Com’è stato il Ravenna Nightmare Film Fest

Si sono concluse lo scorso 4 novembre le due intense settimane del Ravenna Nightmare Film Festival, carrellata di proiezioni per indagare “il lato oscuro dei film”. E molto altro ancora. I ragazzi ci hanno invitato, e noi di certo non abbiamo declinato. Vediamo com’è andata.

Sono giovani, quelli del Ravenna Nightmare. Tanto che ti ingannano perché sanno già vestirsi più appropriatamente di te e creare un ufficio stampa da per loro. E come se non bastasse, si sono dati un sacco da fare, facendo strabordare il calendario del festival, che ha animato per due intere settimane la città dei mosaici. Dove sta la tomba di Dante. Lì vicino c’è il mare. Ti rimpinzano di cibo quando vai al ristorante, e al B&B la prima e fondamentalissima informazione di servizio è che puoi scegliere i locali a occhi chiusi visto che i ravennati amano andare a mangiare fuori, e chi vuole sopravvivere non può permettersi di abbassare la qualità a livelli turistici. In effetti, il mio posto preferito non era sulla guida del Touring Club che ho acquistato per prepararmi alla trasferta. Per quanto non mi pregi – non ancora – del titolo di critico gastronomico.

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C’era insomma ben più che una manciata di buone ragioni per fare un salto in Romagna tra il 26 ottobre e il 4 novembre. Le mie giornate sul posto sono state intense: appena ritirato l’agognato accredito stampa mi hanno messo in calendario quattro interviste in altrettante date consecutive. Ah no, erano tre. Le date intendo. Ma atteniamoci alla cronologia dei fatti.

Giusto per rompere il ghiaccio, la prima proiezione a cui mi sono trovata ad assistere era forse la più popolarmente illegale di tutto il programma. Sul serio. Sto parlando di November, film dell’estone Rainer Sarnet, inserito nella sezione Contemporanea, inaugurata dall’edizione di quest’anno. Pastiche tra folklore nazionale e fissità da cinema delle origini, la pellicola, vincitrice del premio per la migliore fotografia al Tribeca Film Festival 2017, non è una visione facile. Intrigante, però, a manetta. Affatto scontata. Nuova e allo stesso tempo classica senza sfiorare neanche lontanamente il vintage nostalgico. E le capanne del villaggio dell’ ‘800 in cui è ambientato sono popolate di marchingegni steampunk chiamati kratt, semoventi grazie a un’anima che viene procurata da un losco soggetto mefistofelico in cambio di quella del richiedente. Solita storia, no?

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Infatti la sfida non è ambientarsi nelle coordinate della narrazione, a cui siamo stati resi avvezzi grazie al successo delle fiabe popolari dai Grimm in avanti. Piuttosto direi il mantenimento della sospensione del giudizio attraverso un montaggio che procede per raccordi paralleli e alternati, traendoci avanti per soluzioni su soluzioni di continuità. Mica ho detto impossibile. Ma siamo solo un passo prima del ritorno alle avanguardie storiche. Spero che riesca ad avere maggiore diffusione in Italia, lo meriterebbe. Vedremo.

Dopo questo fuoco incrociato di mitragliatrici, passiamo a qualcosa di più rilassante. Che non sta a dire meno complesso o degno di interesse, anzi. Parallelamente al Nightmare Film Festival si svolgeva infatti la rassegna Ottobre Giapponese, volta alla promozione della cultura filmica e artistica del Sol Levante. E a sto giro, in Largo Firenze, si proiettavano i corti di Kihachiro Kawamoto, concentrato di cultura nipponica per immagini sufficiente a mandare in brodo di giuggiole i meglio armati professori. Kawamoto gira facendo recitare marionette tradizionali a passo uno riproducendo le movenze e le maschere del teatro NO. Le vicende rappresentate sono tratte dai racconti di antica saggezza, e vedono come protagonisti samurai, pellegrini, donzelle inkimonate dai neri capelli fluenti, e qualche sparuto demone in forma di dragone. Fortunatamente siamo stati condotti per mano da Marco Del Bene, altrimenti metà dei sensi nascosti nei simboli, abbigliamento, gesti vari non li avremmo colti. Si impara anche per questo.

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Altro esempio dell’offerta filmica del festival

Ricapitoliamo: siamo solo al primo giorno sul posto. E manca ancora una proiezione: tempo di un calice di vino e si torna sul pezzo e fatturanti, perché in sala fa la sua comparsa Bruno Gascon, regista esordiente di Carga, nome che figura tra i partecipanti al concorso ufficiale lungometraggi. Non mi sto ora a dilungare: avrete modo di conoscere più da vicino questo film in un articolo di prossima pubblicazione. Quindi tenete la pagina aggiornata e preparatevi a paragrafi succosi, con inclusa mini-intervista.

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Gascon (destra) e il direttore artistico del festival, Franco Calandrini (sinistra)

Dopo 113 minuti mi sono avviata, devastata, verso il mio caldo lettuccio in affitto. Pregustando la doccia vaporosa della mattina seguente. Nightmare è anche questo. Alle 11 ero già di ritorno, inamidata a puntino, per incontrare il suddetto cineasta. All’ordine del giorno si è poi presentato un incontro con nientemeno che Giancarlo De Cataldo, organizzato in collaborazione con GialloLuna NeroNotte, controparte letteraria al cinema dell’incubo. Potevano non invitare a intervenire uno dei nomi più illustri del giallo, poliziesco, noir, o thriller che dir si voglia – senza stare ad aprire la questione dei generi, non qua, vi prego – della scena italiana?

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Si è dunque partiti dalla recente pubblicazione de L’agente del caos, ultimo libro del magistrato tarantino, per proseguire con Sbirre, antologia curata collegialmente con Carlotto e De Giovanni, collezione di storie possibili delle poliziotte di oggi viste con gli occhi di domani. Aneddoto: nessuno aveva deciso in partenza che le protagoniste dovessero essere donne. Semplicemente, tre autori sensibili allo spirito dei tempi hanno lavorato sotto una medesima suggestione. Da segnare. La rappresentazione concomitante al teatro Rasi di Gul, monologo sul delitto irrisolto dell’assassino del premier svedese Olof Palme firmato da Gemma Carbone, è stata ulteriore occasione per espandere sul tema del ‘male’ che si annida nel tessuto sociale nelle forme più varie: come quella volta che un sospetto trafficante pluriricercato di LSD parlante 11 lingue diverse è stata trovato a girovagare per il mondo con passaporti di più e molte nazionalità diverse, e non uno di loro era contraffatto…

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I registi vanno e vengono dal bar. Si sentono parlare almeno due lingue contemporaneamente, anche se qualcuno richiede il francese [momento di panico generale; ma lo studente di lingue in trasferta si trova sempre]. Perfino al sabato sera c’è qualche avventuriero del posto che preferisce abdicare a una serata danzante per esplorare il mondo del cinema emergente oltre l’Italia. In soldoni è di questo che si sta parlando. Noi li seguiamo, sempre rispettosamente in coda alla fila, e prendiamo posto per l’ultimo spettacolo di questo incredibile venerdì due di novembre: Horizons, del serbo Svetislav Dragomirovic, una storia intessuta sul racconto multiplo delle vicende di due fratelli tra passato, presente, e futuri incerti, raccontata, appunto, sullo sfondo di un orizzonte comune, al quale tutta l’umanità – volente o nolente – appartiene. Prima l’acqua, poi il fango; quello in cui, il regista è convinto, «siamo immersi tutti fino al collo.»

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Film, film, e ancora film. Con una marea di opere prime e qualche perla preziosa. Tale è stato Bravo Virtuoso, e sì, è il titolo originale – cosa che probabilmente non aiuterà la distribuzione nelle sale italiane; spero che chi di dovere ci lavori sopra -. Brillante crossover tra dark comedy, crime, e quella vena di fondo scanzonata dei fratelli Coen, il film segna l’esordio in macchina di Lévon Minasian. Ho potuto intervistarlo al termine della proiezione, e troverete l’articolo in pagina molto presto.

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Film, film, e ancora film. Con piacevoli incursioni laterali. Non pensiate che sia finita, devo ancora parlarvi di Most Beautiful Island, film fuori concorso, proiettato a conclusione del festival, e di quello che ci siamo dette io e la regista, Ana Asensio. Per ora comunque vi disimpegno, e vi rimando alle prossime Cronache di Nightmare che usciranno in settimana. Salutandovi con qualche riga conclusiva d’ordinanza.

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Ravenna Nightmare Film Fest è il Festival del Cinema di Ravenna, ideato e diretto da Franco Calandrini per Start Cinema in collaborazione con il Comune di Ravenna Assessorato alla Cultura, con il contributo della Regione Emilia-Romagna, con il contributo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali 2017 e della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, con la collaborazione di Alma Mater Studiorum Università di Bologna Dipartimento dei Beni Culturali, Fondazione Flaminia per l’Università in Romagna, Circolo Sogni Antonio Ricci, FICE, Festival Letterario GialloLuna NeroNotte, A.S.C.I.G. Associazione per gli scambi Culturali fra Italia e Giappone e MAR – Museo d’Arte della città di Ravenna. La XVI edizione si è caratterizzata sia per un’inedita apertura ad altri generi e immaginari oltre all’horror che per le numerose iniziative di contorno che sono state realizzate. Tra queste, laboratori per le scuole e incontri di approfondimento su come affrontare, capire – e resistere ai – film che più ci piacciono: quelli che maggiormente ci fondono i neuroni.

I premi di quest’anno, divisi per categorie di concorso, sono stati assegnati a:

Anello d’oro al Miglior Film Lungometraggio 

Bravo Virtuoso (Francia, Belgio, Armenia, 2017), di Lévon Minasian

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Lévon Minasian alla premiazione

Anello d’argento al Miglior Film Cortometraggio

Post mortem Mary (Australia, 2018), di Joshua Long

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Il video-ringraziamento di Long, super fan di Argento e Mario Bava 

Premio della Critica alla Miglior Regia del Concorso Internazionale Lungometraggi 

Totem (Polonia, 2017), di Jakub Charon

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Io sono rimasta favorevolmente impressionata. Credo che i ragazzi abbiano fatto molto, e tanto di più potranno fare in futuro per rendere ancora più grande e conosciuto questo festival [n.d.r L’anno scorso, e porcaccia la miseria dico L’ANNO SCORSO hanno avuto ospite David Lynch. David. Lynch.]. Dai, ditemi che vi ho incuriosito. Tanto lo so che Sant’Apollinare in Classe ancora non l’avete visitata.

À bientôt! [Al prossimo festival]

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