Ana Asensio per Ravenna Nightmare: sveliamo il lato oscuro di New York

Ana Asensio è la regista di Most Beautiful Island, film che mette in scena le vicende di un’immigrata spagnola a New York. Sua opera prima, noi Intoccabili l’abbiamo vista al Nightmare Film Festival di Ravenna. E abbiamo potuto incontrarla per un’intervista.

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Ana Asensio è una bella donna, estremamente curata nella sua semplicità. Capelli ordinatamente ravviati fino a sparire dietro le tempie, si presenta con un vestito a chimono azzurro, ricamato con motivi naturali. Fisico atletico e slanciato, ha una consumata aria cittadina. Ma trovarsi a parlare con lei ti fa sentire singolarmente a casa. Volata a Ravenna direttamente da New York, la neo-regista madrilena, classe ’78, si è trasferita 17 anni fa nella Grande Mela per inseguire il sogno di una carriera recitativa a più alto livello. Nonostante questo, non ha mai perso il ricordo della sua storia, i piccoli e grandi passi che l’hanno portata dov’è ora. Proprio di questo si parla nella sua pellicola d’esordio, Most Beautiful Island, racconto sociologico senza veli sulla realtà sotterranea della metropoli insonne. O, per essere più precisi: la trama è stata ispirata da una storia vera, come i titoli di apertura pongono in calce alla visione. Quindi, non abbiate curiosità eccessivamente morbose a riguardo.

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Ana stessa copre il ruolo di Luciana 

Uscita ufficialmente nel 2017, l’opera prima di Asensio segue le vicende di Luciana, giovane donna spagnola in fuga dai fantasmi e dal senso di colpa che l’affliggevano nella terra natìa. Giunta tra le meraviglie del Nuovo Mondo, si trova costretta a confrontarsi per la prima volta con un altro genere di difficoltà: quelle pratiche del quotidiano barcamenarsi tra un gig job e l’altro per potersi pagare un tetto, qualche vestito alla bisogna, possibilmente un paio di pasti caldi al giorno. La conoscenza di Olga, ragazza dell’Est Europa nella sua stessa situazione, sembra piombare sulla sua disperazione come una manna del cielo: questa le si presenta come vera e propria PR, assuntrice da bar per lavoretti pagati in nero, ma molto ben remunerati. I termini dell’accordo: presentarsi agghindata per bene a un non meglio specificato party la sera stessa, attrezzata di vestito nero inguinale e tacchi che più si avvicinano ai 15 centimetri meglio è. Ulteriori istruzioni? Fare quanto e solo quanto le verrà chiesto dai ricchi partecipanti a questo evento esclusivo. Nello scantinato di uno sperduto indirizzo di periferia. Dietro una porta sbarrata, da dove a tratti provengono le urla di sofferenza delle altre ricoprenti questo ruolo di dubbie soubrette.

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Un film che, insomma, obbliga a confrontarsi con un problema che, per quanto ben conosciuto, rimane ancora senza soluzione nella società del benessere: il poter potenzialmente avere tutto dietro pagamento di denaro fa ubriacare, tanto che nascono manie di onnipotenza, forse pallido riflesso di ben più celati conflitti di inferiorità o di insoddisfazione verso quella che, in ultima analisi, ci si accorge essere la sostanza della propria esistenza quotidiana. In un contesto che non può non riportare alla mente la sontuosa villa di Eyes Wide Shut – nella quale, lo ricordiamo, alla pronuncia di “Fidelio” si entra in un mondo di maschere, corpi indiavolati, e perversioni all’ora d’aria -, a sua volta realmente ispirata agli oscuri rituali privati dell’aristocrazia del denaro appartenente alla società della East Coast statunitense, si consuma lo svelamento della verità, il teatrante che infine butta la maschera, rivelandosi per l’essere umano che è. E questo spesso, si sa, è più simile al ritratto di Dorian Gray che all’immagine che si riflette nello specchio.

Ana, lo avrete capito, già all’esordio dimostra di avere le idee ben chiare su che tipo di narrazione vuole trasporre su pellicola. Persona squisitamente disponibile e entusiasta nel parlare del suo lavoro, insieme a lei abbiamo chiacchierato di radici, arte, e progetti futuri. Ecco a voi, dunque, la signora Asensio.

 

I: Ciao Ana, grazie per il film che ci hai regalato, e grazie per avere accettato di incontrarci oggi. Vorrei partire con una domanda personale: che cosa ti ha spinto a trasferirti negli Stati Uniti?

A: È stato il desiderio di proseguire la mia carriera di attrice. Stavo già lavorando come attrice in Spagna, a Madrid, dove sono nata e cresciuta, e volevo fare un salto di qualità. Per quanto la mia terra mi abbia dato tanto, sentivo di dover compiere questo passo. Ancora oggi New York è la città dove vivo e lavoro, dove ho la mia famiglia: è diventata la mia casa.

I: Quindi tu nasci come attrice per poi avvicinarti alla regia. Come si è svolto questo passaggio? È stata un’evoluzione graduale nel tempo?

A: Ho sempre voluto essere un’attrice. Mi sono trovata però negli anni a scrivere questo film, quindi sì, diciamo che è stata una transizione che è avvenuta da per sé nel corso del tempo.

I: E il tuo film parla di una situazione newyorchese, ma anche spagnola in fin dei conti, visto che Luciana viene dalla penisola iberica. Mi è sembrato che volessi costruire un discorso doppio, inglobando anche il paese delle tue radici, come se si offrisse allo spettatore una sorta di sguardo allo stesso tempo sia interno che esterno alle vicende. O sbaglio?

A: Certo, per quanto io non sia americana, ormai è 17 anni che vivo a New York, ed è diventata la mia casa. Ora come ora non riesco a immaginarmi in un qualsiasi altro posto al mondo. Quindi sì, di certo la Spagna rimane presente in me, e magari un giorno tornerò a raccontarla anche da più vicino. Mi piacerebbe molto.

I: Avvicinandoci ora di più al tuo film, vorrei chiederti, so che alcuni membri del cast non erano effettivamente attori. Come è stato lavorare con loro, e come li hai “scritturati”?

A: Lavorare con persone reali era il modo migliore per ottenere l’effetto di verità che volevo raggiungere. Senza contare che se scegli di girare in un negozio, in un vero negozio mettiamo, in una vera città, allora devi prima far familiarizzare gli attori con quel luogo, e comunque non avrai mai lo stesso effetto di naturalezza, di appartenenza alla scena. Per sceglierli ho dovuto fare talent scouting in giro per le strade, facendomi prendere per matta da quelli che importunavo chiedendo se volessero lavorare con me. Tassisti, negozianti, … chiunque mi servisse. Mi facevo scrivere i numeri da tutti. Non è stato facile, spesso la gente comune non ha idea di che cosa significhi davvero girare un film, o semplicemente non ha interesse, specie se non sei una produzione hollywoodiana e non puoi dare loro montagne di soldi in cambio.

I: I personaggi del tuo film parlano diverse lingue, o inglese con diversi accenti nazionali. E mi è sembrato che fosse parte integrante della loro caratterizzazione, una componente importante anche per il tema di cui si parlava. Trovi che ci siano, nella società americana, o anche in generale, degli stereotipi, dei pregiudizi costruiti sulla sola base, diciamo, del tuo accento? O che, insomma, se “vieni da un certo paese” sei subito identificato con un determinato stereotipo sociale? 

A: Allora, c’è da dire che il caso di New York non è paragonabile a nient’altro negli USA, forse a nient’altro nel mondo. Sono le persone che fanno la città. Quindi appena arrivi lì senti di farne parte, senza distinzione rispetto agli altri. L’elemento di discrimine è piuttosto il lavoro che fai, ecco, lì possono esserci pregiudizi e stereotipi legati alla tua provenienza geografica. La cosa divertente per noi spagnoli e che veniamo subito assimilati ai messicani, quando in realtà siamo ovviamente due popoli diversi.

[Ci troviamo d’accordo nell’identificare gli italiani come ristoratori]

I: Continuiamo a parlare di New York: mi vengono in mente, giusto per fare un paio di esempi, due grandi narratori, in anni e modi diversi, della Grande Mela, Scorsese e Woody Allen. Anche tu hai raccontato la metropoli, mettendone a nudo un aspetto che forse solo pochi avevano trattato in precedenza. Come ti poni dunque verso il racconto urbano? Pensi che New York abbia possa ancora diventare un cluster di narrazioni per tutto il mondo com’è stato nel Novecento?

A: New York è una città sempre attiva, in costante cambiamento. Gli abitanti vanno e vengono, poi ovviamente è una cosa molto diversa percepirla come abitante autoctono o da outsider diciamo. Penso comunque che sì, certo, in questo costante flusso si possano individuare delle possibilità sempre nuove e inesplorate per narrare l’essere umano e la sua vita quotidiana.

I: Passiamo ora a qualche domanda più generale: come vedi l’arte, o la tua arte? In quale posizione ti poni nel continuum tra “l’arte per l’arte” e il realismo etico? 

A: Cerco di situarmi sempre nel mezzo. Sono convinta che sia importante che l’arte possa parlare attraverso linguaggi che siano anche piacevoli, di intrattenimento. Non c’è nulla di male a divertirsi un po’ mentre si riflette su temi importanti. E inoltre sono dell’opinione che l’opera d’arte debba avere diversi gradi di lettura, più o meno in profondità, così che il pubblico possa decidere a che livello fruire dell’opera, senza sentirsi costretto ad abbracciare un certo approccio. Penso che così il messaggio riesca persino a passare meglio. Non nego però che la rappresentazione realistica della società è la cosa che al momento mi interessa di più. Basta che ci sia una bella storia “inventata” sotto.

I: Come vedi la posizione dell’arte nella società contemporanea? Pensi che possa avere una funzione eversiva rispetto alle situazioni di ingiustizia, che possa contribuire a fare aprire gli occhi alle persone?

A: Certo! Sono convinta che sia sempre una buona cosa mettersi davanti alle cose per come sono, e che quindi sia importante che noi registi tentiamo di usare le immagini per raccontare storie il più possibile vicine alla realtà. Quello che vediamo ci influenza profondamente, e se prendiamo parte emotivamente a qualcosa di sicuro siamo più disposti a vedere le situazioni per come stanno. Quindi a cambiarle.

I: Ultima domanda: hai già progetti per il futuro? 

A: Ho pronto uno script, sto cercando il giusto produttore. Spero di essere fortunata come lo sono stata finora.

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Ana Asensio e il direttore artistico del festival Franco Calandrini

Grazie mille Ana, e alla prossima!

Per questa puntata, dal Ravenna Nightmare, è tutto. Ci vediamo prestissimo con l’intervista al regista vincitore dell’Anello d’oro dei Lungometraggi, Lévon Minasian.

Enjoy!

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