Disobedience ci racconta l’importanza di essere liberi

Il 25 ottobre è uscito nelle sale italiane l’ultimo film che vede alla regia Sebastian Lelio, Disobedience (2018). Una trama d’amore, libertà e disobbedienza in una comunità ebrea di Londra. Nel cast Rachel Weisz, Rachel McAdams e Alessandro Nivola.

Londra, rigida e fredda, in inverno. Altrettanto rigida e fredda è la comunità ebrea nella quale vivono due dei tre protagonisti di Disobedience, e nella quale si troverà a tornare la terza, Ronit (Rachel Weisz). Il tema del film, come ci suggerisce d’altra parte anche il titolo, è la disobbedienza: in termini più adeguati, forse, la trasgressione. Questa è declinata attraverso i vari personaggi in modo del tutto umano, e ci mostra una comunità colorata di sfumature che solo apparentemente stonano tra loro.

Ronit è una fotografa che vive a New York, pur essendo cresciuta nella comunità prima citata, dove si è trasferita per intraprendere una strada diversa. È con lei che ci inseriamo nell’atmosfera di Londra, quando torna a casa per via della morte del padre – rabbino, con il quale ha perso ogni contatto nel momento in cui se n’è andata. E con lei ci sentiamo esclusi e fuori luogo, a causa di una trasgressione che nessuno vuole commentare, come se fosse meglio non parlarne. Atteggiamenti di circostanza, situazioni che, seppur familiari, sembrano completamente estranee. L’atmosfera del film è senza dubbio rafforzata da una fotografia in cui predominano i colori freddi, ma che nel suo essere assolutamente sobrio vuole sottolineare l’assoluta umanità del racconto e dei personaggi.

Conosciamo poi Dovid (Alessandro Nivola), il pupillo del padre di Ronit, devoto e che sta seguendo le sue orme. La sua figura, seppur la percepiamo solidale a Ronit, appare quasi pesante sulle sue spalle, come a mostrarle una persona che non potrà mai essere, un rapporto col padre che non ha mai potuto avere. Etsi (Rachel McAdams) s’inserisce nel racconto silenziosa, ma percepiamo subito una tensione anomala, che se in un primo momento potrebbe essere confusa con una specie di gelosia, ben presto si capirà essere tutt’altro.

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È una disobbedienza, quella che racconta Lelio, che grazie a due personaggi femminili molto ben delineati, altrettanto delicati, si trova nei piccoli gesti e in quelli eclatanti, ma che non regala nulla a nessuno. La trasgressione del non indossare una parrucca, la trasgressione di rubare un bacio tanto desiderato, nella casa del padre. E ancora, quella di essersene andata dalla comunità, quella di lasciare libera la propria moglie.

Una storia di disobbedienza, ma anche d’amore. Un amore carnale, ma più di tutto platonico, amichevole. E se anche il pretesto del racconto è la relazione tra Ronit e Etsi, quello su cui si vuole porre l’attenzione – e su cui lo spettatore si trova obbligato a soffermarsi – è un amore più ampio, quello tra Ronit, Etsi e Dovid. Richiami nostalgici ad un passato comune fanno riflettere sulle distanze, su quanto a volte le regole siano crudeli: il passato, nel film, è croce e delizia, infatti non ci sono solamente continui richiami, ma anche una componente concreta, che si rivede nel legame dolce e forte che si percepisce tra i tre protagonisti. L’abbraccio finale è emblematico, come se fossero loro contro tutti, nonostante quella società rigida e claustrofobica.

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Una pellicola piena di riscatti che nascono da ragionamenti che mai il personaggio fa da solo: anche questo è importante, poiché continua ad essere presente quella linea sottile dell’unione dei tre, che percorre tutto il racconto.

Trasgressione e, di conseguenza – vale anche il ragionamento contrario – , libero arbitrio. Un tema tanto importante nella religione quanto nella società più in generale. Il personaggio di Dovid fa un processo mentale che lo porta a sottolinearne e proclamarne l’importanza.

Gli attori si sono calati in modo ottimo nei ruoli, delineando personaggi chiari e senza sbavature. Rachel McAdams e Rachel Weisz hanno una buona chimica, sullo schermo, una dolcezza che si intervalla a momenti di tensione palpabile che aumentano il ritmo del film.

In conclusione, non di certo un capolavoro, ma un film scorrevole, con un’ottima fotografia e che lascia spazio a un po’ di riflessioni che è sempre bene fare.

Alla prossima!

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Aurora

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