Sulla mia pelle, un’amara riflessione sull’essere umano

Sulla mia pelle, che vede alla regia Alessio Cremonini, è uscito il 12 Settembre su Netflix. La trama ci racconta gli ultimi sette giorni di vita di Stefano Cucchi, interpretato da Alessandro Borghi, che al suo fianco nel cast ha Max Tortora, Jasmine Trinca, Milva Marigliano e Orlando Cinque.
Dopo aver fatto tanto parlare durante Venezia 75, fa parlare anche noi in questa recensione.

Bene o male? Buono o cattivo?

Esiste una verità?

Stefano Cucchi, geometra romano, muore a trent’anni il 22 ottobre 2009, durante la custodia cautelare, dopo essere stato trovato in possesso di hashish e cocaina.
Sulla sua pelle i lividi causati da un atto di prevaricazione da parte dei carabinieri di turno quella notte di sette giorni prima.

Sulla mia pelle è un film del 2018 diretto da Alessio Cremonini, in apertura della sezione “Orizzonti” alla 75° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, e racconta proprio gli ultimi sette giorni di vita (o di morte) di Stefano Cucchi, interpretato da un enorme Alessandro Borghi.

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È proprio basandosi sull’ambiguità di un caso di cronaca che si è fatto strada nelle case degli italiani, sulle controversie, sull’impossibilità di definire buono e cattivo, di dividere i ruoli, che Cremonini basa questa pellicola. Racconta sia i fatti, sia come questi ultimi abbiano avuto impatto non solo su Stefano, protagonista indiscusso, ma anche su tutti coloro che girano attorno a lui.
Una pellicola con un solo centro attorno al quale, come pianeti, gravitano così tanti personaggi che perdiamo il conto, così tante forze dell’ordine, così tanti medici, e ognuno di loro è un po’ diverso dagli altri, ognuno di loro rappresenta ciò che di buono e ciò che di marcio c’è in una categoria di persone, come a sottolineare quanto tutti siano diversi.

In primis Stefano, controverso e ambiguo, che fa scelte sbagliate come tutti gli esseri umani, che ha paura come tutti gli esseri umani – a maggior ragione lui, che già si trova in una posizione di svantaggio: il film non gli regala niente, non vuole stravolgere i fatti o raccontare una storia falsa, ed è proprio questo il suo punto di forza. Ci racconta uno Stefano che, lasciandosi trascinare dall’impulso, con sussurri e azioni biasimabili si pone contro i carabinieri e i medici. Uno Stefano che è un po’ tutti noi, e che un po’ tutti noi vorremmo prendere e supplicare di stare in silenzio, perché conosciamo il suo destino.

Un’ora e quaranta di film in cui lo spettatore riceve una lenta pugnalata nello stomaco, in cui sa bene da che parte stare, anche se nulla è esplicito. Cremonini non si pone in modo onnisciente alla storia, ci consegna i fatti nudi e crudi – lui e la sceneggiatrice, infatti, hanno letto pagine e pagine di verbali proprio per creare un prodotto vero –, ma si percepisce la paura dagli sguardi, dalle azioni, dai lividi, dal viso scavato e dalle costole che cominciano a intravedersi sotto la pelle di Stefano.
Sulla mia pelle è ben scritto e ben girato. Il ritmo è incalzante e scandito perfettamente per tutta la durata del film, in cui tra le altre cose non mancano inquadrature interessanti e una fotografia evidentemente studiata. La prova attoriale di Alessandro Borghi è notevole e difficilmente dimenticabile, si sposa inoltre perfettamente con quelle dei personaggi “minori” che girano attorno a Stefano, a partire dalla sua famiglia.

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Sulla mia pelle è un film che fa arrabbiare tutti con Stefano, con la sua famiglia, con le forze dell’ordine, con la storia.
Ma fa arrabbiare addirittura qualcuno con il regista: perché nemmeno stavolta i leoni da tastiera si sono limitati a guardare e riflettere.

Mi rendo conto della difficoltà di accettare una realtà amara, uno spaccato grigio su un’Italia che non vorremmo esistesse e un caso di cronaca che per anni ha avuto una risonanza decisamente importante: da qui a negare ce ne passa, da qui a condannare un film che vuole riportare i fatti – senza abbellirli o enfatizzarli, solo lasciandoli da un punto di vista che per ora non abbiamo mai avuto, ma che senz’altro è esistito, e su questo tutti possiamo concordare – non solo ce ne passa, ma sfiora il ridicolo.

Il film è di parte, ma non colpevolizza nessuno e nemmeno vuole eliminare le colpe di Stefano Cucchi: non si tratta di volerlo redimere quanto di fargli giustizia, raccontando la verità. Sulla mia pelle non punta il dito contro nessuno, e proprio per questo è così faticoso da digerire e assimilare.

Di certo è difficile ammettere che anche coloro che dovrebbero difenderci, spesso e volentieri prendono il proprio potere e ne abusano come se fosse un gioco, come se non ne andasse di mezzo la vita degli altri – spesso di persone in difficoltà; e sicuramente per molti è difficile ammettere che un tossicodipendente, in fondo, possa essere stata una persona migliore di quei grandi uomini in divisa.

È difficile perché non siamo abituati a prendere i fatti e giudicarli solo in relazione a essi stessi, ma dobbiamo per forza di cose fare paragoni e generalizzare. Come se si potesse generalizzare sulle persone.

È quando scatta il meccanismo mentale che porta al ragionamento riguardo il buono e il cattivo, che ci si rende conto realmente di quanto il lavoro sia di scrittura che di regia sia ottimo, tipico di prodotti cinematografici che in Italia finalmente cominciamo a rivedere.

E quanto è bello sentirne parlare: perché non è solo un film che fa riflettere, ma è anche girato bene, scritto ancor meglio, con una fotografia claustrofobica e angosciante (si pensi, ad esempio, alla scena nell’ascensore). Vediamo sempre e solo interni, dall’automobile, alla casa, alla cella, all’ospedale, al tribunale: e nel momento in cui c’è un po’ d’aria è come se anche lo spettatore prendesse un grande respiro insieme a Stefano.

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Alessandro Borghi è diventato Stefano Cucchi, gli ha dato voce. Alessio Cremonini e Lisa Nur Sultan, la sceneggiatrice, hanno scritto tutto quello che dovremmo sapere.

Sta a noi, ora, fare un passo indietro e ragionare.

Concludo con le parole che Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano, ha pronunciato dopo la proiezione del film:

Per tanti anni si è cercato di cancellare questa storia, la verità nella sua drammatica semplicità. Quando ho saputo dell’intenzione di realizzare questo film ero spaventata perché stavo mettendo la nostra storia e il nostro dolore nelle mani di qualcuno che non conoscevo nemmeno. Oggi posso dire che non potevo metterlo in mani migliori. Questo film è ciò che dovevo a mio fratello.

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A tutti gli effetti un film da vedere, per rivalutare le proprie idee o anche solo per poter apprezzare un ottimo prodotto cinematografico italiano.

Alla prossima!

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Aurora

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