10 film per staccare da tutto

Voglia di sentirvi ancora un po’ in vacanza? Seguite la nostra nuova classifica! Troverete consigli corredati da brevi direttive su cast e trama dei film.

Vi parrà forse strano, se siete tra gli assidui avventori del blog, che sia proprio io a firmare una classifica del genere. Ma è la fine dell’estate, e anche il mio cervello è ancora fresco e rilassato di vacanza. Quindi potremmo raggiungere un compromesso: addio all’hy(p)steria per un momento, e fidatevi di me quando vi propongo questa lista di film (più due serie; sono tutti molto dei ‘classici’ a dire il vero, ma gli ultimi strascichi di canicola potrebbero essere l’occasione giusta per recuperarli) da godervi per “stare senza pensieri”.

Basta che funzioni (Woody Allen, 2009)

Boris Yelnikoff è un luminare della Fisica, ex-professore della prestigiosa Columbia University. Come tutti i ‘geni’, il suo problema principale è l’eccessiva dose di razionalità con cui non può fare a meno di condire ogni istante della sua esistenza. E proprio per questo, per convincersi a rimanere attaccato alla vita, cerca quella cosa che “funzioni”, senza ulteriori pretese.

Conclusione meno scabrosa del solito per le ironiche schermaglie verbali tra i sessi, tipica caratteristica di Allen. Che siate in cerca di una storia estiva o che il partner vi abbia mollato perché era in cerca di una storia estiva: questo è ciò che fa per voi.

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Senza contare che ci piace ricordare Evan Rachel Wood nella versione pre-Westworld.

Jackie Brown (Quentin Tarantino, 1997)

Ma come, già al secondo film andiamo male, direte voi. Quentin Tarantino in una classifica di film per rilassarsi? Ebbene, sì. Perché Jackie Brown si fa riconoscere come sua pellicola più per le scelte tecniche, il tema di intrigo malavitoso e l’amore per il cibo da fast food che per la consueta cascata di sangue a cui in seguito ci ha abituati.

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Pam Grier è Jackie Brown

La trama è la vicenda di un gruppo di trafficanti di droga con a capo l’immancabile Samuel L. Jackson; i loro giri vengono scoperti, e devono trovare un modo per farla franca. Non vi rovino il film, in quanto è abbastanza palese, se vi anticipo che viene inserita anche un’autentica storia d’amore.

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MA: non tra loro due

Recitazione impeccabile per il cast – variamente candidato e/o vincitore di premi internazionali -, tra cui spiccano anche i nomi di Robert De Niro, Robert Forster, e Micheal Keaton.

Julie & Julia (Nora Ephron, 2009)

Ve l’ho appena citato nel pezzo sul cibo da film (lo trovate qui), e non potevo esimermi dal reinserirlo in questa classifica. Spero che per questa volta mi perdonerete la mancanza di originalità. Eppure mi sono sentita in dovere di farlo, e ve ne do ragione così: mi pare che questo film possa inserirsi tra gli emblemi del film leggero, quello bello, che non lascia l’amaro in bocca (leggasi: che è fatto abbastanza bene da non scoprirsi come, appunto, film leggero).

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Meryl Streep e Stanley Tucci nel film

E quali sarebbero gli elementi-chiave di questo tipo di prodotti? A mio parere, innanzitutto, il cast: composto da attori rinomati, di fama; che, in soldoni, sappiano recitare, e anche bene. Stanley Tucci, Amy Adams, e Meryl Streep, nel nostro caso, penso possano soddisfare questi requisiti (tra l’altro l’accento della Streep nell’imitare il buffo modo di parlare della vera Julia Child è e p i c o).

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Amy Adams è Julie

Al secondo posto metterei il tema: dev’essere qualcosa che ti possa far sentire arricchito alla fine, insomma dovresti poter dire “beh sì dai il film era quello che era, però ‘sta cosa cavoli era davvero interessante…”. E direi che la scoperta, anche solo nominale, di alcune ricette della cucina francese, insieme a un ritratto del personaggio della famosa cuoca americana, possa essere abbastanza (P.S. Non odiatemi, non ho inserito biopic di Clint; ma fate come se l’avessi fatto).

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Il terzo requisito, vabbè, è banale: deve finire bene, e ci devono essere dei personaggi carini e simpatici.

Guida galattica per autostoppisti (Garth Jennings, 2005)

Non so, penso che questo film abbia una nuova rilevanza oggi. Mi azzarderei a definirla una specie di distopia furbescamente demenziale.
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Adattato per il grande schermo di una “trilogia radiofonica in cinque puntate”, scritta da Douglas Adams per la BBC nel 1980, è ormai diventato un cult dei giorni nostri, con citazioni che non ci escono più dalla testa. Una su tutte il numero 42. Ma anche i delfini parlanti e l’universo nato da uno starnuto possono essere degli spunti costruttivi.

E ricordate: non partite per un Ristorante alla fine della galassia se non siete sicuri della direzione.

Frankenstein Junior (Mel Brooks, 1974)

Se avessi avuto abbastanza spazio, avrei inserito senza esitazione l’intera filmografia di Mel Brooks in questo elenco. Genio assoluto della comicità di matrice ebraica secondo i più insigni critici antropo-cinematografo-etnografici del mondo in prospettiva post-strutturalista (la sottoscritta), il regista infilza nel suo quarto lavoro una perla di comicità dopo l’altra, producendo nello spettatore una catena a risata infinita estremamente pericolosa per il benessere del di questi addome.

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Prendendo ovviamente spunto dalla materia (grigia; “abnormal”) del celebre romanzo di Mary Shelley, la trama tratta le vicende transilvane (unendoci dunque un’eco draculesca) di Frederick Frankenstein, nipote del Doktor Frankenstein, al secolo Victor. Le figure di contorno al compianto Gene Wilder sono studiate a puntino: dalla sexy assistente Inga, passando per il gobbo Igor, fino alla caratterizzazione del mostro stesso.

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I doppi sensi e i giochi di parole sono ovunque, e in ogni componente del linguaggio cinematografico. Proprio per questo spero che tra voi auspicati lettori ci siano altri linguisti come me con il pallino della traduzione: perché il lavoro della squadra che ha scritto lo script italiano è stato, a mio avviso, geniale. Vi ci faccio un pezzo prima o poi, ve lo prometto.

Scusate, non ho resistito:

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Benvenuti a Zombieland (Ruben Fleischer, 2009)

Va bene lo ammetto, questo è demenziale. Ma è anche apprezzabilmente pieno di citazioni. E c’è anche Emma Stone prima che le major si appropriassero del tutto della sua immagine.

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Stati Uniti, atmosfera post-apocalittica: un consumo di massa di carne infettata dal virus della mucca pazza ha portato allo sviluppo di curiosi ceppi collaterali, ovvero il virus della persona pazza e in seguito quello dello zombie pazzo. Questo il contesto in cui Tallahassee, alias Woody Harrelson, e Columbus (Jesse Eisenberg) si incontrano, decidendo di unire le forze per conseguire i rispettivi obiettivi: l’uno, trovare un esemplare di Twinkie; l’altro, raggiungere la città omonima per ritrovare i suoi genitori.

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Questa è una confezione di Twinkies

E poi c’è Bill Murray, che interpreta se stesso.

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Quattro matrimoni e un funerale (Mike Newell, 1994)

Poteva, e dico sarebbe potuto mancare un titolo che non rimandasse all’innocenza furbesca del giovane Hugh Grant? NO. Anche perché le commedie all’inglese che gli hanno cucito addosso (cfr. Notting Hill, anche se un po’ meno all’inglese) vengono ormai considerati degli Imprescindibili della pop culture.

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Qui il ruolo in questione è quello di Charles, goffo e irriducibile scapolo, le cui vicende vengono raccontate, insieme a quelle dei suoi amici, appunto attraverso cinque momenti: quattro felici (?), uno un po’ meno (??).

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E ok è un film da femmine. E ok è zuccheroso. E ok ci sono cose che fanno poi tanto ridere. Ma il finale un sorrisetto compiaciuto lo riesce sempre a strappare. [OFF-AIR: Balle! Mi hanno obbligato a inserirlo! Balle, lo giuro! Balleeeee!]

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Ritorno al futuro (Robert Zemeckis, 1985; trilogia)

Ecco, adesso so che cosa sta per succedere. Avrò il tempo di contare fino a un millesimo di tre e poi si scatenerà il fuoco dei fans. E parliamoci chiaro: io adoro questo film. È stato parte della mia infanzia, e uno dei miei sogni più reconditi (di cui, intuibilmente, vado ora a rendervi partecipi) è trovare un soggetto umano che mi corteggi a ritmo di rock e sottofondo di The Power of Love (Huey Lewis & The News).

E quando penso alla mia macchina ideale Spostati Tesla io voglio solo una Deloriànn (cit. Ammore e Malavita). E il grado a cui è arrivato a impregnarmi l’immaginazione è a dir poco pericoloso.

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Eppure. È un bel film leggerotto, con alla base una bella storia da raccontare. Ecco, nulla di più, una bella storia. Per questo avrei potuto inserirlo solo in questa classifica. Ammetterete che stacca una bella differenza con, vediamo, Apocalypto. Tra l’altro, credo di dovere molto agli sceneggiatori: è grazie a loro che ho piantato precocemente le basi per riuscire in più matura età a comprendere i salti e le conseguenze temporali di, diciamo, prodotti come Dark.

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Christopher Lloyd è Doc.

E la trama non ve la riassumo. Così magari andate a (ri)guardarvelo davvero.

Lie to Me (2009 – 2011, tre stagioni; serie TV)

Per quanto abbia ancora il dubbio – perché mai completai la visione – che forse alla lunga avrebbe potuto stancare per la ripetitività delle situazioni che proponeva; Lie to Me si presenta con un godibilissimo (e vagamente più sexy che quando fa il buzzurro per Tarantino) Tim Roth nei panni di Cal Lightman, studioso di cinesica che collabora con varie indagini di polizia.

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La serie, che si ispira a metodi d’indagine effettivamente applicati, procede per episodi staccati per trama e azione, tenuti insieme da fili sotterranei sul passato misterioso di Lightman stesso e sulle varie relazioni tra i personaggi tutti.

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Vi troverete inevitabilmente, dopo appena qualche puntata, a chiedervi quanti segnali lanciate inconsciamente nell’aria. O se la prossima volta riuscirete a beccare il vicino che vi ha rubato la posta da come tiene le labbra. Non iniziatela dunque, vi consiglio, se avete una vita sociale particolarmente intensa.

Rick & Morty (2016 – ?, giunta alla terza stagione; serie TV)

Inizio con il dire che questa serie animata ha ricevuto il 100% di consensi su Rotten Tomatoes. Che comunque non fa mai male come biglietto da visita.

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Ideata da uno spin-off finito male di Ritorno al futuro (colpo di scena), la serie tratta delle astruse avventure spazio-tempo-dimensionali di Morty, bambino pacioccone, e Rick, suo squinternato e, sembrerebbe, geniale nonno. Più visionaria di Simpsons, Griffin, e compagnia bella, viene non per nulla fatta rientrare nel genere del cosmic horror. Che cosa poi ben sia, io non l’ho ancora capito.

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So solo che questa serie mi ha stregato. E che il sapere di non poterla guardare offline su Netflix (dove viene trasmessa) è peggio che la pioggia imprevista sulla grigliata di Pasquetta. È un prodotto eccessivo, sotto molti punti di vista, a partire dalla scelta di resa grafica di personaggi e ambienti. Ma se riuscirete a rompere il ghiaccio, vedrete che diventerà il vostro migliore amico.

Non vi svelerò che, a parte il pilot della prima stagione, tutti gli episodi si concludono con una scena finale dopo i titoli di coda. No, non lo farò.

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Direi che è stata una degna conclusione per l’ultima classifica Intoccabile. Fatemi sapere che cosa ne pensate. Tra parentesi, tutto quello che vi ho consigliato è reperibile su Netflix.

Enjoy!

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