Come Fellini e Mastroianni cambiarono insieme la commedia all’italiana

Una delle coppie più iconiche, quella di Fellini e Mastroianni, in grado di trasporre su pellicola i sogni e desideri infantili di uno dei più grandi artisti del XX secolo

Quando si vuole parlare male di qualcosa o semplicemente criticare aspramente un prodotto, un creatore, le parole escono di bocca con una scioltezza tale da fare invidia al più logorroico essere umano sulla faccia della terra. Proviamo una sorta di piacere subdolo e serpentino nel pronunciare aspre parole nei confronti di qualcosa che non ha soddisfatto le nostre attese, specialmente se il prodotto in questione è amato da moltissime altre persone.

Sì, questo con il demolire qualcosa, ma quando qualcosa ci piace parecchio? Beh, in questo caso è un altro paio di maniche. Non so voi, ma io mi trovo sempre tremendamente in difficoltà a far capire perché mi piaccia così tanto qualcosa o qualcuno. E sicuramente mi troverò ancora più in difficoltà a farvi intendere i motivi per i quali sono così tremendamente attaccato alla figura di Federico Fellini, perché sogno di nascere Marcello Mastroianni in un’altra vita e perché insieme abbiano avuto l’ardire di cambiare per sempre il cinema italiano.

<<T’assicuro, Albe’, che io un giorno diventerò un grande regista. Forse, il regista più grande del mondo.>>

Una grande forza d’animo e soprattutto moltissime cose da raccontare hanno portato Fellini nell’olimpo del cinema mondiale, ma soprattutto nell’olimpo dei registi da prendere come esempio. Io che quando scrivo non posso fare a meno di mettere le mie esperienze, la mia vita e me stesso all’interno di ciò che costruisco, mi sono sentito finalmente legittimato a farlo da quando ho scoperto il cinema Felliniano, nel quale ogni piccolo particolare è autobiografico e autoreferenziale.

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Avete mai avuto, voi, un modello di stile? Sapete, una di quelle persone che vi colpiscono fin dalla prima volta che li vedete e pensate “Cavolo, vorrei essere come lui” o, esagerando, “Vorrei ESSERE lui”. Beh, per quanto mi riguarda questo modello è Marcello Mastroianni. Uno dei volti più riconoscibili al mondo della commedia all’italiana o, se preferite, del cinema italiano in tutte le sue sfaccettature.
Un belloccio ciociaro, nato a metà degli Anni ’20, in grado di essere identificato come icona del nostro Cinema, con un trasformismo nel lavoro e una infinita classe nella vita privata e pubblica, in grado di raggiungere quasi l’idealizzazione pura e capace di lasciare un segno indelebile all’interno della nostra cinematografia, perché come lui non ci sarà mai più nessuno. Sempre circondato dalle donne più belle del mondo sul set e sempre discreto sulla sua vita sentimentale al di fuori di esso. Amava essere amato, ma non pretendeva adulazione, odiando anche l’appellativo di Latin Lover che gli rimarrà appiccicato alla fronte da qui all’eternità.

Un attore eclettico e un passeggiatore di sogni cosa creano quando si incontrano? Semplice, La Dolce Vita.
Film del 1960, uno dei più citati e apprezzati in patria e all’estero, incipit di quello che sarà la loro collaborazione cinematografica e primo mattoncino che ci porterà alla costruzione idealizzata di quello che sono la mente e i sogni di Federico Fellini.

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Non più siparietti comici, non più maschere e soprattutto non più neorealismo. Il periodo Dopo Guerra è concluso e gli Anni ’60, gli anni dello sfarzo e del boom economico iniziano. Quale migliore occhio per osservare la Città Eterna, se non quello di Marcello Rubini (Marcello Mastroianni stesso) nei panni di un giornalista, di un paparazzo, per essere precisi?
La vuotezza dei discorsi, l’insensatezza delle serate mondane accompagnano lo spettatore attraverso un viaggio notturno sospeso fra sogno e realtà, tra piaceri effimeri per soddisfare le voglie della borghesia romana e forestiera che, forte del garante delle proprie possibilità economiche vive di notte e dorme di giorno, distaccandosi dalla gente comune, da quei soggetti che il neorealismo aveva esaltato così tanto, mostrandoli nella loro interezza e naturalezza, in un periodo duro e di ricostruzione politica e sociale.

Fellini utilizza Mastroianni come proiezione di sé nelle strade che passeggia così spesso quando non è costretto a Cinecittà. Le sue voglie, i suoi desideri, sono dipinti ad acquerello che si perdono nella notte romana, tra un bagno nella fontana di Trevi e un ondeggiare del mare che ci trascina via via verso i titoli di coda.


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Ma il colpo di grazia alla cinematografia italiana è dato con un film curioso, decisamente uno dei più astratti del regista romagnolo, ma al contempo con una storia di fondo enormemente ancorata alla realtà: 8½, del 1963.

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Dovete sapere che Fellini aveva avuto una grande idea per un grande film. Recatosi dal produttore per parlare del soggetto si siede su di una panchina e in quel momento si rende conto che il film è svanito. Puff. Non è più nella sua testa.
Federico va in crisi ed ha un blocco artistico, fino a quando non decide di scrivere una storia proprio riguardante questa sua perdita della memoria, o perdita dell’idea.
Come avrete intuito, il protagonista Guido Anselmi, è interpretato da Mastroianni, divenendo non più una semplice proiezione di sé (come ne La Dolce Vita), ma un vero e proprio alter ego.

Il film, però, non si limita a mostrare quelli che sono i vicoli ciechi nei quali un regista (o un artista in generale) si può ritrovare quando le idee scarseggiano, ma la mancanza di idee diviene un presupposto per Federico di lamentarsi del circolo vizioso cinematografico nel quale è finito. Le sue ansie, le sue paure, i suoi godimenti sono tutti scolpiti sulla pellicola, che non scorre più via come un flusso d’acqua, ma ogni proiezione onirica alla quale assistiamo rappresenta una diversa parte della mente del nostro protagonista.

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La sessualità, l’indecisione e l’equilibrio precario sono gli elementi che fanno da collante a tutto il film. Il regista non vuole concludere il suo lavoro perché significherebbe anche avere a che fare con la propria vita, significherebbe fissare delle certezze e fare i conti con quello che si è lasciato in sospeso da sempre. Questioni in sospeso mai affrontate con un’innocenza fanciullezza che, se rispecchiata da un bambino può suscitare anche tenerezza, ma che quando è mostrata da un adulto di mezza età può soltanto che farti provare nervosismo e frustrazione, nei confronti di un uomo che sembra esageratamente non sapere cosa vuole e come rimettere sui binari la sua vita, che sembra ormai senza più controllo, piena di capricci e di voglie quasi immature.

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Ma proprio quando si tocca il fondo e sembra che non si possa più risalire si accende una luce. La stessa fanciullezza che era stata sintomo di immaturità nel corso della vicenda si trasforma improvvisamente in fanciullezza sincera, quasi di stupore di fronte alla magia e al divertimento. L’amore per il circo e le manifestazioni di paese di Fellini sono tutte racchiuse nel girotondo finale, nel quale tutti quanti i personaggi si tengono per mano, corrono, ballano e si muovono, come fossero stati i protagonisti di uno spettacolo teatrale al quale abbiamo assistito e nel quale tutti si mettono a nudo. Il ritorno alle emozioni semplici e alla pura leggerezza d’animo daranno nuova linfa al regista, che rivedrà nuovamente fiorire il suo estro e, pur rimanendo raramente ancorato alla realtà, non vivrà più i suoi sogni come desideri amaramente mai realizzati, ma come una semplice evasione fantastica. Un’evasione evocata dalla filastrocca che ci viene ripetuta nell’arco di tutta l’opera: ASA NISI MASA.


<<Se non si può avere il tutto, il nulla è la vera perfezione.>>

E da questo punto in poi, il cinema italiano non è stato più lo stesso.

Grazie a tutti per l’attenzione, Dōmo arigatō e alla prossima.

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