First Man funziona anche se Ryan Gosling non regge

First Man – Il Primo Uomo, è l’ultimo film che vede alla regia Damien Chazelle (La La Land e Whiplash), la cui trama parla della storia dell’allunaggio, con un’attenzione particolare al personaggio di Neil Armstrong. Nel cast: Ryan Gosling, Claire Foy, Jason Clarke e Kyle Chandler.
Ecco la recensione.

L’abbiamo visto in apertura a Venezia 75, questo First Man in cui Damien Chazelle abbandona solo in apparenza il mondo musicale in cui l’abbiamo visto eccellere con La La Land e Whiplash, per raccontare la storia di Neil Armstrong, durante gli anni ’60.

Chazelle è giovanissimo e non da pochi è considerato una delle stelle nascenti del cinema hollywoodiano. Ci ha abituati a personaggi complessi, difficili da apprezzare, da Andrew di Whiplash a Mia e Sebastian di La La Land: in questo filone s’inserisce anche il suo Neil Armstrong, interpretato da Ryan Gosling.

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First man è un film che – per fortuna, diciamolo – non vuole raccontare tanto la guerra fredda e il contrasto tra Americani e Russi, seppur sia un tema preponderante e molto presente, quanto l’intimità di un uomo che è passato alla storia per aver fatto “un grande passo per l’umanità”. È una pellicola molto lunga che ci racconta le sue vicende personali, le amicizie e la famiglia, intrecciandole con la sua carriera professionale: questo, Chazelle, lo fa con un ritmo completamente diverso da La La Land, ma che non annoia, ed è adatto al contesto.

Cosa non aspettarsi andando a vedere First Man? L’innovazione. Si tratta infatti di un film molto classico, che prende spunto da grandi cimeli della storia della cinematografia (uno fra tutti, 2001 Odissea nello Spazio), ma anche dal genere documentaristico – Chazelle stesso ha dichiarato di aver preso grande ispirazione da quest’ultimo, e lo si vede sia nell’inserimento di video storici, quasi a dare veridicità al racconto, sie nella scelta (abbastanza azzardata, se posso permettermi) di usare quasi interamente la macchina a mano. Da un lato nelle scene nello spazio è un punto di forza, poiché comunica perfettamente lo straniamento provato da quegli uomini catapultati in mezzo al nulla, in una scatoletta di latta (come quella che canta David Bowie in Space Oddity), dall’altro, usata anche nelle scene sulla terra, risulta spesso non necessaria ai fini della narrazione ma, cosa ben più grave, in certi casi distrae. Va da sé che le scene con inquadrature fisse siano emotivamente molto forti e ben più d’impatto, grazie al contrasto che, in automatico, si crea.

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Chazelle porta con sé il suo direttore della fotografia, Linus Sandgren, che è una sicurezza e non delude. Con le luci, con i colori complementari che portano avanti quasi tutto il film, con alcune inquadrature molto belle e con movimenti di macchina interessanti: è innegabile che ci sia un’estetica molto curata. E se le ambientazioni (seppur poche e minimali), i costumi, la scenografia e la fotografia funzionano molto bene, quello che penso sia in assoluto il punto più forte del film è il comparto audio. Chazelle è bravo con la musica, innegabilmente, e oltre al direttore della fotografia, non ha abbandonato nemmeno Justin Hurwitz, che ci regala una colonna sonora spettacolare, fatta in buona parte di rumori e suoni metallici, che si alternano al silenzio assoluto. Ho sentito tutti parlare di una scena in particolare sulla luna, molto carica emotivamente, ma io credo che l’apice del film si raggiunga qualche minuto prima, nella sequenza stessa dell’allunaggio, con un silenzio assoluto che nella sala del cinema crea disorientamento e una certa ansia.

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Porta qualcun altro con sé, il regista: Ryan Gosling. Purtroppo, questo, non è un punto a suo favore. L’attore riesce a raccontarci Neil Armstrong, nel suo essere enigmatico, rigido, timido, anche con i suoi figli, ma non regge due ore di film in cui la camera è puntata su di lui, spesso con primissimi piani. Porta a casa un lavoro discreto, ma non memorabile. Peccato.
Tutt’altro discorso quello per Claire Foy, che è bravissima nell’interpretare un ruolo delicato e troppo secondario, un’attrice meravigliosa che dà il meglio di sé anche quando non deve parlare troppo.

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First Man è quindi un film preciso, ma anche delicato ed emozionante, a suo modo. Tocca le corde della memoria di un 1969 importante non solo per gli americani, ma per tutto il mondo, incollato agli schermi per vedere le immagini sbiadite del primo uomo che ha toccato il suolo lunare.

Racconta il viaggio sulla terra e quello dalla terra alla luna, racconta la famiglia di un uomo che stava andando incontro a una missione che forse nemmeno avrebbe portato a termine: una famiglia che è il fulcro del racconto, una coppia che con piccoli gesti racconta un legame forte, fatto di silenzi più che di parole.

Forse Chazelle nella coppia non crede tanto, ma la narra bene, sia in questo film che in La La Land: ci fa visualizzare e percepire quel fil rouge che non si spezza mai.

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E ancora, First Man racconta la difficoltà: le nozioni tecniche che lo spettatore medio nemmeno capisce, l’isolamento di uomini che si chiedono se ne valga davvero la pena in termini di denaro e di perdite. E in questo è ritratto di una società fatta di contrasti, in cui ci si chiede se fosse necessario andare sulla luna, quando le città non erano vivibili, quando le persone stavano morendo in Vietnam, quando le comunità di Afroamericani non avevano una casa.

Un lungo dibattito, questo, estremamente contemporaneo.

Ve lo consiglio? Sì.

Da vedere al cinema? Assolutamente sì, perché bisogna godersi ancora una volta la maestria con cui Damien Chazelle, che ha 33 anni ed è il più giovane regista a vincere un premio Oscar, gestisce l’audio e la musica, anche quando non sono il soggetto del racconto.

E con David Bowie, vi saluto.

Alla prossima!

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Aurora

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