Searching: quando l’hype prevale sulla sostanza

La trama di Searching è forse già stata sentita: un padre alla ricerca della figlia scomparsa. Nondimeno, il film fa parlare la rete. Vediamo insieme perché con questa recensione. Nel cast, John Cho e Debra Messing.

 

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Da quando Searching è uscito nelle sale giovedì scorso, si è scatenata una qualità del tutto peculiare di caos calmo, direttamente derivata dalle chiacchiere del dopo-box office (che, tra l’altro, l’ha dato al nono posto per incassi il weekend appena trascorso). Ve ne fornisco qualche rilevamento a campione: [durante la proiezione – meritevole di galera] ah! no! uh! Ma dai? Ma davvero? Guarda che adesso lo schermo diventa nero e inizia l’intervallo proprio sul più bello (il ronzio del proiettore perdura in sottofondo); [sussurri che finiscono per sbaglio nel mio orecchio al termine] beh allora come ti è sembrata la regia? Eh ma sì queste carrellate…poi gli schermi del computer…risatine. No ma a me è piaciuto, anche solo per la novità gli do nove e mezzo…nove dai…

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Scartabellando brevemente nei motori di ricerca (eheh), è facile accorgersi che tutti stanno parlando bene di Searching, elogiando, da un lato, la protervia del giovane regista – lui di origine indiana, al suo primo film distribuito da una major – nelle scelte formali; dall’altro, cantando allegramente sotto la pioggia delle schegge del soffitto di cristallo. L’eroe è infatti interpretato da John Cho, che sì, conoscete, come tutti conoscono l’acronimo MILF, a sua volta di origine orientale, coreana per la precisione. Ed è la prima volta in assoluto che viene spuntata tale voce nei registri dell’industria cinematografica hollywoodiana.

Searching è il primo – e chissà se rimarrà l’unico – film composto da una scatola cinese rifrangente di footage di varia natura, dai video amatoriali destinati ai diari online a quel mix di fotografia preterintenzionale, selfie dissimulato, screenshot, e filmati ad uso privato del calibro delle chiamate in FaceTime, i quali vengono scelti come unico mezzo diegetico a focalizzazione variabile. È il ribaltamento della logica di Rec: l’occhio cinematografico rimane quello tradizionale, una telecamera puntata su un oggetto, con la differenza che la composizione scenica viene completamente dissimulata, che si proceda con collage di finestre di dialogo o che venga presentata nei panni dell’assunta neutralità dei notiziari in streaming.

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A guida di alfiere semiotico delle nuove generazioni della regia, Chaganty dunque, se dire che sia riuscito nel suo intento di costruire il «Memento dei [cosiddetti] screen movies» potrebbe porci in posizioni eccessivamente problematiche per il confronto con gli standard nolaniani, comunque si prende il merito di catapultarci senza compromessi davanti alla nostra percezione della vita quotidiana – tant’è che la tecnica del film è “mai vista prima”, non “straniante” -, in quello spazio di replicabilità e sottraibilità in cui anche i kubrickiani, e visionari, fasci di luce dell’atmosfera di Giove sono diventati materiale da salvaschermo, e le immagini pixelate deambulano sui fili di una ragnatela sporica, pervasiva e imprevedibile. L’idea dell’ex-dipendente Google, reduce da esperimenti in presa diretta con gli occhiali a realtà aumentata del colosso informatico, finisce però per rivelarsi inconcludente: non ci apre a scenari distopici, non ci dice nulla che già non sapessimo. Searching non è Memento perché sembra scritto dalla penna (ops; tastiera) svogliata di M. Night Shyamalan: quella che fa riempire gli script di materiali tratti dalla cronaca nera o da una certa intertestualità diffusa, senza riuscire a sconvolgerci veramente come i thriller a regola d’arte sanno fare.

John Cho stars as David Kim in Screen Gems' SEARCHING.
John Cho

Troppi i momenti in cui senti di aver fiutato l’inghippo, e troppo sdoganati i “crimini” per renderci dubbiosi della nostra personale integrità morale. Più che un film di mistero, Searching si rivela un family drama: la domanda fondamentale a cui in fin dei conti il tormentato signor Kim cerca risposta non è come, dove, quando, almeno non in prima battuta. Il padre che, dopo la moglie, e questa per malattia, teme di aver perso anche la figlia adolescente vuole innanzitutto sapere perché. Da questo punto di vista, lo si potrebbe definire a grandi linee come un Tredici visto esclusivamente dalla parte del genitore che prende improvvisamente coscienza dell’identità pubblica della propria prole. Ma la somiglianza si ferma a livello verbale, e non vale come criterio interpretativo generale.

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Nel frattempo, ci si riesce a inframmezzare anche una succulenta, per quanto ormai canonica, riflessione metamesica: qual è il valore dell’immagine filmata, rubata al reale, e poi riprodotta? Quale margine di costruzione, di premeditazione c’è nelle immagini di cui veniamo bombardati costantemente? Quale etica – e dunque morale – deve vigere nel mondo dei social network, dove il limite dell’esagerazione sembra dilatarsi sempre un po’ più di più?

I Computer & Affini, qui, non parlano. Ed è una tanto (paradossalmente) fresca quanto obbligata variazione sul tema. Quanto più i desktop dei computer sembrano riempirsi di icone, live chat, collegamenti, tanto maggiormente decresce la comunicazione tra esseri umani; quanto più affidiamo la nostra vita a un supporto digitale, tanto meno sapremo poi che cosa farcene. Eppure la profondità dei caratteri Arial con cui chattiamo su Whatsapp Web, cancellando anzi autocensurando il pensiero ancora prima che possa essere formulato oltre che espresso, riesce a imporsi sul (grande) schermo, e ogni digitazione sembra racchiudere in sé l’intera storia di una vita umana. Dimmi come digiti e ti dirò chi sei, e chi sei stato.

Searching è un prodotto interessante, per quanto ancora non cambierà le regole del gioco. È più interessante che conseguente, quella cosa che si guarda volentieri per curiosità. Il caos calmo della chiacchiera porta questa tacita consapevolezza: è terribile, terribile e desolante quando si esce dal cinema con un’artritica alzata di spalle, e arrivederci alla prossima. Ma scordatevi il noir, la tensione, che la locandina potrebbe far presagire. D’altronde l’incubo emblematico della nostra era già stato portato sugli schermi: era il 1968; eppure quell’incubo giocava a collocarsi nel 2001, durante un viaggio di non-ritorno a Itaca passando per una sobria sequenza onirica o due.

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Enjoy!

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