Ravenna Nightmare: il premiato Minasian si racconta

Lévon Minasian ha vinto, con il suo Bravo Virtuoso, il concorso Lungometraggi del Ravenna Nightmare Film Fest. Il regista esordiente, autore di una scoppiettante opera crossover, ci ha incontrato dopo la proiezione. Ecco la nostra intervista.

Le opere prime dicono molto di chi immettono ufficialmente nel cerchio spinoso, e dorato, del mondo dell’arte. Non tutto, certo. Eppure avere il privilegio di scoprire per un momento il magma che anima il sottosuolo culturale del nostro tempo ha sempre quel particolare gusto umami che più umami non si può. Va da sé che quando i suddetti lavori sono anche interessanti, il piacere è elevato al quarto esponente. Come vi ho già raccontato, da questo punto di vista Ravenna Nightmare è stata un’occasione fortunata. E mentre mi accingo a premere il bottone di pubblicazione su questo articolo mi scende un po’ la lacrimuccia ricordandomi del misto di eccitazione, paura, sconcerto e sollievo che tutti insieme mi hanno attanagliato negli ultimi giorni della scorsa settimana. Suvvia, bando alle ciance! Questo pezzo non è stato pensato per essere l’elegia di una marmotta cittadina.

Ravenna Nightmare

Vogliamo invece oggi parlare di Bravo Virtuoso, vincitore dell’Anello d’oro Lungometraggi all’appena conclusosi festival dei cinema di Ravenna. Il quale, appunto, è l’opera prima del neo-regista Lévon Minasian. Lévon vive a Parigi, ma compone con la mente all’Armenia, suo paese di nascita, dove peraltro è ambientata la pellicola. La trama rivolve attorno alla figura di Alik, clarinettista nipote d’arte, rimasto orfano di entrambi i genitori in tenera età a causa delle bombe sganciate sull’ospedale militare dove la coppia stava prestando servizio volontario. Allevato dal nonno, insigne compositore e direttore d’orchestra accusato da sedicenti esponenti politico-culturali dello stato di essere troppo occidentale, troppo poco nazionale – in quanto legato in misura eccessiva alla tradizione della sonata settecentesca -, Alik è il prototipo del ragazzo d’oro: non beve, non fuma, non si droga, non persegue stravizi alimentari. È giovane, alto, magro, un bel giovanotto insomma. Per quanto a sua stessa incredulità, sa anche far cadere le ragazze ai suoi piedi, quantunque si tratti di seguaci della sottocultura emo-punk e ben più atterrite di quanto non vogliano far credere all’idea di potersi, proprio in quanto emotivamente fragili, sentire vulnerabili. Il fattaccio accade quando, nel bel mezzo dell’organizzazione economicamente travagliata di un grande concerto in onore del nonno, il nostro protagonista raccoglie per caso un vecchio Nokia rosso-arancione, sul quale riceve una chiamata anonima indirizzata a un certo “Virtuoso”. La voce dall’altro capo gli dà istruzioni per recarsi in un certo luogo a una determinata ora. Il ritrovamento sul posto di una busta contenente una pistola, e parecchi rotoli di banconote, è la causa scatenante di una serie di circostanze avventurose che faranno crescere l’eroe passando attraverso il marciume della società armena. Sempre con il sorriso sulle labbra.

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Bravo Virtuoso è un film che merita una visione. Durante il breve incontro con il regista in sala, subito dopo la proiezione, molti interventi sono stati incentrati sui rapporti intertestuali tra il cinema di ML e quello di altri padri nobili, insomma, sull’annosa questione delle influenze. Si nomina la scuola americana dei fratelli Coen per il crossover di generi – la pellicola si muove tra dark comedy, thriller, gangster movie e commedia – e il tono scanzonato con cui si presentano al pubblico temi importanti, di seria rilevanza sociale. A seguito di ciò, noi abbiamo potuto scambiare due parole con il regista in prima persona. Cercando di mettere le cose un po’ più a fuoco.

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Il regista (a sinistra) alla cerimonia di premiazione

 

I: Buonasera Lévon, e grazie per essere riuscito a dedicarci qualche minuto. Vorrei partire da una cosa che hai detto prima, in sala, rispondendo alle domande: e cioè che in questo film hai cercato di armonizzare diverse componenti, sia a livello di genere che di panorama sociale. E che, nel farlo, il tuo punto di partenza è stata l’effettiva situazione sociale in cui il tuo paese si trova al momento. Quale ruolo dunque attribuisci all’arte, al fare cinema, nel contesto della ricezione sociale? Può il mostrare qualcosa portare a un effettivo cambiamento?

L: Personalmente, penso che sì, noi artisti possiamo provare a incanalare il cambiamento nella società attraverso i nostri lavori. Se però mi chiedi se effettivamente possiamo avere un effetto sulla società, allora ti dico di no. In ultima analisi, sono i distributori e il mercato che decidono che cosa fare vedere e che cosa no. Nietzsche diceva, cito a spanne, che l’arte ci è stata data come mezzo per resistere alla realtà. L’arte ci permette di sopravvivere, rende fiabesco il reale, ed è solo così che riusciamo a sopportarlo. L’uomo sublima nell’arte tutto quanto vede attorno a sé. Persino i fiori qui [indica il patchwork floreale della mia maglia] sono arte. Quindi l’arte è fondamentale per noi. Voglio credere che possa cambiare il mondo, o almeno ci spero. Purtroppo, parlando terra terra, non ne sono così sicuro.

I: Ho notato, durante la visione, che non sembrava di star guardando un film che normalmente si bollerebbe come “cinema dell’Est Europa”. Impressione che hai confermato anche tu nell’incontro a seguire, dicendo che ti sta un po’ stretta la scuola del reale tipica di quella parte del continente, a volte eccessivamente lenta, noiosa, cerebrale nelle sue narrazioni. Quali sono dunque i tuoi modelli, a quali altre tradizioni ti sei rivolto?

L: Sono cresciuto nell’Unione Sovietica, e ho sempre molto amato il cinema nato sotto il regime, non intendo quello connivente. Tarkovskij come nome su tutti. Mi hanno chiesto prima se mi fossi ispirato al cinema dei Coen, ed è vero che ammiro molto anche loro, anche se non mi sento di dire che ho cercato di lavorare seguendone l’esempio. Io ho voluto girare un film che fosse mio. L’ispirazione è fuggevole, non possiamo davvero dire da dove provenga. Vediamo così tante cose, incontriamo così tante persone nelle nostre giornate, e tutto si mette insieme, gira nel nostro cervello, e chissà come e quando viene fuori…magari un giorno farò un film con i mosaici di Ravenna! Sono magnifici! Un regista mette nelle sue creazioni la sua visione del mondo, che è composta di tutti i microscopici dettagli che accumuliamo secondo dopo secondo.

I: Capisco, in effetti ho notato che c’era una grande attenzione al dettaglio e alla composizione scenica, a volte alcuni oggetti erano fatti risaltare in modo speciale. Saltando da qua all’aspetto tecnico della realizzazione, vorrei parlare del montaggio: le scene messe in fila passavano da campi aperti a dei primissimi piani, anche più volte all’interno di una stesse sequenza. È stata la scena di per sé che ha “tirato” a sé il montaggio, o c’è stata una pianificazione rigida di queste componenti in fase di pre-produzione?

L: Ho lavorato con una storyboard molto dettagliata, dove avevo, e avevamo, con il montatore, pianificato tutto nei minimi particolari. Non voglio che nulla sia lasciato al caso mentre giro un film. Una volta che è arrivata l’ispirazione, il lavoro diventa quello di un artigiano. Non ci si può permettere di arrivare sul set la mattina sperando che le cose si facciano da sole. Questo è tanto più vero per le scene complesse, con tanti elementi sul set. Essere un regista significa essere un professionista come tutti gli altri.

I: Oltre questa visione dell’arte come attività artigiana, ti sentiresti di dire che l’essere regista si collochi più verso il polo dell’arte fine a se stessa o quello dell’arte eticamente impegnata, realista, radicata nel reale?

L: Mi piace pensare di essere ancora un bambino che sogna di cambiare il mondo. Prima di questo lungometraggio ho prodotto alcuni corti, ma anche in quelli c’erano sempre la musica e i giovani, dico i protagonisti, a ricoprire ruoli fondamentali. I giovani hanno qualcosa di innocente in loro. Sono puri, e mi piace rappresentarli nella vita quotidiana, combattenti contro le forze del male – e ce ne sono tante dappertutto –, eppure sempre rimanendo puri come all’inizio. Si deve combattere il mostro senza ucciderlo, altrimenti diventiamo noi a nostra volta i mostri.

I: Direi che sei riuscito a realizzare perfettamente questa visione in Alik. Passiamo ora alla colonna sonora. La musica, come abbiamo detto, gioca un ruolo fondamentale nel tuo film. E i brani per orchestra sono stati scritti appositamente. Come hai lavorato con i compositori, che cosa hai chiesto loro di realizzare?

L: Ci sono due tipi di musica nel film: la prima è quella composta per essere suonata dall’orchestra. L’autore è un musicista armeno, molto famoso, che ora abita in Francia. Si chiama Michel Petrossian. È un artista che crea brani molto moderni, arditi, senza armonia interna. Ma non era ciò che volevo per questo lavoro. Gli ho chiesto invece di scrivere qualcosa di semplice, orecchiabile, che il pubblico potesse seguire senza difficoltà. Subito è rimasto piuttosto stupito dalla mia richiesta. L’altro tipo di musica era invece quella di accompagnamento per le altre scene, e anche questa l’ho affidata a un compositore di provata abilità, Tigran Hamasyan. Fa delle robe incredibili con il jazz. Però per una volta gli ho chiesto di non pensare di stare scrivendo musica come se fosse lui stesso a farlo. Volevo che creasse esplicitamente qualcosa per Bravo Virtuoso. È venuto fuori qualcosa di straordinario.

I: La musica per orchestra…la eseguivate durante le riprese, giusto? È stato difficile gestire tale tipo di suono in presa diretta?

L: È stata una delle sfide maggiori. Il ritmo della musica e quello di un film sono totalmente differenti, ed è molto difficile riuscire a tenere sempre insieme le due componenti. Per esempio, se la linea musicale si espande molto più che la scena, allora si devono adottare delle soluzioni complesse per riuscire a creare un’entità unica. Riprendere musica dal vivo è una delle cose più complicate che un regista possa affrontare.

I: Un’ultima domanda: quali progetti hai per il futuro?

L: Vorrei fare un film. E poi un altro film. E poi un altro. E un altro ancora.
I: Saggio.

L: [Ride] Sto lavorando a più script a dire il vero, ho parecchie idee per storie molto divertenti che toccano temi forti come la libertà di scelta. Mi sto guardando intorno per trovare il produttore giusto.

 

E stavolta, dal Ravenna Nightmare, è davvero tutto. Grazie a tutti. Ci vediamo tra dodici mesi esatti.

Enjoy!

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