Serie TV: le sigle più belle di sempre

Ammettiamolo: le serie TV l’hanno spuntata. Vuoi per la trama, vuoi per i cast stratosferici, gli appassionati aumentano ogni giorno. Eppure c’è un elemento imprescindibile che di solito viene dato per scontato: sto parlando della sigla.

Quando dunque vi chiedono perché guardate serie TV; e sì, mi riferisco proprio a quella domanda fastidiosetta, che senza dichiararlo apertamente vorrebbe instillarvi sensi di colpa. D’altronde, arrendersi alla dittatura dell’home video è cedere all’imperialismo del pop, del low-brow, del sempliciottescamente non raffinato. Voi ritiratevi in un aristocratico silenzio: perché chi adduce tali argomenti non ha mai nemmeno avviato una puntata di ciò che critica.

Altrimenti avrebbe sperimentato quello straordinario tepore da focolare – esatto, come se si stesse rincasando da gelidi marciapiedi cittadini – che solo una sigla come si deve sa donare. Questa ci avvolge come un guanto, ci rassicura nella sua ripetizione, ci promette che Natale è sempre più vicino, e che la mattina del 25 dicembre i piedi del nostro abete saranno ingombri di dolci e giocattoli.

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Oltre i preamboli, credo che chiunque abbia provato sulla propria pelle come l’affezionarsi a – e l’apprezzare – un prodotto di serialità riesca meglio se è stato presentato con un ottimo biglietto da visita. Ci hanno detto e ripetuto che è buon costume non giudicare un libro dalla copertina; ma forse, nell’era del marketing ipertrofico, i proverbi degli antichi sono stati sconfessati. Se non ne siete ancora convinti, ecco a voi cinque (più due) ottimi punti di partenza per iniziare in grande stile ad abbracciare il lato oscuro dell’etere.

1. Twin Peaks

Mi sono sempre chiesta che cosa ne pensasse il pregevole esempio di avifauna che troneggia imperioso nella prima inquadratura di tutto il guazzabuglio avvenuto in più di 25 anni tra uno schizzo e l’altro delle iconiche cascate. Su questo, e sul capolavoro di David Lynch e Mark Frost tutto, si potrebbero scrivere dissertazioni, trattati, e tesi di laurea. Si potrebbero aprire dibattitti talmente lunghi da farvi perdere tutti gli amici al bar di quartiere.

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Twin Peaks Theme, questo il titolo del “75% della colonna sonora” che, nelle parole dello stesso regista, sarebbe “il senso di tutto”, tutto ciò che La serie per eccellenza sarebbe diventata nei tempi a venire. Tristezza, nostalgia, serenità, malinconia, mistero, ossessione, incanto.

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Le immagini restituiscono, placide, una versione puramente idealizzata della cittadina dello stato di Washington. E il loro scorrere fluido anticipa già la Dance of the Dream Man, la quale fa da padrona ad alcune delle sequenze più cruciali, e da strapparsi i capelli, dell’intera saga.

Se avete voglia, e vi sentite impavidi, ascoltate le intere track della colonna sonora originale di Angelo Badalamenti, la sera, con un whisky sulla scrivania e una sigaretta che ancora fuma nel posacenere. Vi si apriranno prospettive inaspettate. E se piangerete durante il Laura Palmer’s Theme, ricordate: siete in buona compagnia.

2. Dark

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Appena prodotta e già diventata un cult. Dark è stata la prima produzione di Netflix Germania a sfondare il muro della distribuzione internazionale, e tanto sarebbe bastato a fare notizia. E invece no, il team creativo ha deciso che voleva di più, che voleva comporre una sinfonia moderna. Ce l’hanno fatta.

La sequenza consta delle note di Goodbye, brano di Apparat, accompagnato da immagini replicanti, tanto inquietanti da sfiorare il limite della poesia, appaiandosi così perfettamente ai labirinti mentali compenetrati che costituiscono l’intreccio della narrazione.

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In attesa della seconda, auspicabilmente fulminante stagione, coccoliamoci con il resto della colonna sonora, che spazia dagli irresistibili Dead or Alive alla struggente Familiar di Agnes Obel.

3. Westworld

Vista e udito sono inestricabilmente fusi nella sigla della serie più rompicapo che si sia mai vista (e no, non è, appunto, Twin Peaks; visto che si suppone che un rompicapo possa avere una soluzione purché ci si rompa la zucca): i rapporti che legano la componente fisica a quella uditiva sono intimi, e ne è testimone il fatto che non si capisca poi tanto bene se il braccio meccanico, vero protagonista della faccenda, stia estrudendo i tendini di un essere vivente o gli ingranaggi di un pianoforte.

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Ed è ancora più vero se molti, a partire dai pitagorici, hanno descritto l’universo in termini di rapporti numerici producenti bellezza, in termini, per dirla in altro modo, armonici. Allo stesso modo, quel furfante faustiano che è il Dottor Ford non si fa scrupoli ad ammettere che ha scritto codici per programmare forme di vita artificiale al solo scopo di ottenere bellezza.

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La sigla di Westworld, dunque, si pone come un vero e proprio manifesto di intenzioni. Non solo, ci dà anche alcune fondamentali linee-guida sulle quali basarci per orientarci in quelli che saranno i maggiori sviluppi della stagione in essere. Dichiaratamente ispirato al video che Chris Cunnigham girò nel 1999 per All is Full of Love, brano della tuttofare islandese Björk, il sottofondo di accompagnamento porta la firma, come tutti gli altri arrangiamenti, cover, e originali del compositore ufficiale Ramin Djawadi.

4. Happy Days

Che cosa sarebbe stata l’infanzia {dei miei genitori, n.d.r.} senza la serie madre del mito dell’American way of life da sogno del teenager medio americano, spalmata su lezioni al college, squadre sportive d’istituto, salotti borghesi e improbabili delicatessen da diner; e che ci ricorda che la nostalgia dei bei tempi perduti non è certo la sindrome estetica del ventunesimo secolo?

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E poi, come dimenticare il celebre pollicione alzato

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ah ehm, no, scusate, dicevo: come dimenticare il celeberrimo pollicione alzato di Fonzie A.K.A. Harry Winkler, precursore dell’iconicità di punti fissi dell’immaginario moderno come Sheldon Cooper e Barney Stinson?

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Jukebox, vinili, hamburger al drive-in, e ogni altro stereotipo d’oltreoceano che si potesse desiderare bastavano, sulle note di Happy Days, eseguita da Pratt And McClain With Brother Love, a far venire voglia di emigrare. Oggi, emozionano sempre ben più che un po’.

5. Downton Abbey 

Bastano trenta secondi d’orologio per essere catapultati nella campagna inglese del primo Novecento, se la sigla è quella giusta. Attenzione per i dettagli, nomi dei protagonisti che, discretissimi, si succedono come falene sullo schermo e, soprattutto, la sensazione di essere esattamente lì, a fianco del padrone di casa, e di star rientrando dalla passeggiata con il fedele amico a quattro zampe. Al piano di sopra ci sono le figlie che si incipriano prima di scendere per la colazione. La moglie ha già un libro in mano, seduta sui divani della grande biblioteca. La servitù è in fermento, da qualche parte rintocca il bastone di un maggiordomo claudicante, e tutto ti chiamano per titoli di cortesia.

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E sugli affari umani si staglia la sagoma della magione storica, vera e propria protagonista, al di là delle fortune e sventure di chi la abita. Perché in fondo, ogni cosa è stata fatta per lei.

Bonus 1. La Melevisione

Nonostante il meglio che il Tubo possa offrire sia una versione incompleta, sono rimasta sconvolta dal notare che il tutto non tocca nemmeno i trenta secondi di durata. Ah, le percezioni dei bambini! Quando dalla fringuella rotondetta che ero mi piazzavo in sala, verso le 16 o giù di lì, per sapere le ultime nuove dal Fantabosco, avevo l’impressione che le streghe, i folletti, e tutte le creature magiche che la sigla introduceva saltellassero ben più a lungo sullo schermo. Ma tant’è.

1398869168082mele_schedaQuesto è un bonus che vuole essere un obolo simbolico, un riconoscimento di gratitudine a quegli stacchetti che hanno occupato così tanta parte dei nostri pomeriggi da essere divenuti materia di citazione ironica e affettuosa tra i coetanei. Uno strumento di aggregazione sociale insomma.

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Quindi grazie, pervasiva cultura popolare votata al profitto. Grazie per avermi dato qualcosa che non fosse la Critica del Giudizio (andiamo, tutti sanno che è molto più interessante che quella della Ragion Pratica. Eh.) per stringere amicizie.

Bonus 2. Monty Phyton’s Flying Circus 

Questa invece è una cosa seria. Se volessimo, gli show dei Monty Phyton (insieme alle animazioni dello stimato Mr. Gilliam) potrebbero essere oggetto di approfondite – e proficue – analisi secondo l’ermeneutica heideggeriana.

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Ma arrivati a questo punto mi sembra di aver scritto pure troppo. Mi fanno male i polpastrelli e voi di sicuro non avete nemmeno scrollato fino qui. Quindi la cosa si ridurrebbe a una conversazione con me stessa. E spesso mi vengo a noia. 

 

 

Enjoy!

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