Lucky, il malinconico ritratto della senilità

Nelle sale italiane, con “solo” un anno di ritardo, potete trovare il film con cui John Carrol Lynch inizia la sua carriera da regista.
Lucky racconta la storia di un novantenne – interpretato da un enorme Harry Dean Stanton – e della sua lotta interiore contro l’invecchiamento fino ad arrivare alla sua completa accettazione.
Nel cast: Harry Dean Stanton, David Lynch e Ron Livingston.

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Prendete Harry Dean Stanton e fategli fare l’interpretazione della vita, quella che racchiude in un’ora e mezza tutta la sua magnifica carriera cinematografica.
Prendete una cittadina al confine con il Messico e riprendetela con la morbida luce dell’alba e con la calda atmosfera del crepuscolo.
Prendete la storia di un anziano narrata con una dolcezza disarmante, messa in scena benissimo, fotografata alla perfezione e recitata divinamente.
Ecco, adesso avete tra le mani Lucky.
Stanton interpreta Lucky, un ateo novantenne ancora in forma e nel pieno delle sue facoltà mentali, che vive la sua vita da anziano come se fosse una normale routine. Si alza dal letto, fa esercizi per tenersi in forma, va al bar a fare le parole crociate, segue i quiz a premi in tv e la sera si reca sempre nello stesso pub a scambiare due parole con gli amici di sempre. Tra questi vi è Howard – interpretato da David Lynch in persona – un amico di Lucky molto meno cinico di quest’ultimo nei confronti della vita e perennemente angosciato dalla scomparsa del suo migliore amico Presidente Roosevelt, una testuggine centenaria.

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In un mondo dove ci si chiede cos’è il realismo – e si trova una risposta – il personaggio di David Lynch sembra quasi stonare, quando in realtà è perfettamente coerente con lo spirito del film. La scomparsa della testuggine infatti porterà a una profonda riflessione sulla mortalità dell’uomo rispetto alla longevità dell’animale e alla sua capacità di resistere a ciò che uccide l’essere umano.

Realismo è il saper accettare una situazione così com’è. Ma quello che vedi tu non è quello che vedo io.

Lucky non è per nulla preoccupato dall’avanzare inesorabile dell’età, finché un giorno non succede l’impensabile. Cade a terra perdendo i sensi e l’unica diagnosi che i medici sanno fornirgli è la più semplice del mondo: sta invecchiando.
Da qui parte un lungo viaggio spirituale che porterà Lucky ad una serena rassegnazione della realtà, insieme all’accettazione della morte con un sorriso stampato in volto.
Tra canzoni di Johnny Cash, assoli di armonica, sigarette e alcol, si dirama la storia di Lucky e del suo microcosmo di bizzarri personaggi, in un’atea ricerca del significato della morte e dell’immortalità.
L’anziano e abitudinario Lucky, la testuggine Presidente Roosevelt e il secolare cactus, che fa capolino sul finale del film, sono tre esseri vecchi e longevi, ma gli unici che possono pensare di fare piani per il futuro – che rimane comunque incerto – sono gli ultimi due, perché ormai Lucky ha accettato ciò che lo attende. E così, mentre Lucky/Stanton sorride al cactus, sullo sfondo passa una tartaruga di terra che forse potrebbe proprio essere quella di Howard. Ma chissà, alla fine non è importante: se è scappata è sicuramente perché aveva qualcosa di importante da fare e se vorrà tornare, la strada di casa la conosce.

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