La Terra dell’Abbastanza: il racconto di una generazione tra prostituzione e delinquenza

A voi la recensione de La Terra dell’Abbastanza, film dei fratelli D’Innocenzo, scritta dal nostro Tommaso.
Nel cast: Andrea Carpenzano, Matteo Olivetti e Max Tortora.

Sento spesso la gente lagnarsi di quanto il cinema italiano sia ormai piombato in un decadimento di contenuti inesorabile, prigioniero di commediole agrodolci da quattro soldi e di stolte case di produzione. Probabile che tutto ciò sia vero: d’altra parte i giorni d’oro di Rossellini, De sica, Antonioni sembrano oggi quantomai lontani ed irripetibili, come negarlo. Ma questa volta sono due fratelli romani, Damiano e Fabio D’Innocenzo, a portare nelle sale un autentico gioiellino tutto italiano, ambientato nelle periferie di Roma, tra prostituzione e delinquenza, in cui i sogni esistono solo per essere strozzati nel grembo materno di una città senza speranze ne futuro.

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Manolo alle prese con il padre

La terra dell’abbastanza ci racconta una realtà non tanto distante da quella dei giovani di oggi, sfiduciati nei confronti dello studio e della cultura, la cui più allettante aspirazione è quella di entrare a far parte dell’influente clan di zona. Ed è proprio da qui che prende vita l’intreccio: i due giovani protagonisti, Mirko e Manolo, salgono in macchina dopo i bagordi di una serata tra amici, sfrecciando sulla strada con la noncuranza tipica della giovanil-spensieratezza, ma quello che li aspetta cambierà (credono in meglio) una volta per tutte la loro monotona esistenza. Un tonfo sordo, i due si voltano in direzione della carreggiata. Hanno investito un uomo, sono fottuti, adesso cosa devono fare? In evidente stato confusionale chiedono aiuto al padre di Manolo, salvo poi scoprire qualche giorno dopo (sempre dal padre) di aver ucciso un pentito che si nascondeva da anni, così facendo un grosso favore alla banda locale.

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A Mirko viene consegnata la pistola per la prima volta

E’ geniale la trovata dei fratelli D’Innocenzo: un tragico imprevisto finisce per fare da corridoio di evasione da una vita all’insegna della monotonia, in cui tutte le giornate si susseguono l’una esattamente identica a quella precedente, senza mai vedere la luce in fondo al tunnel. Mirko e Manolo sono il riflesso della generazione di oggi, schiava dei social network, della rete e della tecnologia più deteriore. Sono due ragazzi terribilmente soli, abbandonati a se stessi, tra la sporcizia morale di un mondo che sono incapaci di comprendere e di dominare. Finiranno male, come già appare evidente sin dai primi minuti del film, vittime della loro – seppur deviata – sensibilità, del loro spirito di rivalsa che necessariamente non può che transitare attraverso il crimine e la malavita.

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Questo bellissimo La terra dell’abbastanza ricorda per moltissimi versi un altro grande film italiano degli ultimi anni, Non essere cattivo di Claudio Caligari. Lì eravamo ad Ostia, e nel cast c’erano due degli elementi più interessanti del recente cinema italiano, Luca Marinelli e Alessandro Borghi. Ma anche in questo piccolo e potente film Andrea Carpenzano e Matteo Olivetti non fanno rimpiangere la tanto celebrata coppia sopracitata, e ci regalano delle interpretazioni strazianti, in grado di fare breccia nel cuore dello spettatore con la loro tenera schiettezza. Si ride e si piange, e lo si fa sempre con un occhio alla realtà, consapevoli che l’unica arma per debellare la spirale di violenza e rassegnazione è la cultura. Niente scorciatoie, nessuna strada alternativa. Anche perché, come ci insegna La terra dell’Abbastanza, lo scotto lo paghiamo con la moneta più salata.  

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Tommaso Aprigliano