L’amica geniale in una parola: capolavoro

Ha debuttato ieri sera su Rai1 la nuova serie tv firmata HBO-Rai Fiction, ispirata ai romanzi di Elena Ferrante, un meraviglioso spaccato di storia italiana raccontato attraverso gli occhi di due amiche fuori dal comune. Una trama innovativa, un cast pieno di giovanissimi talenti – Elisa Del Genio, Ludovica Nasti -, la magistrale regia di Saverio Costanzo, per un prodotto di cui noi italiani dobbiamo necessariamente andare fieri. A voi la nostra recensione.

Più di 7 milioni di spettatori, con uno share di quasi il 30%: un esordio col botto, è quello de L’amica geniale, di cui sono stati mandati in onda ieri sera (martedì 27 novembre) i primi due episodi, intitolati Le bambole e I soldi. Già da tempo si mormorava sull’alto livello della serie, ma ieri tutti abbiamo finalmente compreso in prima persona perché alla 75ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (tenutasi lo scorso settembre), quando per la prima volta sono stati proiettati questi primi due episodi, il pubblico abbia loro dedicato un lunghissimo applauso, con tanto di standing ovation.

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La trama è così semplice che a pensarci quasi non esiste: tutto quello che accade, non sono che eventi riconducibili – almeno in questi primi due episodi – all’infanzia di Elena Greco e Raffaella Cerullo, soprannominate rispettivamente Lenù e Lila. Quello che ci scorre davanti agli occhi per circa un paio d’ore non sono che scene, spaccati della Napoli degli anni ‘50, pezzi di vita di un rione popolare in cui le scuole medie devono essere guadagnate, e se anche riesci a meritartele, la tua famiglia potrebbe non essere economicamente in grado di farti proseguire gli studi. Povertà, scandali da cortile, violenza domestica, bullismo… Sono tutte cose a cui noi oggi pensiamo, cose che sicuramente ci colpiscono, come ci colpisce la scena di un padre che schiaffeggia violentemente la propria figlia di dieci anni. Ma allora tutto ciò era la normalità. Allora si usciva da una guerra, allora gli uomini erano induriti dalla vita e le donne indebolite oppure incattivite. E i bambini erano quelli che ne facevano le spese.

Mafia, omicidi, lavoro minorile… Tutto questo è lo sfondo della storia, tutto quanto vissuto attraverso gli occhi di due bambine. Due bambine che giocano con le bambole, che leggono un libro insieme, che nel loro piccolo lottano contro un mondo che è strutturato solo ed unicamente al fine di schiacciarle. Sono povere. Sono femmine. E capita che il mondo riesca ad averla vinta, capita che, alla fine, escano da questa lotta distrutte.

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Cosa succede davvero in questi due primi episodi? Niente. Tutto. Non succede niente, non è una storia che ha uno scopo, che ha un inizio, uno svolgimento, una fine. Non vuole mandare messaggi. Non è politicamente o socialmente impegnata. Non ha alcuna pretesa. È solo il racconto di una vita. Ma in questo suo non voler mandare messaggi, in questo suo non essere impegnata, in questo suo non avere pretese, dice tutto: lancia ogni messaggio, impegna lo spettatore fin nel profondo della sua anima, ci sussurra in lontananza una pretesa che all’inizio credevamo non ci fosse, la pretesa di raggiungere il cielo pur strisciando sulla terra polverosa di un cortile pieno di bambini.

E L’amica geniale, con questi due primi episodi, il cielo l’ha raggiunto. Fa ridere, fa piangere, fa riflettere su tutto quello che oggi diamo per scontato, ci urla: guardate, guardate cosa c’è ora, guardate cosa non c’era; guardate dove siete adesso, perché è dove noi non sognavamo neanche di arrivare. Solo degrado: degrado economico, degrado sociale, degrado umano. Questo è il mondo a cui neppure le menti più brillanti riescono a sfuggire. E allora una prima, terribile domanda ci congela la mente: quante amiche geniali c’erano in quei sobborghi dimenticati dal mondo? Quante menti brillanti, quanti potenziali fisici, filosofi, ingegneri, scrittori, matematici, medici, ci siamo persi? Quanti di loro avrebbero potuto cambiare il volto dell’Italia, il volto del mondo, ma non hanno avuto l’opportunità di andare alle scuole medie, perché i soldi non ci stavano?

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La celebrazione delle vite sprecate, di questo si tratta. Una celebrazione cruda, terribile, fredda, raccontata attraverso un’amicizia che ti prende il cuore e lo stringe fino a farlo sanguinare. Una caratterizzazione di ogni singolo personaggio così profonda da catapultarci in mezzo a quel cortile, come se avessimo sempre vissuto lì, come se fossimo parte di quella gente. E allora tutti conosciamo Don Achille e ne abbiamo paura, tutti passiamo davanti al carretto di Enzo e compriamo la frutta da questo ragazzino biondo, con gli occhi azzurri, bellissimo; tutti ci affacciamo alla finestra per assistere al dramma di Melina innamorata del marito di un’altra donna, tutti siamo seduti ai banchi nella classe della Maestra Oliviero e la ascoltiamo mentre ci insegna cose che ci servono per vincere quella lotta contro il mondo. Maestra Oliviero che, fra l’altro, da sola lancia un altro potente messaggio, in una scena che forse qualche accanita femminista contemporanea dovrebbe guardarsi, per imparare che cosa davvero significa combattere contro le ingiustizie di genere; un messaggio che lancia in sordina, alle sue alunne, un invito a farsi valere, a mostrarsi forti davanti ai maschi, a vincere, perché altrimenti verranno distrutte. Perché se non cominciamo adesso a far vedere ai maschi che voi siete come loro, anzi siete meglio di loro, quelli vi schiacciano. E allora, facciamogli vedere che cosa siamo, facciamo rimanere il maestro Ferraro a bocca aperta.

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Non c’è un momento di pace, un momento di tranquillità, che ci possa permettere di staccare gli occhi dallo schermo. L’amica geniale è una serie ipnotica, che ti rapisce e non ti lascia andare finché non è finita, e forse anche allora nessuno di noi è davvero in salvo, perché c’è quella vocina nel nostro cervello che ancora continua a pensare in napoletano. Perché sì, gran parte dei dialoghi sono in dialetto napoletano, ma la cosa sorprendente è che sono quasi per intero comprensibili anche da chi, il napoletano, non lo parla. E persino i nordici – come, per altro, la sottoscritta – non possono che restare ammaliati dalla musicalità di una lingua che noi conosciamo soltanto attraverso stereotipate scene di mercato, furiose liti da beceri reality show, snervanti frasette lanciate in modo altrettanto snervante, alle telecamere di Striscia la Notizia, da ancora più snervanti genitori che portano in giro i tre figli sullo scooter, senza mettere il casco manco per sbaglio nemmeno a uno di loro.

Ecco, la lingua napoletana de L’amica geniale non ha nulla a che vedere con tutto questo, ed è anzi un valore aggiunto, che àncora definitivamente la serie ai luoghi in cui è ambientata, che la àncora alla realtà, alla storia, al paese, alla vita vissuta. La lingua napoletana è, in questo caso, una poesia continua, che riesce a esprimere cose che in nessun altro modo, con nessun’altra lingua, si sarebbero potute esprimere.

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Scenografie perfette, fotografia perfetta, sceneggiatura perfetta: potrei star qui ore a pensare, ma non riuscirei a trovare un difetto a questa serie. Violenta, ma non troppo, quel tanto che basta a trasmettere emozioni forti, senza cadere nella gratuità. Violenta a livello fisico e a livello morale. Dura come la pietra, fredda come il ghiaccio, feroce come una belva. Ma anche in questa desolazione, riescono a crescere i fiori. Fiori come la scena di Rino, fratello più grande di Lila, che chiede al padre di essere retribuito per il lavoro che svolge, solo ed unicamente per pagare gli studi alla sorella. Fiori come il gesto di Enzo, che regala a Lila della frutta e le strappa un sorriso. Vuole chiederle di fidanzarsi con lui, sostiene Lenù. Ma Lila dice che gliel’ha chiesto in modo sbagliato, avrebbe dovuto dire una cosa tipo: Domani ti porto al mare.

Se non è poesia questa, non so davvero cosa possa esserlo.

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Ma i due fiori più belli hanno un nome: Lila e Lenù. Due fiori che sbocciano insieme, così diversi, così disperatamente attorcigliati l’uno attorno all’altro; innocenti e delicate, come delle margherite, e forti, come un uragano. Le due figure più ipnotiche di una serie già tanto ipnotica: loro due sole riescono a dominare la scena, semplicemente con uno sguardo. Due supernove, così luminose che a volte fa persino male agli occhi guardarle. Così belle, così vere.

I bambini attori ritraggono i bambini come gli adulti immaginano che dovrebbero essere, dice Elena Ferrante, a proposito della sua richiesta di impiegare, nella serie, soltanto bambini attori dilettanti. Perché i bambini che non sono attori hanno qualche possibilità di uscire dallo stereotipo, specialmente se il regista è capace di trovare il giusto equilibrio tra realtà e finzione.

Impresa riuscita. Elisa Del Genio e Ludovica Nasti, rispettivamente Lenù e Lila, sono state in grado di portare in vita due personaggi letterari quasi come fossero nate apposta per farlo. E tra le due, forse, la più impressionante è Ludovica, con quel suo sguardo talmente profondo da risultare disarmante: protagonista assoluta davanti alla telecamera, riesce egregiamente a reggere il gioco con un personaggio, quello di Lila, che non può essere meno che brillante, un personaggio geniale. Lila è, alla fin fine, il centro di tutto. Lila è il sole e Lenù è la luna: Lenù ci prova a brillare quanto Lila, ma non ce la può fare. Può soltanto seguirla, passo per passo. Divorare ogni parola, ogni sguardo, farli propri: venire distrutta, a costo di restare con lei. E anche noi veniamo un po’ distrutti, pur di non distogliere lo sguardo neanche per un secondo da Lila. Apro il secchio e tiro fuori le parole, dice a un certo punto, riguardo al suo talento nell’inventare storie: e quegli occhi, quelle piccole mani, quel viso scuro e sporco di terra, ti spezzano il cuore.

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L’amica geniale risveglia una parte di noi che abbiamo dimenticato, un’innocenza che abbiamo nascosto. I piccoli non sanno il significato di ieri, dell’altro ieri, e nemmeno di domani, tutto è questo, ora, ci dice la voce narrante – una Lenù adulta. Così assurdo, così stupido. Chi di noi non si cura dello ieri, non si angoscia per il domani? Eppure quanti di noi non vorrebbero fare altro che fuggire da tutto questo, dimenticarsi di ogni cosa, vivere tutto qui e ora.

Nella sua rovina, nel suo squallore, nel suo abbandono, L’amica geniale rappresenta un trionfo della vita, del qui, dell’adesso. Un trionfo dell’amicizia, un trionfo dell’innocenza, un trionfo guerriero, un trionfo della libertà: non è che un gioco, ma un gioco molto serio.

Purtroppo non rivedremo più le piccole Lila e Lenù, dato che già dalle prossime due puntate – in onda martedì prossimo, 4 dicembre – la storia compirà un salto di qualche anno, per giungere nell’adolescenza delle protagoniste. Riusciranno le due nuove Lila e Lenù a reggere il confronto con quelle bambine? Lo scopriremo solo vivendo. Per ora non ci resta che fare i complimenti, a tutti quanti, per questo prodotto tutto italiano, da esportare fieri nel resto del mondo.

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Cecilia

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