Film Food: tutto quello che avete sempre sognato di mangiare

Ci sono quei dettagli che nei film saltano all’occhio: a volte sono uno sguardo; a volte la composizione scenica particolarmente curata; altre ancora, per la mia gioia, il cibo. Vi propongo dunque un assaggio delle comparse (con o senza diretto ruolo nella trama) che più hanno stuzzicato il mio palato.

N.B. Ho preferito evitare di risultare noiosa e ripetitiva: perciò, a malincuore, ho deciso di non menzionare nemmeno la superba torta di ciliegie del Double R Diner di Twin Peaks. Kyle, perdonami.

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Big Kahuna Burger:

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Per me, un’icona

“This is a tasty burger!” Ovvero, suppergiù, “Questo sì che è hamburger saporito!” E per fare esclamare tanto agli spietati gangaster di Pulp Fiction, quel panino doveva essere davvero spettacolare. BK Burgers è una catena fittizia di fast-food a tema hawaiano, marchio di fabbrica anche di altri lavori di Tarantino.

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Ma la ritroviamo anche in “Dal tramonto all’alba” del buon R. Rodriguez

Diffidare delle imitazioni è sempre la massima a cui dovete attenervi; ma se voleste provare a replicare per una serata a tema con amici (sparatutto o gonnellini floreali; a voi la scelta) il segreto, che vi piaccia o no, è una fetta di ananas caramellato sopra una cascata di formaggio fuso. Rigorosamente giallo marcio. Altrimenti, che americani sareste?

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Primo piano sull’indiziato

Il regista di Knoxville è famoso, più in generale, per la sua ossessione verso il cibo spazzatura. Pensate a quanto milkshake si scofana Mia Wallace senza aumentare di un ettogrammo. Questo si chiama essere una diva.

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Strudel:

La Treccani vi direbbe che lo strudel è una “torta di frutta, specialità della pasticceria austriaca, confezionata solitamente con mele renette fatte a pezzi, cui si aggiunge uva passa, pinoli, eventualmente pezzetti di noci, zucchero e polvere di cannella, stendendo quindi l’impasto a formare uno strato sopra una sottile sfoglia di pasta (su cui si distribuiscono pezzetti di burro), che viene poi arrotolata più volte su sé stessa e cotta in forno.”

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51a69419411cb78f7369fd84e01e352aHans Landa (Christoph Waltz), in Bastardi senza gloria, ci fa intendere che è molto di più: una gioia per il palato e per gli occhi; ma anche un simbolo di potere. Il nazista se ne abbuffa, mentre a Shoshanna (alla quale è stato ordinato come accompagnamento un bicchiere di latte) l’acquolina in bocca proprio non viene. Vero è ad ogni modo che una preziosa lezione è da imparare: lo strudel VA mangiato con la panna. O la crema alla vaniglia. O il gelato. Non da solo insomma.

Per inciso, come cade la panna qua [1:50], da nessuna parte:

Japanese sponge cake e Anman ripieni di Anko:

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La città incantata, tra tutte le produzioni dello Studio Ghibli sotto il compianto Miyazaki, è forse quello più traboccante di cibo. Anzi, l’ingordigia dei genitori di Chihiro è proprio la causa scatenante della loro trasformazione, guardacaso, in maiali.

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Ci sono però un paio di robette particolarmente goduriose, e identificabili nella tradizione culinaria nipponica, che ci fanno lo stesso effetto che vedere i protagonisti di, boh, mettiamo Naruto, ingozzarsi di onigiri: LI VOGLIAMO. Diamo quindi un nome alle nostre fantasie gastronomiche più sfrenate. Vi presento la japanese sponge cake, per i profani una soffice nuvola di torta al formaggio, aromatizzabile a piacimento. Così leggera che può stare anche nello stomaco di uno spettro.

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E gli anman, tipici panini al vapore, bianchissimi e morbidi, ripieni in questo caso di pasta (o marmellata) di fagioli azuki rossi.

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La stessa che trovate nei mochi, per dire. Tra parentesi, se non avete mai provato un mochi (clicca qui se vuoi sapere che cos’è): beh, fatelo. Vi si aprirà un mondo di consistenze.

Boeuf à la Bourguignonne:

Cavallo di battaglia della cucina francese tutta, e sicuramente uno dei piatti più celebri d’oltralpe.
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Il nome, raffinatamente traducibile come “manzo alla maniera della Borgogna”, deriva dal liquido – il vino prodotto nella regione – usato per la cottura della carne, che deve rigorosamente avvenire in una casseruola abbastanza profonda da poter ospitare sapori, aromi, e verdure. Canonicamente immancabili le a latere patate bollite, che gli fanno da accompagnamento raccogli-sughetto.

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Ed è nel film Julie & Julia, omaggio alla guru della cucina americana Julia Child, che questo piatto, originario della tradizione contadina, incontra il grande pubblico.

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Julia Child (Meryl Streep) e Julie (Amy Adams)

Ratatouille:

Considerando a posteriori, ci si potrebbe indignare: mai caso di spoiler cinematografico fu più palese e commercialmente riuscito come il titolo del film Disney-Pixar con protagonista l’esuberante topolino Remy.

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Con una strizzata d’occhio alla madeleine (ma non solo: mi hanno informato che Proust ha creato altre splendide immagini facendosi aiutare dai suoi ricordi culinari; e ringrazio le amiche francesiste che portano un po’ di raffinatezza nella mia grezza vita teutonica), sarà infatti proprio il povero piatto contadino originario della Provenza, addolcendo le papille del severissimo critico Anton Ego, a introdurre il proverbiale lieto fine, marchio di fabbrica della casa di produzione.

 

Complice è anche l’impiattamento, il quale, seguendo le contemporanee tendenze architettoniche dietro i fornelli, potrebbe definirsi ‘composto’. Provate a paragonare un piatto di ratatouille casalinga contro la rivisitazione chic di Remy.

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Fondamentalmente, ad ogni modo, la logica è la stessa alla base di altri piatti poveri simili come la nostra caponata: mischiare tutte insieme le verdure di stagione coltivate nell’orto dietro casa. Peperoni, zucchine, aglio, cipolle e pomodori fan qui da principi.

Torta bianca:

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Leonardo di Caprio è Calvin Candie 

 

A casa di Mr. Calvin Candie (ihih) non si capisce che cosa faccia da padrone: se la meravigliosa scena non tagliata in cui Leo finisce per amputarsi arti per davvero, o la torta modello-di-tutte-le-torte quando penso alla pasticceria americana. Che più che pasticceria noi snob europei potremmo definirla una produzione da forno un po’ shabby chic (e più burrosa).

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Comunque sia, l’inserimento di questo dolce è tutto fuorché casuale: è una torta bianca servita in una piantagione schiavistica; è fintamente raffinata come fintamente francese è Candie; e la crema al burro che ne è ripieno e copertura ci riporta decisamente nell’ambiente tedesco di Waltz AKA Doctor King Schultz.

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Quale ricetta seguire per ottenere una torta tanto orgogliosamente bianca? Il segreto sta nell’usare latte e burro purissimi, aggiungere estratti aromatici incolori, e separare accuratamente albumi e tuorli delle uova in modo da poter eliminare quest’ultimi.

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(Leo sembra essere stato creato su misura per la GIF; “Hey Old Sport!”)

Tanto alla fine verrà ricoperta di sangue.

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Maccheroni al pomodoro:

Da italiani, lo ben si sa: nulla fa più ‘casa’ che scofanarsi un etto in più di pasta di quello che mangeremmo per una dieta bilanciata e morigerata. Basta che sia poi ben condita però. E gira che ti rigira si finisce sempre lì: sugo al pomodoro, evergreen intramontabile per eccellenza; quello che non ti stanca mai; la spalla sicura su cui puoi fare affidamento nei momenti di difficoltà (anche economica). E, soprattutto, rigorosamente fatto in casa.

Perché potrà essere luogo comune ma oh, i pomodori freschi bolliti hanno davvero tutto un altro sapore rispetto alle passate confezionate da supermercato. E, mano sul cuore, non è per nulla difficile produrne uno che sia all’altezza di quello della nonna. Quindi il compito a casa dopo aver finito di leggere è sbollentare abbondanti chili di pomodori, spellarli, rimetterli a fuoco basso con una bella girata di olio e il giusto di sale e…dimenticarvene per qualche ora. Poi le cipolle e tutto il resto le aggiungerete solo quando vorrete davvero condire la pasta.

 

512puTOCctL._SY445_E allora capirete la voracità che ha portato Alberto Sordi a sfidare il maccherone. Nome che, per soddisfare la vostra curiosità (“Ma maccheroni dove, a me quelli paiono proprio spaghetti”), potrebbe derivare dall’aggettivo greco makros, ovvero ‘lungo’. È a Napoli, però, che questo formato di pasta deve i natali: subentrati subito come cibo dei poveri alla minestra maritata, nel Seicento divennero pietanza appannaggio solo dei più ricchi. Fu allora infatti che le famiglie iniziarono a produrre la pasta in maniera casalinga, mentre i maccheroni, dovendo essere comprati, avrebbero comportato ulteriori spese.

 

Quaglie in sarcofago:

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Questa, come potrete intuire, non è una quaglia in sarcofago. A voi il gusto della scoperta.

Nel 1987, l’Oscar per il Miglior Film Straniero andò a una pellicola danese tratta da un racconto di Karen Blixen: Il pranzo di Babette, dove una cuoca francese è costretta a fuggire in uno sperduto paesino nordico abitato dai membri di una comunità religiosa puritana.

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Stéphane Audran è Babette

 

Quando vince alla lotteria, la donna decide di festeggiare dando un grande pranzo. Le due anziane sorelle alla guida della comunità oppongono resistenza, temendo che le gioie del palato possano far perdere la retta via della sobrietà. Ma i piani di Babette vengono realizzati, e il pranzo si chiude in un trionfo.

 

 

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La portata principale di questo pasto regale salta vistosamente all’occhio: quaglie in sarcofago, sarebbe a dire, quaglie al forno ripiene adagiate su un nido di pasta sfoglia (che, appunto, dovrebbe dare l’impressione di una bara aperta).

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Queste sono quaglie in sarcofago. No, non un savarin. Ops.

E io vorrei che quei simpatici convitati mi insegnassero a mangiare il pollame come galateo comanda, acciderbolina. Io non posso fare a meno di fare ricorso alla famosa leccata di dita.

Courtesan au chocolat:

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Avete capito benissimo, l’esperta del blog non sono io, ma oggi parliamo anche di Wes Anderson e di quello zucchero filato che è Grand Budapest Hotel. Come ben saprà chi ha amato questo film, candidato agli Oscar del 2015, tra gli altri, come Miglior Film, uno degli snodi fondamentali della vicenda (e più non mi addentro) si svolge proprio grazie all’intervento provvidenziale di un certo tipo di pasticcino, i Courtesan au chocolat.

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I contenuti speciali dell’edizione in DVD rivelano tutti i segreti, sospesi tra finzione e realtà, di queste deliziose torrette di bignè.

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Saoirse Ronan è la pasticcera Agatha.

Innanzitutto: il set per la pasticceria Mendl’s è stato allestito in una latteria storica tedesca, la Pfunds Molkerei. Perciò, sì, dovete immaginarvi che tra tutte quelle piastrelle preziosamente colorate vengano di norma vendute, al banco, invitanti forme di formaggio (et affini).

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Secondo: sembra che l’idea sia stata derivata dalle creazioni pasticcere del Pantarelli, cuoco fiorentino alla corte di Francia, che nel 1540 inventò, in onore di Caterina De’ Medici, dei mignon chiamati Religieuses. Che di altro non erano fatti che di pasta choux (per parlarci chiaro, quella dei bignè).

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Terzo: la ricetta segreta è stata divulgata sui principali mezzi di informazione di massa. Alcune dosi potrebbero però essere imprecise. Il vecchio Mendl aveva dato precisi ordini affinché non fosse mai resa nota al pubblico.

{Ma, se posso permettermi, le uova alla pasta choux aggiungetele una alla volta. Eh.}

Quarto: qualsiasi chef pâtissier che si lordasse come Saoirse nel preparare queste semplici (per quanto scenografiche) composizioni verrebbe bandito a vita dall’albo di categoria. Perdoniamo Wes solo per la grazia che ha saputo tirare fuori dalla giovane attrice.

E infine:

Dopo il dulcis in fundo (malamente ripetuto), rimane solo un’ultima domanda: che cosa c’è effettivamente nel Latte Più di Alex? E soprattutto: dov’è il più vicino Korova Milk Bar alla mia posizione attuale sul satellite?

E dunque: avrei voluto, come mio consueto costume, lasciarvi una ricettina, un consiglio culinario sul quale rimuginare. Ma ho visto così tanto cibo rivedendo il pezzo che mi è venuta la nausea. Ma in fondo, è risaputo: non di solo pane vive l’uomo. Anche di belle inquadrature che lo ritraggano.

Perciò, fino al nostro prossimo incontro,

Enjoy!

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