Hereditary: il (non) capolavoro amato da tutti

Hereditary è il nuovo film horror che ha stupito il pubblico di tutto il mondo, diretto dalla mano di Ari Aster e con il cast condito da attori più o meno noti, quali Toni Collette, Gabriel Byrne, Milly Shapiro e Alex Wolff

 

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Mi trovo un pochino in difficoltà a parlare di questa pellicola, perché ho dentro di me sensazioni contrastanti. Mi fa piacere che un horror confezionato così bene abbia incassato abbastanza, però.
La gente è totalmente impazzita per questo film, prendendo elogi da critica e pubblico, arrivando anche ad essere definito come “nuovo L’Esorcista“, insomma, innalzandolo immediatamente a capolavoro.
Andiamoci piano e svisceriamo la cosa “step by step”.

La trama si presenta immediatamente come un tipico “dramma familiare”: il film inizia con i protagonisti della vicenda che devono recarsi al funerale della madre della nostra protagonista, Annie Graham (Toni Collette). Con lei vengono mostrati subito il marito Steve (Gabriel Byrne), il figlio Peter (Alex Wolff) e la figlia minore Charlie (Milly Shapiro).
La famiglia non pare realmente sconvolta dalla morte della anziana signora, ad eccezion fatta per la piccola Charlie, la quale verrà svelato in un dialogo immediatamente successivo tra lei e la madre fosse la nipotina prediletta della nonna.
A una settimana dal funerale il cimitero chiama Steve comunicandogli che la tomba della nonna è stata profanata e non riescono a trovare più il corpo. Da lì in poi cominceranno ad accadere gli avvenimenti che ci porteranno passo passo, tra gioie e dolori, verso la conclusione del film.

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Innanzi tutto cerchiamo di capire perché ho detto di andarci piano all’inizio di questa recensione. Il termine “capolavoro” viene spesso caricato di una potenza iperbolica per definire un prodotto che ha saputo stupirci e che tocca le nostre corde in maniera tutt’altro che superficiale. Vi è un grave problema di concetto, però: un capolavoro non può essere definito tale nel momento in cui il “lavoro“, appunto, esce. Questo semplicemente perché un’opera può essere definita CAPOlavoro, se fa da CAPO a qualcosa che verrà dopo, se verrà preso come esempio da qui a una decina d’anni per creare delle opere simili, opere che dovranno sempre avere un confronto diretto con l’opera somma, con il capolavoro appena citato, appunto.
Hereditary non è affatto un capolavoro e voglio cercare di spiegarvi il perché.

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Se dal punto di vista tecnico vediamo un grandissimo lavoro da parte di Ari Aster, con bellissimi guizzi di regia e soluzioni di montaggio visivo e sonoro parecchio interessanti, la sostanza zoppica un pochino. Un comparto tecnico eccelso non riesce (quasi) mai a salvare la riuscita di un film, se non è accompagnato da una sceneggiatura con delle basi solidissime. Il problema di questo film è proprio la sceneggiatura costruita in maniera molto sinistra e con forti riferimenti alla predestinazione tipica della tragedia greca Euripidea, ma che risulta essere come un magnifico mazzo di carte che vola sospeso per aria, sostenuto da una forza mistica, alla quale mancano gli appoggi col terreno per rendere “comprensibili” le soluzioni che vengono fornite durante tutto il film.
La cosa più grave, però, non è una delle soluzioni che vengono raccontate, ma l’avvenimento che sembra scatenare tutta quanta la vicenda. Non posso rivelarvelo, per evitare qualsiasi tipo di spoiler, visto che questo film è pieno zeppo di avvenimenti che sbaragliano le carte in tavola, ma sembra che tutta la vicenda capiti quasi “per caso”. E ho visto benissimo anche io un certo sigillo su un certo lampione della luce, ma non viene detto da nessuna parte che gli eventi in questione possano essere pilotati in qualche modo da chi sappiamo noi.
Non avete capito nulla della mia ultima frase? Tranquilli, è un messaggio riferito a chi il film l’ha già visto. Per tutti gli altri, invece, quando uscirete dal cinema, tornate pure a parlarne con me.

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Insomma, cerchiamo di stare con i piedi per terra e godiamoci questo film per quello che è: un horror grandioso dal punto di vista tecnico e visivo, con immagini inquietanti e fortemente d’impatto, ma che non va oltre una sufficienza abbondante a causa della sua sceneggiatura troppo spesso banalmente semplificatrice.

Ditemi che ne pensate, perché questa volta si parla di un film molto chiacchierato.
Dōmo arigatō, e alla prossima.

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