Tre Volti: Panahi rompe il silenzio sulla condizione degli artisti

Tre volti è il nuovo film dell’iraniano Jafar Panahi. Premio per la Miglior Sceneggiatura al Festival di Cannes, la trama ruota alle vicende generazionali di tre protagoniste coraggiose. Nel cast figura anche il regista stesso.

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«Ecco un vero film, un film che non mente». [Jafar Panahi su Ladri di biciclette di Vittorio de Sica]

Può sembrare strano oppure no che un regista del lontano regno di Persia esprima parole di tanto sentito elogio verso un cineasta de noatri, e che cineasta. Sta di fatto che tale affermazione si pone ad ennesima riprova di come il capolavoro di De Sica abbia nel tempo mantenuto la sua gentile e peculiare sovversività, capace di provocare sempre ed ovunque la medesima reazione: sconcerto, in positivo o negativo, per il prodotto radicalmente nuovo cui ci si trovava davanti – basti pensare a C’eravamo tanto amati del compianto Scola, dove la querelle anti-realismo contro pro-realismo viene elevata a miccia della secessione di un intellettuale di Sinistra dal proprio partito…ecc ecc – .

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Dichiarazione, quella di Panahi, che sicuramente riecheggia come un disco rotto nelle menti degli spettatori alla proiezione di Tre volti, ultimo film dell’acclamato iraniano, ancora costretto, dopo addirittura una condanna all’imprigionamento in patria, alla vita di clandestinità. Ed è proprio la rivoluzione degli Ayatollah, con tutte le conseguenze censorie per le arti liberali che veste a mo’ di sudario, che il regista vuole riportare prepotentemente sul grande schermo, re-imboccando decisamente, dopo un periodo di prodotti non meno impegnati, ma innegabilmente più improntati alla leggerezza perlomeno visiva – si vedano Taxi Teheran e l’ancora precedente Offside – quella direzione della produzione nazionale che, sotto il nome di “nuovo cinema iraniano”, ha declinato in senso realista la presa di posizione sullo status quo della società khomeinista.

Abbiamo quindi la storia di tre donne, delle quali i tre volti del titolo sono sineddoche, che a loro volta vengono scelte come emblemi di tre generazioni, tanto di esseri umani quanto, forse soprattutto, di artisti. Le protagoniste sono attrici, lo sono state, o vorrebbero diventarlo; e l’accostare queste figure di “intrattenitrici” – tale il termine piuttosto spregiativo con cui il volgo indica la loro professione –, uguali ma diverse, scatena una potente presa di coscienza nel pubblico: le storie personali di queste creature leggere, per definizione fragili ma combattive, avulse dalla realtà ma radicate nei più profondi fondamenti di essa, dapprima divise, per la fine della pellicola si sono ormai intrecciate inestricabilmente, chiudendo un cerchio dal quale, al momento, sembra difficile uscire.

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Se la cesura di tono rispetto a Taxi Teheran si può avvertire, ciò non vale sul piano della forma, della genesi dell’idea. Panahi torna a girare on the road facendo interpretare se stessi ai teatranti, inserendo solo raramente punti di vista che sembrano scostarsi da quello del veicolo di locomozione con il quale ci si sposta. Su tutto, poi, domina la più assoluta impersonalità, complici anche l’inserimento del regista tra i personaggi e il recupero di un certo affidamento al fuori campo tipico del suo maestro Kiarostami. L’attenzione sul mezzo, ancora una volta, risulta dunque grande. E come potrebbe non esserlo, girando con lo scopo di raccontare la propria madre-matrigna, quella patria Iran che non ha voluto abbandonare e che per la sua dedizione filiale lo ripaga costringendolo a fare arrivare i propri film ai festival occidentali per via clandestina?

L’occhio, che vede e che sa, è tutto. L’occhio deve poter vedere, poter sapere. Ecco allora che, quando queste massime di principio vengono traslate nella forma, l’esplicita ammirazione per De Sica trova un senso: l’azione si snoda lenta, sequenze e inquadrature durano molto, come a volerci invitare a fermarci per considerare meglio quello che abbiamo davanti. Emerge così la sagoma di un’umanità ripresa nel suo imprescindibile legame atavico con una terra, con la terra vorrei dire: l’una non è vista a scapito dell’altra, e, nonostante i telefoni cellulari e i fuoristrada, ogni cosa sembra infine rientrare nel suo alveo, il senso del luogo viene interiorizzato da ogni fotogramma. La fotografia a pelle viva, naturalmente, gioca un ruolo di primo piano nel comunicare questo sentimento diffuso.

Neorealismo? Voi lo dite.

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Vorrei ora, in chiusura, aprire una piccola parentesi, che auspicherei si tramutasse quantomeno in una subordinata relativa; o, magari, anche in una frase principale. Tre volti ha vinto il premio per la Migliore Sceneggiatura all’ultimo Festival di Cannes, pur senza essere scritto, la butto lì, da Christopher Nolan. Punto primo. Punto secondo, è innegabile che sia una storia impegnata, una storia “bella”, e passatemi l’obbrobrioso aggettivo. Eppure, punto terzo, e qui si origina la mia questione: restringendo sempre il campo a esempi velleitari – concedetemelo – pensiamo a Dogman: non aveva una “bella storia” dietro? Non aveva un risvolto sociale? Quale film che dimostri di non essere campato per aria non ha un risvolto sociale? Perché all’altissima poesia, all’incredibile amore e delicatezza, del piccolo grande capolavoro di Garrone è stata preferita, da parte di una giuria che si è più volte espressa in senso “artistico”, il ben più socialmente presente Un affare di famiglia?

Le mie, come si noterà, sono domande. Con buona probabilità sono provocazioni. Ma se si tornasse in sede critica a riaprire questo dibattito, prima che la fiumana ci travolga, forse saremmo anche più portati a tornare a dare vita ai mitici cineforum.

Enjoy.

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