Mary Shelley: un Dawson’s Creek ottocentesco

Mary Shelley: un amore immortale è un film biografico, ispirato alla vita della famosa scrittrice gotica, nonché autrice di Frankenstein e alla sua relazione con il poeta romantico Percy Bysshe Shelley. Diretto dalla regista iraniana Haifaa Al Mansour, nel cast troviamo Elle Fanning, Maisie Williams, Tom Sturridge, Douglas Booth, Ben Hardy e Stephen Dillane.

3…2…1…SIGLA!

Era doveroso cominciare l’articolo con un bel “ANAUNAUEIIIII!!!” direttamente da Dawson’s Creek, perché mi sembra il paragone più azzeccato con questa nuova pellicola.

Esatto. Immaginate Dawson’s Creek, ambientato nell’ottocento, con una leggera tinta dark ed eccovi servito il nostro film.

La recensione è finita, andate in pace.

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Come dite? Non vi basta e volete una critica argomentata? Ok.

Partiamo da una piccola digressione: chi è la nostra amica Mary Shelley?

Vissuta tra il 1797 e il 1851, la cara vecchia Mary è un pezzo grosso della letteratura britannica, nonché colonna portante del genere gotico. Il suo nome richiama subito a “Frankenstein”, l’opera che ha portato la scrittrice nell’Olimpo degli autori.

Non abbiamo di fronte una semplice donna dai gusti un po’ inquietanti e il talento per l’horror. No, signori miei.

La Shelley fu una vera e propria rivoluzionaria, che potrebbe ancora bagnare il naso a molte femministe. Una progressista, nata e cresciuta a pane, libri e filosofia.

Senza contare che, grazie al suo Frankenstein, ha acceso la scintilla che avrebbe dato vita alla futura fantascienza.

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Da questo incredibile personaggio, cosa emerge dalla Shelley interpretata (ignobilmente) da Elle Fanning?

Una ragazzina in preda alle crisi adolescenziali, soggiogata dall’amore per il fanciullo bello e tenebroso in pieno stile Twilight, ma senza sbrilluccichii.

La storia d’amore con Percy Shelley è quindi il perno su cui volge l’intera trama, tralasciando o trattando con molta superficialità tutto ciò che caratterizza appieno la protagonista e la sua carriera letteraria.

La sceneggiatura è debole, sciatta e priva di coraggio. Veicola un messaggio a mio avviso sbagliato e pressapochista sia per quanto riguarda la Shelley come persona, ma soprattutto riguardo gli ideali di cui è portatrice.

Haifaa Al Mansour, come regista donna (ed anche iraniana) aveva l’occasione della vita per poter costruire attorno al personaggio della Shelley un manifesto sulla libertà intellettuale della donna ed invece sbaglia non solo in questo, ma anche nel ricreare un atmosfera che di gotico ha soltanto la parvenza.

Praticamente è come mangiare la pizza in un fast food.

Con sopra l’ananas.

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RiccioRob

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