Chesil Beach: quando l’amore non basta a fare un film

Chesil Beach segna l’entrata di Dominic Cooke, regista teatrale, nel mondo del cinema. La trama ricalca quella dell’omonimo romanzo breve di Ian McEwan, qui nelle vesti di sceneggiatore. Nel cast spicca il prestigioso nome di Saoirse Ronan. Ecco la nostra recensione.

«Ma in fondo mi conosco, sbaglio tutti i tempi. Non era questo forse il migliore per i miei silenzi?»

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Florence e Edward si amano. Hanno appena finito l’università; sono giovani, e pieni di belle speranze: lui, neolaureato in Storia, vorrebbe proseguire nella carriera accademica. Lei, diplomata in violino al conservatorio, esecutrice raffinata che vuole fare del suo quartetto d’archi il più grande al mondo. Sono gli anni Sessanta in Inghilterra: lui ascolta la musica della rivoluzione culturale, lei rimane sospesa tra gli spartiti di Mozart e riesce a trovare solo aggettivi altisonanti per descrivere la chitarra di Chuck Berry.

Florence ed Edward si amano. Provengono da classi sociali lontane, irraggiungibili, e le rispettive famiglie sono una l’emblema del successo borghese, l’altra della modesta vita della campagna oltre le ville signorili. Florence, cioè Saoirse Ronan, è la ragazza più all’antica della terra, deliziosa e raffaellita quando svolazza sulla scena incartata nel coordinato celeste; Billy Howle, cioè Edward, non riesce ad apparire una persona rispettabile nemmeno con la giacca buona del matrimonio.

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Ecco perché Florence ed Edward si amano. Ed ecco perché si sono appena sposati.

Le onde raggiungono sempre placide la battigia pietrosa di Chesil Beach, nel Dorset, contea sud-ovest affacciata sulla Manica. La spiaggia, lunga ben 28 chilometri, si stende a perdita d’occhio. Noi la sorvoliamo, vi entriamo dentro, un po’ la respiriamo: la fotografia dà il meglio di sé, restituendoci quel certo non se che di English flair. Due figure si stagliano timide a rompere la quiete, avvicinandosi, sfocate, da un punto imprecisato dell’orizzonte. Rientriamo con loro all’albergo dove i novelli sposini stanno passando la prima notte di nozze, nella minacciosa camera dove ogni cosa che avevi pregustato si trasforma in un incubo: la cena servita alla presenza dei camerieri, le anemiche verdure lesse di contorno all’arrosto con salsa, il vino che sei costretto ad assaggiare prima di autorizzarne la mescita, e poi il letto, proprio lui, il letto matrimoniale con le coperte rosse che motteggia un baldacchino, minacciosamente presente giusto qualche passo più in là…

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Chesil Beach è la storia di una prima notte di nozze, e delle conseguenze indelebili che lascerà sulle vite dei protagonisti. Ma è anche una cronaca di sfasature, di imperfezioni non accettate, di una gioventù entusiasta ancora costretta a prendersi (forse) troppo sul serio. Soprattutto, è una vicenda che risuona nella memoria di molti – se non tutti – tra di noi: tra il passato e il futuro si frappone continuamente il nodo irrisolto del presente, dove a volte ci lasciamo coinvolgere dai diktat del momento, condannandoci all’amara speculazione su ciò che avrebbe – o non avrebbe – potuto essere. Se.

Se, ad esempio, Chesil Beach fosse stato un film con più personalità, probabilmente avrebbe posto più enfasi sulle componenti di critica sociale non solo intrinsecamente presenti per tema trattato e contesto socio-politico, ma esplicitamente enunciate, semiotizzate: la divisione in classi di una società sedicente moderna, la guerra fredda, la repressione sessuale. Sarebbe forse stato privo del senso di incompiutezza che permea ogni secondo della pellicola, che si impone all’occhio prima ancora che il destino dei due ragazzi: il ritmo narrativo stagna, perde di mordente poco dopo l’attacco, con il paradosso che tuttavia questo non ne fa un film noioso. Probabilmente perché gli attori, e soprattutto la nostra irlandese prediletta, alla fine fanno il loro sporco lavoro.

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Per darvi un’idea più precisa della questione, mi azzarderò a scrivere che mi pare, da un lato, un prodotto un po’ buttato lì, forse troppo pedissequo al testo dell’originale racconto – la sceneggiatura è ad opera di McEwan stesso – per riuscire a riportarne la forza sul grande schermo. Dall’altro lato, è un qualcosa che già dalla sua stessa formula appartiene alla compagine di quei prodotti di consumo popolare che non provano nemmeno a mascherarsi da qualcos’altro: l’ordine costituito non viene sfidato, e la sublimazione finale degli umori negativi dello spettatore rimane attesa, portando tutta la compagine a schierarsi compatta da una parte piuttosto che dall’altra. Mi ricordano i film che guardavo da ragazzina, quelli che tentavano, coinvolgendo nomi prestigiosi, di dissimulare di starsi palesemente indirizzando a un pubblico emotivamente non complesso.

Se regia e montaggio avessero integrato più compiutamente il vago sapore di filmino ricordo derivato dal continuo gioco di messe a fuoco e di passaggi da dettagli tensivi a profondità di campo; se Chesil Beach avesse pigiato l’acceleratore sul lirismo, avrebbe potuto tirare fuori qualcosa di devastantemente appanna-occhiali dal personaggio principale non dichiarato, la spiaggia appunto, la quale viene relegata a metafora del possibile allontanamento all’infinito di due vite converse per un divertissement del caso. Se la spiaggia fosse stata trattata per quello che era, un potenziale scenografico indefinito, e autoritario, può darsi che avremmo avuto un film di cui valeva la pena ricordarsi.

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Sfortunatamente, non è stato il nostro caso.

Finis.

«Ci saranno altri silenzi, altri tempi da sbagliare…Amore.» (Sole, Negramaro)

[Mi stanno venendo seri dubbi: forse, semplicemente, non apprezzerei l’opera di McEwan se la leggessi. Nel caso, scusate la perdita di tempo.]

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Enjoy!

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ET

 

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