Zombie contro zombie: il cult in fieri che non finisce di stupire

Ha sbancato il botteghino nipponico, poi il Far East Film Festival di Udine. Ha un regista pseudo-esordiente, un cast di sconosciuti, e una trama che non è quello che sembra. Stiamo parlando di Zombie contro Zombie di Ueda Shinichiro, uscito in evento speciale nelle sale italiane. Ecco la nostra recensione.

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C’è una nozione, dispersa nei cumuli di scartoffie della teoria dell’interpretazione, che prende il nome di circolo ermeneutico. Il termine, il quale, dopo che già aveva fatto la sua comparsa tra le riflessioni filosofiche del romantico Friedrich Schleiermacher, fu consegnato alla modernità filosofica, ed esattamente nel 1900, da Wilhelm Dilthey – la nozione appare essere favorita nei cluster di pensiero teutonici; sarà che la puntualità dell’espressione, poi della comprensione, riveste un ruolo di primo piano nella loro quotidianità –, sta in soldoni a indicare il percorso a quasi-spirale del pensiero che, in terribile volgarizzazione, “ci fa capire le cose”. Le incontriamo una prima volta; ce ne facciamo un’idea; le osserviamo ancora per un po’; pensiamo di averle ormai denudate. Se non fosse che le conclusioni a cui siamo giunti ci portano a ricominciare dal punto di partenza, e al termine del secondo ciclo l’evento si riverifica come conseguenza obbligata. Capiamo sempre un po’ di più, proprio mentre stiamo capendo. «Look at your sparrow again», diceva il maestro del dottor Laszlo Kreizler nell’originale Netflix The Alienist, esortandolo a guardare con sempre rinnovata attenzione il proprio oggetto di studio. Quantunque si trattasse di un corpo tanto minimo quanto quello di un uccellino.

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Giunta a questo punto, per evitare di farvi spoiler galattici sul film in questione dovrei chiudere l’articolo qua. Cosa che sono tentata di fare, tanto l’introduzione non era male, si sosteneva da sé. Per evitare di venire licenziata, però, procederò con lo stesso metodo seguito per parlarvi di The Square, pellicola indescrivibile per eccellenza. Continuiamo, dunque, per negazioni.

Zombie contro zombie non è un film horror. Al massimo potrebbe essere gore. Ma sarebbe un bel debole prodotto per un genere tanto ancora underground quanto ancora impertinente dal punto di vista estetico e socio-politico. D’altronde, si può capire fin dalla locandina, che per usare un eufemismo non è esattamente la più adatta a un film del terrore che si potrebbe creare. Procediamo.

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Non è nemmeno un film sugli zombie. Per il semplice fatto che la maggior parte dei corpi semoventi di colorito ceruleo che vediamo trascinarsi sugli schermi non sono zombie bensì morti viventi. La differenza sta nel fatto che la parola “zombie”, termine appartenente alla cultura tribale haitiana, identifica un essere umano ancora in vita, il quale presenta, per soggezione ad un incantesimo voodoo, sconnessione del mondo reale e alienazione della propria stessa volontà. È infatti lo stregone di turno ad averlo incatenato con la sua arte magica, divenendo padrone della volontà del malcapitato. Il morto vivente, d’altra parte, come il nome stesso dice, è un corpo redivivo, resuscitato di volta in volta per varie cause funzionali all’economia narrativa della storia in cui è inserito. È questo a presentarsi ceruleo e maciullato; l’altro, ci appare semplicemente pallidino.

Non è una presa in giro, come ho al contrario origliato borbottare compagni spettatori in sala – i quali hanno poi gentilmente levato le tende prima del termine della proiezione –, che lo definivano una poco amabile presa per i fondelli. Eh, ma che gusti vuoi mai che abbiano questi giapponesi. Di registi bravi ne hanno anche loro, però poi mica così tanti quanto qui da noi, vatti a figurare. La prossima volta staremo più attenti a come sperperiamo i nostri danari.

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Non è un film cult, per quanto le agenzie di pubblicità possano sforzarsi o recensioni in tutto il mondo sovradosare il termine. Mettiamoci l’anima in pace, cult si diventa: raffreddiamo i bollenti spiriti e attendiamo con pazienza di poter aggiungere un iponimo al nostro iperonimo preferito di cinefili. Tanto, ha tutte le carte in regola per diventarlo.

Pars destruens così terminata, muoviamo verso la construens, andando ad affermare di Zombie contro Zombie che.

È un film metafilmico? Certo. Anche se oggidì questa definizione mi sta un po’ stretta. Ha trovato alloggio troppo comodamente sulle labbra del parlante comune, e noi vogliamo invece provare a scavare più a fondo nella questione. Mi pare, infatti, che la prepotenza con cui il mezzo visivo si è imposto allo stile di vita occidentalizzato – al netto dei codici culturali, è inutile negare che la nostra comune grammatica non sia ormai altro che immagini – rende solo incidentale il fatto che il cinema nasca come comunicazione, o magari arte, che voleva caratterizzarsi appunto per un inedito dominio della propria componente osservabile. Persa questa peculiarità, mi domando se non sia più opportuno parlare di metamesicità per prodotti come questo, che traggono piacere e nuovi espedienti narrativi dalla riflessione sulle forme di contatto che sono loro fondative.

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È un film di serie B? Senza dubbio, se ci atteniamo al termine composto inglese da cui il calco italiano è tratto. Senza inficiare in prima battuta la qualità del prodotto, la denominazione di B-movie si applica di solito a film di genere a basso costo. Ed essendo stata la nostra pellicola – qualcuno dovrà aggiornare questa metonimia seidmentata prima o poi – realizzata con un budget di 3 milioni di yen – per chi mastica tassi di cambio, è molto, molto poco – sotto la direzione di un regista-sceneggiatore-montatore pressoché esordiente che ha lavorato con attori sconosciuti: sì, è un film di seconda categoria.

È un progetto, nella sua disarmante semplicità, ambizioso? Si capisce. E fin dal principio, quando dopo uno, due, tre minuti…e così via ci arrendiamo all’idea di stare assistendo a una piano sequenza ripresa con una camera a mano. Quando poi notiamo che il regista sembra, tramite un’ibridazione globalizzata, voler giocare con e parodiare i caratteri distintivi del J horror (la follia femminile; il contrasto suono-silenzio), allo stesso tempo unendoli a quelli europei e americani (lo zombie, dove l’immaginario nipponico è più legato all’idea del demone che perseguita; e ad un certo punto compare un pentacolo in scena, come se appartenesse al tradizionale culto shintoista del Sol Levante); ebbene, il piacere gongolante non può che aumentare.

È una commedia? Assolutamente sì.

È un prodotto brillante, che merita di esser visto? Dovete correre a vederlo. La cosa è ben diversa.

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Elisa, in ‘sta recensione non si capisce ‘na mazza. Almeno dicci che cosa ti è piaciuto di più. Il montaggio, che non è né intellettuale né trituraneuroni, ma che riesce a imporsi come vera anima dell’intero film. Anzi, e più oltre non mi sbilancio, si potrebbe dire che sia il montaggio stesso a governare la trama. Senza per questo implicare che essa sia incentrata sul racconto di un making of. Sarebbe come liquidare la Divina Commedia come un’opera scritta con delle belle rime. Re-enactment? Mh. Se giusto giusto non viviamo se non adoperiamo questo linguaggio. Un racconto multiplo? Oh, finalmente qualcosa di sensato. Ma l’unico occhio che cambia sarà quello del mezzo tecnico.

Ma quinci conviensi tacere.

Perciò vi lascio facendovi saltare un’ulteriore, ultima pulce nell’orecchio: se volete sfidarvi, guardatevelo. Se non vorrete neanche provarci, avrete già perso in partenza. Anche perché è la sola strada per spiegarvi tutta la manfrina iniziale sul circolo ermeneutico. Ad ogni modo, in guardia: le katane di questo Mister Nessuno alias Ueda Shinichiro sono già affilate alla perfezione.

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Enjoy!

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