Carga riapre la questione dei gangster movie

Carga è il film d’esordio del portoghese Bruno Gascon. La trama? Un’inquietante panoramica dietro le quinte del traffico organizzato di esseri umani, orchestrata con un cast internazionale. Noi Intoccabili l’abbiamo visto in anteprima al Ravenna Nightmare, e abbiamo chiacchierato con il regista. Ecco a voi.

Una, nessuna, centomila. Tante sono le molte sfumature della violenza, se Luigi ci passa l’espressione, e anche di più. Tanto che Bruno Gascon, regista che con Carga ha inaugurato in modo ufficiale la sua carriera dietro la macchina da presa per il grande schermo, ha dovuto scremare attentamente il miliardo, almeno, di storie dell’orrore che gli venivano raccontate dai suoi intervistati per una serie di documentari sul traffico di esseri umani a fini sessuali. Non per nulla, dire che il film abbia un sistema di personaggi definito – e dunque una trama convenzionale – sarebbe un vizio di forma. Ma facciamo un passo indietro.

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Quella che lega il cinema alla rappresentazione della violenza è, possiamo ormai dire, una storia lunga, e travagliata. Tra scrupoli morali che montavano e si sgonfiavano, tra convenzione e massacri che si facevano di pellicola in pellicola più spregiudicati, è dai gangster movie propriamente detti, alla Little Caesar per intenderci – Anni Trenta – che il pubblico si scalda, a volte indigna, per la gelida indifferenza con cui i cineasti dimostrano di saper trattare ciò che la società organizzata autodefinitasi civile, esattamente in quanto tale, teme di più: la rottura del suo patto costitutivo, la risalita del Leviatano dalle profondità. La legge della giungla; homo homini lupus.

Eppure, Tarantino, e tanti altri prima di lui, pare ci abbiano fatto male. Sembra che i recettori della violenza si siano come assopiti, narcotizzati dall’abitudine alle scazzottate, sparatorie, uccisioni rituali azteche, e…chi più ne ha più ne metta, permettendo la nascita del cliché visivo della percossa gratuita. Lungi poi dall’affermare che sia la figura del fuorilegge in sé per sé a tenere banco; nondimeno non possiamo negare come in casa Italia si stia ormai cavalcando l’onda della popolarizzazione – leggi: spettacolarizzazione – del racconto di criminalità, per bande o organizzata, prevalentemente di stampo (pseudo-)mafioso, punto di arrivo della ricezione diffusa dei molti Gomorra e Romanzo criminale. A farla breve, l’abbiamo accettato. L’abbiamo dato per scontato. Contiamo i giorni che ci separano dall’uscita in sala di The House that Jack Built. Ce ne stupiamo più, della violenza? Io non credo.

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Bruno Gascon, il regista

Ecco perché un film come Carga ci potrebbe fare bene. Gascon ha lavorato di fino: con estremo rispetto tanto delle storie che rimaneggiava quanto degli attori che dirigeva, non è mai, pur mettendo in scena atti tra i più efferati, inciampato nel voyeurismo fine a se stesso. Ho udito un insigne critico recentemente bollare alcune idiosincrasie per la rappresentazione della violenza come nientemeno che bugiarde, mendaci, prese in giro nei confronti dello spettatore. Non ho ancora capito come io, da sciupata fan dell’eccesso, abbia preso questa affermazione. Probabilmente perché aveva una densità di sensatezza eccessiva perché il mio ego la potesse, lì per lì, tollerare.

Perché in fin dei conti è di questo che stiamo parlando: un tema che ci potrebbe apparire ormai trito, ma che forse non ha ancora trovato la sua perfetta realizzazione. Qui, le vicende di Viktoriya, Alanna, Viktor, e tutti gli altri ci parlano dal profondo proprio poiché non pretendono di mettere nessuno al di sopra dei compagni: ognuno è tanto colpevole quanto innocente – e sgombero il campo ai critici freudiani per fare luce sugli angoli bui del passato del capo del racket di prostituzione – nel momento in cui l’annichilimento della persona arriva a tal punto che è l’indifferenza l’unica arma di sopravvivenza rimasta. Non uno di loro avrebbe voluto trovarsi in quella situazione. Eppure c’erano dentro fino al collo.

Lo stesso Gascon dichiara: «Con Carga ho voluto creare una finestra sul mondo, incidere il velo della vita quotidiana perché chiunque fosse costretto a guardarvi dentro, considerando ciò che normalmente preferiamo tenere taciuto. Le vicende del film sono accadute a loro perché io ho deciso di mettere scena loro. Ma potrebbero accadere a ognuno di noi. Accadono a ognuno di noi, tutti i giorni.»

C’è però da dire che proprio questo, per contro, appare dall’esterno il punto debole della sceneggiatura, se andiamo a trovare il pelo nell’uovo. Il ritmo narrativo non riesce a tenere il passo con i 113 minuti durante i quali viene fatta decorrere la vicenda. Più volte ci si trova a domandarsi dove si stia andando, dove si voglia arrivare, visto che chiudere la narrazione su uno qualsiasi dei protagonisti a pari merito sembrerebbe un arbitrio dell’ultimo minuto. Si pecca poi, specie nelle sequenze finali, di un eccesso di esplicitazione sentimentale. Carga non è, in fin dei conti, moralismo messo in 16:9 : dunque, perché rischiare di rovinare, rendendola melensa, la perfezione dell’impersonalità raggiunta, specie grazie alle inquadrature frontali, fisse, composte simmetricamente, in attimi che sembrano mettere a una gogna imparziale, a turno, chiunque?

Il cast fa il suo (sporco, è il caso di dirlo) lavoro. Non si rilevano punte di particolare maestria, ma probabilmente avrebbero stonato. Punto a favore. Per i freak come me sarà eccitante sentire maneggiare in scena due, tre lingue alla volta, in un’estrema volontà di realismo, come peraltro dichiarato esplicitamente da Gascon stesso, il quale sottolinea anche come «sia tutto parte di un progetto unitario. Nelle nostre vite i malintesi sono avvengono continuamente, e spesso solo perché le persone non riescono a capirsi tra di loro. Non solo attraverso barriere linguistiche, ma anche usando la stessa lingua madre». Piacevole anche, e di un qualche sollievo, sapere che c’è ancora chi sa usare la fotografia non a sproposito – ovvero, senza farsi influenzare dalle scale di blu, azzurro, ciano rese la regola da Netflix (vedi: il monocromo di Hill House) -, assegnando tinte oscure agli ambienti più spazialmente, e moralmente bui della scenografia. L’attenzione all’immagine invece «deve farsi veicolo di emozioni, e finché posso usare il colore in modo realistico, lo faccio. Voglio mettermi in condizione di rispettare sia il pubblico che gli attori. Tutti devono uscire dall’esperienza un po’ più attenti alle terribili cose che ci accadono intorno a nostra insaputa.»

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Carga non è un capolavoro; lo abbiamo detto, è un’opera prima. Ma è un film che si tiene singolarmente insieme, che porta una ventata d’aria fresca, per non dire gelata, in una convenzione rappresentativa data non per scontata, peggio, per assodata. Qualcosina da vedere insomma. Così da rifletterci su in seguito. E incontrare un regista da tenere d’occhio per il futuro.

Il prossimo progetto? Mettere in scena l’inevitabile convergenza degli opposti. Perché come amava ricordare Dostoevskij con criterio di reversibilità, tutti i sant’uomini sono in realtà i peggio peccatori.

Enjoy!

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