The Killing of a Sacred Deer: la tragedia greca resa contemporanea

Proprio dopo aver stilato la lista dei thriller psicologici da non perdere, ne ho visto uno: parlo di The Killing of a Sacred Deer (Il Sacrificio del Cervo Sacro), del regista greco di The Lobster, Yorgos Lanthimos. Con un cast d’eccezione, che vede Colin Farrell, Nicole Kidman e Barry Keoghan, ve ne parlo oggi in una recensione.

Un minuto di schermo nero, lo Stabat Mater di Schubert, che introduce perfettamente una colonna sonora adatta, che richiama suoni antichi e solenni, una cerimonialità tipica di quella tragedia greca che Lanthimos ha voluto prendere e far sua: cori che, come in antichità, accompagnano la visione.
Dopo il nero si è subito calati all’interno di un corpo umano, un cuore che pulsa in un uomo di cui non sapremo nulla, sul lettino di una sala operatoria: l’apertura brusca, questa, di un film che non ha mezze misure, come una sorta di dichiarazione poetica, in medias res come spesso capita nelle tragedie, dopo il coro che anticipa la vicenda.

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Se dovessi descrivere la pellicola con un solo aggettivo, non avrei dubbi, questo sarebbe “asettico”.
L’ospedale e l’ambiente medico sono elementi cruciali, ma il distacco non è solo dato da questo: è più un distacco emotivo enfatizzato da personaggi che parlano come delle macchine, un Colin Farrell meraviglioso che sembra leggere nella mente del regista greco e mettere in scena proprio ciò che egli vuole, una Nicole Kidman che forse è l’unico personaggio al limite dell’umano. Il gelo tra persone che si amano che lascia storditi, un’atmosfera estraniante evidenziata grazie a scelte di fotografia studiate e mirate: grandangoli vicini ai soggetti, che dal basso o dall’alto li seguono nelle loro azioni, lunghi movimenti di macchina che danno l’idea come di essere perennemente osservati, in questo caso, da Martin, interpretato magistralmente da Barry Keoghan.

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Martin è il figlio di un ex paziente di Steven (Colin Farrell), morto durante un’operazione. Un personaggio altrettanto anomalo, inquietante, che fin dall’inizio ci lascia un po’ di perplessità, e che pian piano si inserisce nella famiglia del medico con l’intenzione di distruggerla. Un intruso che manderà un ultimatum e di cui Steven non si libererà mai realmente, nemmeno quando sembrerà tutto finito.
Con questo pretesto si sviluppa tutta la prima metà di film, che lascia indizi chiari ma che lo spettatore fa fatica a comprendere totalmente, proprio per via dei personaggi interpretati come se fossero automi.
Chi è buono? Chi è cattivo? E, alla fine dei conti, ci sono davvero buoni e cattivi?

È sulle note di “Burn” che assaporiamo l’ingresso definitivo di Martin all’interno della famiglia, che lo accoglie e si fida di lui.

Inquietante, al limite del disturbante, un personaggio che si mostra quando meno te l’aspetti, che sa più di tutti e che, soprattutto, vuole vendetta.

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Il tragediografo greco moderno che riprende il patrimonio del passato e lo fa suo, rendendolo appetibile al mondo contemporaneo.
Lanthimos che ascolta ciò che Euripide gli suggerisce.
The Killing of a Sacred Deer come l’Ifigenia in Aulide. Non è difficile il paragone, e diventa entusiasmante per i classicisti.
Nella tragedia antica l’indovino Calcante proclama che solamente con il sacrificio di una figlia di Agamennone, Ifigenia, alla dea Artemide, i venti torneranno a soffiare e favoriranno il viaggio.
Martin afferma che solamente col sacrificio da parte di un padre nei confronti di un componente della sua famiglia, non moriranno tutti. E il sacrificio è sostenuto dai famigliari che sanno a quello che stanno andando in contro e che, se inizialmente, cercano di attirare il favore di Martin, poi si arrendono al loro destino.
Una tragedia che, come in antichità, vede la completa impotenza di eroi e dei nei confronti di quel fato che, a volte, appare così crudele.

Steven cerca di opporsi, anche con la forza, con scene crude e senza filtri, ma il suo destino resta scritto da un errore che ha fatto in passato, dalla sete di vendetta di un ragazzino che, in modo inquietante, sorride mentre infligge quella che suona a tutti gli effetti come una maledizione a degli innocenti: perché, la famiglia di Steven, non è altro che questo, e subisce gli errori di un chirurgo che, nel suo essere umano, ha sbagliato. Forse è questo il tratto più amaro della vicenda, l’ingiustizia di una vendetta che ricade più sugli innocenti che sul carnefice.

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Nell’essere specchio di una società antica, ci rivela che l’essere umano non è poi così cambiato: che ognuno di noi mette sé stesso prima di tutto, a costo di infliggere dolore gratuito agli altri.
Una società disinfettata e sterilizzata, ma che al contempo è soffocata dalle peggiori disgrazie.

Si tratta di un film metaforico che è specchio di una società gradualmente avvelenata (così come lo sono i personaggi) dall’odio e dall’egoismo, da una mentalità chiusa che lascia morire gli altri per non soffrire.

Lanthimos ha uno stile inconfondibile, che cerca di riscrivere le regole di un genere ormai consolidato, quello del thriller famigliare che ha, proprio nella famiglia che cerca di difendersi da minacce esterne, il suo cuore protagonista. Purtroppo, la riscrittura non avviene: il film si attiene a regole precise tipiche del genere. Quello che accade, è un’enfasi eccessiva proprio di quello stile che doveva essere, di Lanthimos, la forza, ma che ad un certo punto appare più che altro come un limite che la pellicola ha e che non può nascondere.
Elementi non spiegati e piuttosto inspiegabili, assurdità che non sono funzionali al racconto ma che deviano l’attenzione dello spettatore medio.

Il peccato del regista greco è quello di un’autoreferenzialità che è stata portata all’eccesso, da un certo punto del film in poi, e che non è più stata gestita come, invece, avrebbe potuto fare.

Nonostante questo, è certamente un prodotto ben fatto di un regista di cui si dovrebbe parlare di più e che può dare molto optando per il minimalismo che, in fondo, gli si addice molto più dell’esagerazione. Da qui l’ottima capacità di inserire riferimenti e citazioni a maestri del passato come Kubrick, uno fra tutti.

Un film da apprezzare per la cura estetica, per le reazioni e le riflessioni che suscita in chi lo guarda. Prima di “The Killing of a Sacred Deer” ho visto “Madre!” di Aronofsky, fischiato al Festival del Cinema di Venezia, altrettanto metaforico, ben più disturbante e angosciante, anche se in modo diverso. Ne approfitto per consigliarne la visione, affiancandolo al film di Lanthimos, il genere, in fondo, è molto simile. Il dramma della home invasion raccontata, seppur in due modi diametralmente opposti, con tanti elementi in comune: primo fra tutti il parallelismo costante con racconti che provengono dall’antichità, in un caso la tragedia greca, nell’altro la Bibbia.

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Alla prossima!

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Aurora

 

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