Spike Lee con BlacKkKlansman si scaglia contro Trump

Con Spike Lee alla regia, BlacKkKlansman è nelle sale italiane dal 27 Settembre. La trama è tratta dalla storia vera del primo poliziotto afro-americano di Colorado Springs. Nel cast: John David Washington, Adam Driver, Topher Grace, Jasper Pääkkönen e Laura Harrier.
Ecco la nostra recensione.

Spike Lee è tornato, a 61 anni, con BlacKkKlansman, che al Festival di Cannes vince il Gran Prix Speciale della giuria. Un riscatto per il regista che col premio francese non è mai andato troppo d’accordo. Un riscatto e una frecciatina nei confronti del collega Quentin Tarantino, che da sempre è sua nemesi.

Film blaxploitation – genere cinematografico realizzato da registi afro-americani che raccontano gli afro-americani – tratto da una storia vera e ambientato all’inizio degli anni ’70. Ron Stallworth (John David Washington) è un poliziotto di colore, il primo di Colorado Springs. Entra in gioco in un momento in cui non è facile, sia perché organizzazioni come il Ku Klux Klan esistono ancora, sia perché l’intolleranza è estremamente presente all’interno della società: i movimenti Black Power sono contestati e gli afro-americani mal visti.

In un periodo in cui l’inno “God Bless White America” non suona obsoleto né anacronistico, Ron decide di infiltrarsi proprio nel Ku Klux Klan. Avendo bisogno di un corpo, sfrutterà il personaggio di Adam Driver, poliziotto ebreo (noto è che le due categorie odiate dal KKK fossero proprio gli afro-americani e gli ebrei).

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Lee vuole dire la sua sugli afro-americani, già spesso raccontati nel cinema e forse non sempre nel modo coretto. Lo fa mantenendo la linea della commedia, ed è inutile sottolineare il fatto che questo sia il vero punto forte del film più che la regia, più che gli attori.

Il nucleo sta nell’idea di mettere un afro-americano e un ebreo contro il Ku Klux Klan, per evidenziare che è l’ignoranza, ciò da cui nascono le discriminazioni.

Un film contro l’ignoranza, prima di tutto, supportato dalla trama parallela dei movimenti Black Power studenteschi.

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Spike Lee strizza l’occhio ad un’America passata per parlare dell’America presente, quella di Trump: espediente narrativo calzante, che non ha bisogno di spiegazioni né di didascalie per essere efficace.
Sfido chiunque abbia visto BlacKkKlansman a non aver fatto nemmeno una volta un’associazione col governo americano attuale, di cui tanto si parla.
L’efficacia della pellicola, a conti fatti, sta in questo: si pone come nient’altro che una storia vera, e nel momento in cui naturalmente fa creare collegamenti attuali e contemporanei significa che manda un messaggio.

Il messaggio l’ha mandato, anche se in decisamente molto più tempo di quello che sarebbe servito. Il messaggio l’ha mandato, senza che fosse necessario essere didascalici e decidere di mettere, alla fine del film, le immagini dei noti eventi accaduti nel 2017 a Charlottesville. Importanti e inerenti di certo, ma superflui, perché si era già detto tutto.

Dimenticabile, purtroppo, la performance attoriale di Adam Driver, che nel film non brilla: mentre John David Washington appare perfetto a ritrarre il riformista. Interessante la scelta di Topher Grace per interpretare David Duke, il capo del Ku Klux Klan, una figura spregevole e con cui è impossibile empatizzare: un attore così tanto amato ribadisce la volontà di portare sul grande schermo una commedia, nonostante il tema trattato.

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E BlacKkKlansman è un respiro di sollievo in un periodo in cui siamo bombardati da ogni parte (soprattutto all’interno delle selezioni dei festival) di film di denuncia che, nel disperato tentativo di essere d’impatto, spesso sono molto meno efficaci.

Non privo di difetti e purtroppo con un finale che fa storcere il naso, rimane una visione piacevole e che fa molto riflettere su quanti passi avanti avremmo dovuto fare, ma non abbiamo fatto.

Alla prossima!

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Aurora

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