziano gli aspetti negativi – questo elemento che avrebbe potuto avere molte potenzialità, non è stato sfruttato nel modo corretto. A partire dal fatto che si tratta di un espediente molto meno potente rispetto alla voce di Hannah registrata nelle cassette, è stato eclissato dall’obsoleto escamotage di re-inserire il personaggio di Hannah sotto forma di allucinazione di Clay.
Mi spiego meglio: fosse stato solo questo, probabilmente non avrebbe creato il fastidio che invece mi ha suscitato vedere Clay urlare contro quello che a tutti gli effetti non è altro che un fantasma, senza il minimo stupore della gente che ha attorno. Qualcuno potrebbe obiettare dicendo che si tratta di un modo per sottolineare il menefreghismo delle persone, ma in una serie tv che vuole mostrare la realtà nuda e cruda (cosa che ha fatto benissimo in più di una scena, una fra tutti quella del suicidio di Hannah, che difficilmente scorderò), credo sia un passo falso.
Avrebbero potuto gestirlo meglio.

In secondo luogo, inserire un numero così alto di tematiche sensibili è un’arma a doppio taglio: la prima cosa che fa lo spettatore è chiedersi “ma succede tutto alla Liberty High?”, e posto che sia possibile (lo è soprattutto considerando la una fascia d’età dei protagonisti), quello che invece mi chiedo io è “era necessario inserire davvero proprio tutto?” – principalmente mi riferisco al bipolarismo di Skye, trattato con troppa leggerezza, e che sarebbe potuto benissimo essere scavalcato a favore dell’approfondimento delle altre tematiche.

La regia non ha brillato in avanguardia nella prima stagione, e non è migliorata granché: anzi, per quanto mi riguarda la fotografia è scaduta un bel po’, quando nella prima i giochi cromatici che avvenivano tra flashback e presente erano piuttosto interessanti.

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I genitori, in Tredici, restano sempre i personaggi meno intelligenti della serie: poco affidabili, dipinti come degli imbecilli di cui i ragazzi non si fidano mai, e di cui non vengono invogliati a fidarsi (l’eccezione sono il counselor, Mr. Porter, e la madre di Hannah, che paradossalmente sono anche quelli che vengono messi più in croce). Lato negativo per una serie indirizzata ad una fascia d’età simile, perché nonostante il disclaimer iniziale – ne ho apprezzato l’inserimento –, quello che chi guarda la serie percepisce è che, alla fine dei conti, parlare con gli adulti non serve nemmeno poi così tanto.

Altra mia perplessità, secondaria forse, è tutta la campagna di marketing di Netflix fatta attorno alle polaroid, che considero null’altro che elementi di supporto, di certo non efficaci o potenti come le cassette.

Da qui in poi farò alcuni spoiler riguardo il finale, per la conclusione dell’articolo scorrete più avanti.

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Mi stavo ricredendo, all’inizio dell’ultima puntata: toccanti i discorsi durante la commemorazione di Hannah e così anche lo sviluppo del rapporto tra Justin e Clay, ma all’improvviso accade qualcosa che spiazza e che mi ha lasciato un amaro in bocca non in senso positivo.
Mi riferisco alla scena della violenza su Tyler: cruda, forte, fin troppo reale. Una verità sputata addosso a chi sta guardando, dolore gratuito inflitto ad un ragazzo: immagini per nulla filtrate, lanciate come esca per la successiva stagione e percepite come il tentativo di ricreare il senso di smarrimento che ha lasciato la scena del suicidio di Hannah. Purtroppo, non riesce a farlo.

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È una scena troppo violenta e troppo cruda per essere capita da un pubblico del genere, che ribadisco essere principalmente di ragazzi delle scuole superiori: non mi chiedo se fosse necessario mostrare tanta violenza, mi chiedo se sia stato giusto farlo in Tredici, alla fine di una seconda stagione in cui, comunque, l’amaro in bocca per una giustizia non fatta realmente, è stato lasciato.

Per non parlare della scena finale che lascia in sospeso, ancora una volta, la stagione, facendolo però con un retrogusto dissonante rispetto all’atmosfera dei tredici episodi precedenti.

FINE SPOILER

Ho apprezzato lo sviluppo di determinati personaggi, la loro redenzione e il riscatto (che avviene in maniera simbolica anche grazie al sacerdote durante la commemorazione), l’accusa contro la mancata giustizia, l’amaro in bocca e la sensazione di dover fare qualcosa di più.

Tuttavia sono stati troppi i lati negativi di questa stagione, che si rivela un salto nel vuoto in cui gli appigli che Yorkey si era creato non sono stati per niente solidi.

Un peccato.

E voi, cosa ne pensate?

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Aurora

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