Un affare di famiglia, o ‘la profondità della leggerezza’

La Palma d’Oro di quest’anno incanta con gesti cinematografici calcolati al millimetro, un cast di performance magistrali e la trama più semplice e disarmante: quella dei punti scoperti dell’animo umano. Ecco a voi una recensione.

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Casa è dove il cuore è. Casa è dove il wifi si connette automaticamente. Casa è dove alla domenica ci sono le lasagne (perdonatemi la deformazione regionale). Anche se più spesso ultimamente le abbiamo al sabato. Casa è. Casa.

Un affare di famiglia – ma il titolo originale sarebbe, letteralmente: “taccheggiatori” – è l’ultimo lavoro del nipponico Kore-Eda Hirokazu, premiato con la Palma d’Oro all’ultima edizione del Festival di Cannes. Il sipario si apre sul supermercato di una non meglio specificata città del Giappone, dove quelli che a tutti gli effetti apparirebbero come padre e figlio stanno integrando il carrello della spesa con un paio di articoli fatti scivolare con noncuranza dentro tasche e zaini. Il colpo fila liscio; e la macchina da presa continua a seguirli sulla via del ritorno alla fine della giornata. Durante il percorso notano che, in una delle abitazioni che superano, c’è una bambina tutta sola, apparentemente abbandonata al suo destino. Decidono dunque di portarla con loro: quella sera avrà compagnia e un pasto caldo. La vicenda si sarebbe potuta risolvere in un eccesso di zelo da parte della coppia padrona di casa. Senonché, una volta pronti a ridarla alla sua famiglia, i due sentono grida di lotta provenire dall’interno dell’edificio. La piccola stessa, peraltro, non sembra essere entusiasta all’idea di tornare indietro. Osamu e Nobuyu, questi i nomi, decidono dunque di adottarla, e la dolcissima Yuri diventa il settimo inquilino delle loro sovraffollate, sovraffollatissime quattro pareti.

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La trama, da qui in poi, ruoterà attorno a vicende congegnate per far trapelare allo spettatore, nel modo più discreto possibile, informazioni circa lo stato attuale e passato di quell’agglomerato di esseri umani che, sotto un tetto, amano definirsi ‘famiglia’. Il pubblico, confrontandosi con le battute dei personaggi, riflette – il legame tra persone è più forte quando lo si è scelto; ogni legame è fondato su pure e semplici motivazioni economiche – e con lui riflette anche la cinepresa, arrivando a notevoli oggettivazioni di metafilmicità: in fin dei conti, possono i nostri occhi evitare di essere guidati passo passo dalla mano del regista? Il nostro sguardo sulla realtà è veramente critico o è influenzato da ben più fattori – e concomitanti – di quanto ci saremmo aspettati?

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Il mezzo tecnico segue a ruota questo raffinato intreccio di detto e mostrato grazie a una fotografia magistrale – che ci regala figure umane nitide al limite del disturbante, insieme a impeccabili controcanti di luci, ombre, e tonalità cromatiche – e a una meticolosa composizione scenica, la quale ci presenta essenzialmente due gruppi di ambienti: l’aperto, ma vagamente inquietante, e l’interno, sovraffollato di oggetti, otturato di gesti sgraziati eppure ancora, in qualche modo, rassicurante.

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L’insonne ronzio di sottofondo dei quartieri popolari esplode a tratti in un’inaspettata colonna sonora al limite tra il domestico e il totalmente alieno rispetto al contesto, dando il ritmo a una storia così semplice da risultare vera fino al disarmante: esistono il giusto e lo sbagliato? Quali sono gli elementi interiori che davvero ci definiscono? Quante persone siamo allo stesso tempo? Che ruolo gioca il passato nel presente?

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Il Giappone del regista non è invadente, mi spiego: dopo i primi dieci minuti – servono per ambientarsi a un cast composto unicamente da attori orientali, fatto a cui forse nel felice Occidente siamo abituati solo ancora per gli anime – che sia Tokyo, Bangkok, o Roma assume ben poca importanza. Partendo da una situazione locale si finisce a parlare, per dirla con i contemporanei di Shakespeare, di Everyman, di tutti e ognuno; e, proprio come nei drammi elisabettiani, non mancano momenti in cui la materia ‘alta’ viene alternata a quella ‘bassa’. Dal serio al faceto, dunque, passando per l’osceno: ogni componente di una diffusa quotidianità di vita associata viene tirata in causa.

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Un regista e il suo premio

Si esce stranamente leggeri dalla sala: diversamente che gli studi umani senza scrupoli di, diciamo, un Oestlund (per inciso, Palma d’Oro alla scorsa edizione del Festival; sarà per questo che amo alla follia le selezioni di questo evento), Kore-Eda – proseguendo la sua esplorazione dei gangli sociali – inserisce una catarsi finale che trova il suo punto di risoluzione in un’ultima, fulminante inquadratura degli occhi di Yuri, incidendo la parola ‘fine’ sul decorso di una vicenda che, arrivati a questo punto della visione l’abbiamo intuito – si è ripetuta non una, ma più e più volte. Potendo, rimane in sottinteso, ripetersi ancora, e ancora, e ancora.

 

Piatto in abbinamento consigliato: Soba! Da mangiare rigorosamente in brodo, rigorosamente con risucchio annesso e connesso.

Enjoy!

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