Mary e il Fiore della Strega: la mediocre eredità dello Studio Ghibli

Mary e il Fiore della Strega è il primo film d’animazione prodotto dallo Studio Ponoc. Diretto da Hiromasa Yonebayashi, la trama racconta la magica avventura della piccola Mary Smith e del suo amico Peter. Il film è ora in sala grazie alla distribuzione italiana di Lucky Red.

Era il lontano 2013 quando il maestro Hayao Miyazaki, annunciò per l’ennesima volta di volersi ritirare a vita privata e concludere la sua carriera con lo splendido “Si Alza il Vento”. Le sorti del suo Studio Ghibli erano quindi incerte ed alcuni animatori, forti del loro talento e degli insegnamenti ricevuti dal Maestro, decisero di prendere la propria strada e fondare un nuovo studio, che avrebbe raccolto l’eredità spirituale del Ghibli.

E fu così che nel 2015, grazie al giovane regista Hiromasa Yonebayashi e al produttore Yoshiaki Nishimura nacque lo Studio Ponoc, che accolse tra le sue fila molti artisti dello Studio Ghibli stesso.

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E quindi eccomi qui, a raccontarvi del primo esordio cinematografico di questo freschissimo studio d’animazione: “Mary e il Fiore della Strega”.

La sceneggiatura è tratta da “La Piccola Scopa” (1971), libro per ragazzi della scrittrice britannica Mary Stewart.

Mary Smith è una ragazzina di dieci anni, un po’ goffa e dai folti capelli rossi, che lei detesta. In estate va a trascorrere le vacanze, che si rivelano molto noiose, presso la casa di campagna della prozia. Un giorno però, seguendo i gattini Tib e Gib nel bosco, trova tra l’erba folta uno strano fiore azzurro e luminoso. Quando il giorno dopo uno dei due gatti scompare e Mary ritorna nel bosco per cercarlo, trova una scopa incantata, sulla quale riesce a volare. La scopa è ingovernabile e dopo un volo molto tormentato, Mary arriva davanti alla Endors College, la scuola di magia diretta da Madama Mumblechook, e dal Dottor Dee, un docente che si interessa di magia metamorfica.

Partiamo dunque col punto dolente di questa pellicola: la sceneggiatura.

La storia di Mary presenta i dolci toni fiabeschi a cui lo Studio Ghibli ci aveva già abituato. Creature stravaganti, ambientazioni coloratissime e dei coraggiosi bambini come protagonisti. Insomma, sa già di minestra riscaldata.

Le ambientazioni, per quanto visivamente eccelse, a livello narrativo potevano essere sfruttate meglio. A partire dalla scuola di magia Endor, una sorta di “Hogwarts” fluttuante nel cielo.

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Il riferimento non è per nulla casuale. Qualche influenza dalle opere di J.K. Rowling si percepisce e credo sia decisamente voluto. In una scena vediamo persino un maghetto con gli occhialoni, molto simile al nostro amato Harry, che tenta di volare su una scopa. Ho apprezzato molto.

Comunque, le situazioni che ci vengono presentate impediscono al film di risultare noioso, ma al tempo stesso si è pervasi da quella costante sensazione di “già visto”. Una storia che intrattiene, ma è ben lontana dal colpirti.

Questo lo notiamo a partire dai protagonisti, i quali risultano abbastanza bidimensionali. (Sì, sono dei cartoni animati e quindi sono SEMPRE bidimensionali, ma avete capito il senso)

Difficilmente si prova empatia per loro e nemmeno l’interesse a conoscerli meglio. Mary stessa è una bambina che viene trascinata da una situazione all’altra, in un contesto magico che non le appartiene e che non influisce nemmeno sulla sua maturazione personale. La streghetta rimane lineare e statica per tutta la durata del film.

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Il conflitto per Mary e il suo amico Peter, nasce dalla minaccia di due maghi cattivi, le cui motivazioni per ciò che fanno sono assolutamente incomprensibili. Il regista lancia un sotto-testo ecologista e di condanna verso l’abuso della scienza (in questo caso, della magia), ma non si capisce mai dove voglia andare a parare.

Figuratevi cosa può averci capito una bambina di 8 anni, ad esempio.

Arriviamo dunque a ciò che davvero salva il film e rende i soldi del biglietto degni di essere spesi: animazione e sonoro.

Insomma, questa è gente che arriva da uno dei migliori studi del mondo intero. Le animazioni non potevano che essere magnifiche, fluide, travolgenti. Il character design dei personaggi, specie quelli di contorno, è originale ed azzeccato per gli ambienti magici in cui la storia si svolge.

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Vedrete un tripudio di luci e colori che vi faranno rimanere con gli occhi incollati allo schermo, pur non fregandovene alcunché di ciò che sta accadendo.

Ad alimentare quello che gli anglofoni chiamano il “sense of wonder” vi è una colonna sonora magistralmente composta da Takatsugu Muramatsu. Il solo ascolto richiama tutta la magia, la dolcezza e lo spirito avventuroso che questo film vuole trasmettere.

Un esempio:

…..maaaaaaa (un “MA” enorme questo) tutto porta sempre e comunque a ricalcare le opere dello Studio Ghibli, senza però la profondità che ha sempre contraddistinto la casa di produzione nipponica.

Il comparto tecnico è eccellente, ma totalmente privo di personalità. Va benissimo l’intento del regista Hiromasa Yonebayashi di omaggiare le precedenti opere a cui egli stesso ha lavorato come Animatore Capo. Si tratta di una scelta che funziona solo in parte e che talvolta rischia di scadere in inutile autoreferenzialità.

Abbiamo capito che hai lavorato al “Castello Errante di Howl” e “Ponyo Sulla Scogliera” ma smettila di rinfacciarlo continuamente, amico. E poi non sto lì a dirvi quanto la scuola di Endor, esternamente, ricordi Laputa de “Il Castello Nel Cielo” perché poi sembra di infierire.

In definitiva, si tratta di un film assolutamente godibile ma con poca identità.

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Lo Studio Ponoc non è stato in grado di evolversi e staccarsi dal cordone ombelicale di Hayao Miyazaki. Questo è un vero peccato.

“Mary e il Fiore della Strega” non è certo da bocciare, ma è sicuramente rimandato a Settembre. Dato il mio perenne ottimismo, ho fiducia nelle capacità di questi animatori e spero che lo Studio Ponoc riesca finalmente a spiccare il volo e trovare la sua via.

La prossima volta senza una scopa magica, però.

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RiccioRob

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