Dark Crimes: come rendere monotona una storia tutt’altro che ordinaria

Dark Crimes (o True Crimes), film del 2016 che vede alla regia il greco Alexandros Avranas, con una trama intrigante, basata su un articolo pubblicato da David Grann. Nel cast Jim Carrey, in un ruolo anomalo per l’attore, Robert Wieckiewicz, Agata Kulesza, Charlotte Gainsbourg e Marton Csokas.

Dark Crimes è stato visto in anteprima mondiale nel 2016, al Warsaw International Film Festival; in poche sale americane è stato portato solamente a Maggio 2018, in quelle italiane a Settembre.
Perché aspettare così tanto a distribuire una pellicola? Dopo la visione mi sono fatta un’idea, ma proviamo ad affrontare insieme la questione.

Dark Crimes vede alla regia Alexandros Avranas – principalmente conosciuto per Miss Violence (2013) – e trae ispirazione da un articolo pubblicato sul The New Yorker da David Grann.

Produzione Stati Uniti e Polonia, ambientato in Polonia: formalmente se ne parla come di un thriller – io, di questo, non sono troppo convinta.

Il protagonista della pellicola è Tadek (Jim Carrey), un poliziotto apatico, rovinato dalle sue stesse ambizioni, che per concludere brillantemente la propria carriera decide di prendere in mano un vecchio caso irrisolto poiché convinto di aver trovato una pista: infatti, in uno dei romanzi di uno scrittore piuttosto blasonato, Kozlow (Marton Csokas), è descritto nei minimi dettagli (incluse informazioni riservate alla polizia e che nessuno avrebbe dovuto sapere) l’omicidio di un uomo, abitué di locali a luci rosse per sadomasochisti.

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La pellicola si basa su un fatto di cronaca realmente accaduto, intrigante, che avrebbe potuto dare molti spunti registici e che, soprattutto, ha messo sul tavolo da gioco tutte le carte necessarie per rendere Dark Crimes un giallo drammatico e ricco di suspance. Inutile dire che con queste premesse non ho potuto esimermi dalla visione del film che, però, si è rivelato un’occasione sprecata.

L’interpretazione ottima di un Jim Carrey che non siamo soliti vedere non è riuscita a salvare una sceneggiatura blanda, monotona e prevedibile. Non ci è riuscita nemmeno la manciata di buone scelte di regia e fotografia che, fortunatamente, ogni tanto compaiono, donando un po’ di respiro a uno spettatore che, annoiato, è vittima degli eventi più che partecipe del racconto. Viene inoltre reso pressoché impossibile empatizzare con anche solo uno dei personaggi: in extremis si cerca di rimediare a ciò lanciando la scena di una morte con una grande carica drammatica (e un’ottima interpretazione, questo bisogna ammetterlo), scelta che avrebbe funzionato, non fosse per il fatto che a morire sia un personaggio comparso a inizio pellicola per un minuto o due.

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Noia intervallata a scene del tutto inutili che di tanto in tanto sfiorano il ridicolo, come quasi tutte quelle ambientate nel club sopracitato, “The Cage”. Occasione ottima per portare sullo schermo metafore simboliche e allegorie su una società splendente all’esterno e marcia all’interno, per mostrare allo spettatore la depravazione che impregna le azioni e gli individui, che avrebbe dovuto mettere a disagio: una lente d’ingrandimento su una fetta di società esistente e malsana che aveva tutte le carte in regola per risultare disturbante. Questo, il regista e lo sceneggiatore, non sono riusciti a farlo, cadendo invece in una rappresentazione che, più che l’angoscia, fa nascere in coloro che sono seduti in sala la domanda “Era proprio necessario?”, e la risposta è negativa, dal mio punto di vista.

La Polonia descritta nel film è grigia, fredda e inospitale, a rappresentare tanto un paese vittima di una storia difficile, quanto il declino di una parte di società, il cui massimo esponente, in Dark Crimes, è proprio il personaggio di Jim Carrey, anestetizzato da ambizioni che non fanno altro che fargli perdere persone a lui care, nel tentativo di riavere una credibilità negli anni svanita. La linea tra la buona riuscita di questa metafora e un cumulo di stereotipi che la rendono parodia di sé stessa, è molto sottile: a volte, purtroppo, il confine viene superato.

Ho apprezzato comunque una palette cromatica pressoché costante, inquadrature spesso simmetriche, movimenti di macchina non troppo interessanti ma adeguati al racconto. Più di tutto, una nota di merito va a un’interpretazione degna di nota di un attore che siamo abituati a vedere in ruoli di gran lunga diversi rispetto a questo, per nulla aiutato dalla scrittura del personaggio, che avrebbe potuto indagarlo maggiormente. Il regista invece pare essersi soffermato molto di più sulla psicologica caratteriale di Kasia, la compagna dello scrittore incriminato, con risultati molto più interessanti e meno scontati.

Avranas ha a suo svantaggio il paragone ovvio con il suo connazionale, Yorgos Lanthimos, che è stato nelle sale recentemente con Il Sacrificio del Cervo Sacro (qui la nostra recensione): si scontra non solo con uno stile e un’estetica già formata, ma una regia molto più matura, anche in dettagli apparentemente superflui. Basti pensare all’apatia di Steven (Colin Farrell) nell’ultima pellicola di Lanthimos, studiata e portata la limite del disturbante, e confrontarla con quella di Tadek in Dark Crimes.

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Una pellicola probabilmente riportata a galla dopo due anni solo per il nome di Jim Carrey: flop assicurato al botteghino? Chi lo sa.

Di certo da rivedere completamente, a partire dalla sceneggiatura.

Alla prossima!

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Aurora

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