Se queste sono le Notti Magiche, non oso immaginare quelle ordinarie

Il nuovo film di Paolo Virzì, inserito in un contesto distrattamente nostalgico, ci racconta attraverso il cast composto da Giancarlo Giannini, Mauro Lamantia, Giovanni Toscano e Irene Vetere un cinema italiano che verte al suo declino.

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Semifinale dei Campionati del mondo di calcio, Italia ’90. La nostra nazionale, dopo una faticosissima partita contro l’Argentina del Pibe de Oro, Diego Armando Maradona, si trova ai calci di rigore. Quella partita finì in tragedia e mentre Aldo Serena sbaglia il rigore decisivo, un’automobile cade rovinosamente da un ponte, infrangendosi nelle acque del Tevere. All’interno dell’auto viene ritrovato un uomo senza vita, un noto produttore cinematografico di nome Leandro Saponaro (Giancarlo Giannini). Nella sua giacca viene rinvenuta una fotografia di gruppo in cui sono presenti l’amante del produttore e tre giovani aitanti speranzosi sceneggiatori, seduti al tavolo di un ristorante della capitale.
La prima ad essere convocata al commissariato è proprio l’amante del produttore, che però accusa i tre giovani della morte del suo compagno. I tre ragazzi, Antonino, Eugenia e Luciano, vengono strappati dai meandri della notte e portati di forza al commissariato, per testimoniare sull’accaduto e fornire un’alibi. Qui comincia il tutto, con una loro retrospettiva sul come il loro rapporto sia andato formandosi da un mese a questa parte, partendo dal momento in cui si sono conosciuti, al Premio Solinas.

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Il Premio Solinas è una manifestazione alla quale prendono parte i maggiori produttori italiani. Questo premio vuole incoronare delle sceneggiature originali di aspiranti scrittori del cinema e i nostri tre giovani protagonisti sono i finalisti del suddetto concorso ed è proprio in occasione di questa premiazione, a Roma, che si conoscono.
Antonino è un ragazzo siciliano, molto tradizionalista, che vincerà il premio grazie alla sua sceneggiatura incentrata sulla vita del celebre pittore Antonello da Messina, uno dei più grandi artisti nativi della sua città. Il suo amore per le arti in genere, lo hanno portato a scrivere una storia con canoni di scrittura quasi rivoluzionari e molto innovativi, con tratti “onirici”, come spiegato da lui stesso.

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Luciano è un ragazzo livornese, molto estroverso e con la testa poco sulle spalle. Il suo amore per il “cinema di genere” italiano è fortissimo, ma la sua passione vera è il cinema politico, impegnato e che insegni una morale al popolo. La sua sceneggiatura ritrae un padre di famiglia, lavoratore di fabbrica, suicida, che abbandona la sua famiglia al suo destino. Per scrivere questa storia si è ispirato a ciò che ha vissuto sulla sua pelle, riscrivendo in sua chiave la vita di suo padre e il rapporto con i suoi cari.

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Ed infine abbiamo Eugenia, figlia di buona famiglia. Suo padre è un politico e lei sembra aver vissuto questa situazione con estrema difficoltà. Mai capita e derisa in continuazione dalle sue sorelline gemelle, in preda ad una costante crisi esistenziale, che la hanno portata ad incentrare la sua sceneggiatura rimaneggiando ciò che lei ha vissuto in rapporto col suo genitore. La sua storia è stata scritta su modello di un attore francese che lei vede come un divo inarrivabile e che desidera con tutta sé stessa interpreti il ruolo duro e patriarcale dell’uomo da lei dipinto nel suo racconto.

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Il film ci pone davanti ad una dicotomia distruttiva. Mi spiego meglio: alla disfatta delle belle speranze della nostra nazionale di calcio, è affiancato l’inizio della disfatta del nostro cinema. Si, perché questo è un film sostanzialmente metacinematografico, nel quale ci vengono svelate molte cose che accadono dietro le quinte della produzione della Settima Arte. Sfruttamento, nessuna voglia di far lavorare i giovani e continuare a dar da mangiare a cariatidi che hanno poco o nulla da dire, ma soprattutto di false speranze e false promesse.

Il più grande problema di questa pellicola è la mancanza di coesione. Tutto sembra legato con un filo sottilissimo, che potrebbe spezzarsi d’un tratto e far crollare qualsiasi cosa. Tutto ciò non perché ci sia della tensione, dei colpi di scena da svelare, ma perché il soggetto non presenta una forza di base tale da poter generare una buona sceneggiatura. Tutto quello che vediamo è un po’ buttato lì e ricco di stereotipi che avrebbero potuto risparmiarsi: il produttore incompetente, l’attrice che vuole arrivare in alto e pronta a tutto per farlo, i giovani di belle speranze pieni di problemi, che però risolvono tutto perché sono di buon cuore…
La scelta della colonna sonora, oltretutto, risulta parecchio infelice. Il brano dal quale prende il titolo il film è l’inno dei mondiali scritto e cantato da Bennato e dalla Nannini, Notti Magiche, per l’appunto. Mi viene quasi da pensare che debbano ristampare a breve una rimasterizzazione di questo brano e Virzì voglia aiutare la casa discografica a vendere qualche copia. Altro brano ricorrente nel corso della pellicola è un pezzo di un grande gruppo New Wave degli Anni ’80, i Bauhaus e il brano è Bela Lugosis’s dead. Brano del 1982. Paolì, quelli erano altri Campionati del Mondo, quelli che abbiamo vinto.

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Qui mi ricollego all’altro tasto dolente del film, gli Anni ’90. Mi spaventa molto come la moda per questo decennio sembra stia spopolando nella cultura pop, che siano fumetti, musica o cinema. Questa paura è dettata dal fatto che ritengo quel decennio uno dei più bui della nostra storia, pregno di talmente tanto schifo da far venir voglia di imprecare contro tutte le divinità mai inventate anche il più docile dei monaci tibetani presente sulla nostra terra. Ma andiamo oltre.
Nonostante questo, dove sono gli Anni ’90? Non si sentono e non si vedono. Non basta far vestire male i giovani e strombettare con al collo dei tricolori per far sentire un periodo storico. Una vicenda più immersa in un contesto storico e sociale avrebbe dato una compattezza maggiore al film, regalandogli un profilo ben delineato, che invece qui risulta piuttosto flebile.

Cosa ne pensate voi? Andrete a vedere questo nuovo lavoro di Paolo Virzì?

Vi ringrazio del vostro tempo, Dōmo arigatō, e alla prossima.

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