L’America raccontata in 10 serie TV

Gli Stati Uniti, se non l’aveste notato, continuano a confermarsi come fonte della grande narrativa del piccolo schermo. La nostra nuova classifica vi dice quali sono le serie imperdibili per cercare di conoscere meglio questa nazione.

 The Alienist (Netflix, 2018)

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Cominciamo dal principio: alla fine dell’Ottocento, l’egemonia economica, cultura, e militare degli Stati Uniti non si è ancora affermata a guida e paradigma del mondo occidentalizzato. Le città del paese, dopo la fine del mito della frontiera, sono in continua crescita, e accolgono sempre più immigrati europei, di varie religioni e nazionalità. Sporcizia, fuliggine, stereotipi culturali, ghettizzazione: questi i tratti che fanno da padrone ai nuovi agglomerati urbani, tanto che né le strade terrose davanti all’ultimo saloon prima del deserto né la Londra-Edimburgo de Lo strano caso del Dottor Jekyll e del Signor Hyde sembrano poi tanto lontane, vuoi nello spazio, vuoi nel tempo.

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E in effetti The Alienist si presenta subito come un prodotto di sapore decisamente più vetero-continentale che altro: la trama e i personaggi sembrano un’avventura di Sherlock Holmes in chiave moderna; e il tutto presenta una riflessione sulle radici – oltre, appunto, il mito glorificato del West – del tutto inconsueta per la narrazione d’America. Non solo: accanto a masse di poverissimi emigrati (tra cui spiccano italiani che parlano italiano; o inglese con accento italiano) troviamo una riflessione altrettanto “europea”, o che perlomeno non si vedeva oltreoceano dai tempi di Edgar Allan Poe. La storia è infatti quella di un medico, Lazslo Kreizler, che si occupa di indagare i luoghi oscuri della mente criminale in tempi pre-freudiani, tentando di curare la causa profonda del male, non il sintomo. Quale miglior sentiero per finire a parlare di Doppelgaenger, tare ereditarie derivate da modelli educativi e costrizioni sociali, e soprattutto: per aprire la scatola nera della devianza psicologica, facendola derivare dai comportamenti della figura genitoriale femminile piuttosto che maschile?

Mad Men (AMC, disponibile su Netflix, 2007 – 2015)

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Un notevole salto temporale ci trasporta nella Madison Avenue – domicilio delle agenzie pubblicitarie newyorkesi – degli Anni Cinquanta, dove, tra capelli cotonati, vestiti a pois stretti in vita, e mogli casalinghe, le grandi eminenze grigie del nuovo capitalismo – ovvero, i pubblicitari – rimangono vittima della giostra delle meraviglie su cui sono saliti con tanto entusiasmo. Vite sregolate danzate a ritmo di pranzi alcolici e cucina discutibile in locali imbrattati dagli sbuffi delle sigarette, per poi tornare in ufficio e versarsi un altro drink, fumare ulteriori sigarette, e occhieggiare attraverso il vano della porta il prosperoso didietro della segretaria di turno.

Non per nulla il titolo è un gioco di parole: gli uomini della Madison sono anche, e soprattutto, uomini folli, primo fra tutti Donald Draper, esponente di rilievo della Sterling Cooper, il quale, nel corso di sette stagioni, si troverà costretto a fare i conti con il proprio passato attraverso il proprio presente, scoperchiando i compromessi, i sotterfugi, i marciumi dietro gli anni più splendidi del consumismo statunitense. Il tutto condito da una curatissima atmosfera d’antan che manderà in brodo di giuggiole i maniaci della nostalgia.

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True Detective (HBO, 2014 – in produzione)

Stati Uniti: East Coast, West Coast; ribelli da una parte e gente che fattura dall’altra; Silicon Valley e Broadway; Hollywood e Motown. E poi? 

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True Detective è la serie che ci ricorda che esiste un qualcosa che si chiama “ex-stati confederati”, dove le tradizioni sono dure a morire, e chi vi nasce ha la scorza di natura un po’ più dura. Così è in Louisiana, dove la narrazione della prima stagione – quella che qui vi consiglio – ha luogo: tra paludi, birra in lattina, e orizzonti sterminati, la fotografia incantatrice diretta da Adam Arkapaw si accoppia ai due detective muso duro intrepretati da Matthew McConaughey e Woody Harrelson per portarci attraverso la ricostruzione di efferati delitti di cronaca nera. Legati a riti satanici. Sempre dove tutto ciò meno si dovrebbe trovare.

I due protagonisti, McConaughey in particolare, ricalcano il modello del detective privato senza scrupoli appartenente alla scuola dei “duri” hard-boiled, evoluzione cittadina del lone ranger del Western, apparsa nella letteratura americana degli anni del Proibizionismo. Lupo solitario senza scrupoli, questo giustiziere agisce testardamente e di propria volontà, cercando di operare nella giustezza piuttosto che nella legalità. E come il suo illustre antenato Monsieur Dupin, si dimostra sempre superiore alla polizia.

Hannah Montana (Disney, 2006 – 2011)

Parliamoci chiaro: i prodotti di Disney Channel tiravano alla grande. E le quattro stagioni della doppia vita di Hannah Montana – Miley Stewart tiravano alla grandissima, riuscendo a vendere ai ragazzini europei il tipico sogno americano: se hai talento, mettilo in mostra; sfonda; fai soldi; conquista il mondo. Precetti che poi ha provato a mettere in pratica l’attrice principale stessa, Miley Cyrus, con risultati su cui si potrebbe stare a discutere – in un altro articolo -.

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La formula della teenager sitcom spopolò in quegli anni, procedendo poi verso una morte graduale con la nascita di Netflix & Co. e la parziale ritargetizzazione di pubblico – temo anche a causa dell’effetto-noia – dei canali Disney on demand. Furono, comunque, veri e propri pionieri di immaginario e business model,  dando ai giovani millennials qualcosa di cui parlare il pomeriggio dopo scuola. Furono trasmissioni pomeridiane come questa a essere apripista a successive creazioni come

Tredici (Netflix, 2017 – in produzione)

[…] le quali scoperchiano, finito il sogno, un ulteriore vaso di Pandora: i teenager americani non vivono in favole dove ogni difficoltà è superata e tutto giunge sempre a un lieto fine. La competizione è grande; i tassi di aspettativa alti; la polarizzazione tra vincenti e perdenti: devastante. Fino a portare la liceale Hannah Baker al gesto estremo di cui ormai chiunque ha sentito parlare.

Quello che personalmente ora mi auspicherei è l’arrivo sugli schermi di una serie che tratti il problema dell’uso indiscriminato della violenza da arma da fuoco, forse unico problema che, nell’ondata del politically correct e dell’uguaglianza di genere, rimane ancora intoccato. Ed è già di per sé qualcosa di indicativo dell’entità della questione, e degli interessi in essa coinvolti. Rivoltelle e fucili fanno la loro comparsa – e non in maniera problematica – solo in prodotti come Narcos, o film di agenti segreti, gangster, horror, … insomma, mai nel livello della fiction per teenager, o almeno non pervasivamente. Forse sarebbe il caso di iniziare a parlarne.

Jersey Shore (MTV, 2009 – 2012)

Quando scateni i format nella versione reality, non puoi più riacchiapparli. Naturale deriva  della febbre da Grande Fratello fu allora Jersey Shore, che di sicuro fece la gioia di molte fiacche serate tra amici. Non che a dire il vero sia molto indicativo della americanità in sé per sé. Può, e lo ha dimostrato, funzionare dovunque l’assuefazione al voyeurismo sia abbastanza radicata. Mi ha divertito notare che la provenienza etnica di alcuni membri del cast, attenendoci a Wikipedia bocca della verità, venga descritta come: italo-americana; irlandese-spagnola-americana; italo-greco-americana; italo-portoricano-americana; polacco-italiano-americana; cilena, adottata da genitori italo-americani. Traete voi le vostre conclusioni.

Disjointed (Netflix, 2017 – 2018)

Nientemeno che Kathy Bates: se figura nel cast, allora forse vale la pena di dare un’occhiata per capire di che cosa stiamo parlando. Ed effettivamente l’interpretazione esilarante dell’attrice premio Oscar di una madre attivista pro-cannabis merita, appieno. Stanca di una vita di lotta, Ruth ha deciso di aprire, aiutata dal figlio Travis, un punto vendita di marijuana personalmente coltivata da loro.

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Torniamo allora nell’America Felix, o che ci viene fatta passare come tale: progressista, democratica, ancora un po’ hippie; soprattutto, che è capace di prendersi in giro per gli eccessi a cui proverbialmente lo spirito statunitense sa spingersi.

La fantastica signora Maisel (Amazon Prime Video, 2017 – in produzione)

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Per quanto ve ne abbia già parlato in una recensione piuttosto entusiasta che potete trovare qui, la porto nuovamente sotto i riflettori per il semplice fatto che è una bomba di serie TV; perché ha sbancato gli ultimi Emmy; e perché sta per uscire la seconda, attesissima, stagione.

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Abbiamo parlato di minoranze etniche; di stereotipi; di adolescenza; di vizietti (quasi) innocenti. Ma ancora non abbiamo nominato Loro: gli ebrei d’America, che nel Nuovo Mondo sono riusciti a far fiorire la loro cultura, diventata poi ibrida, come nessun altro, regalandoci alcuni dei più brillanti attori, registi, produttori, … e chi più ne ha più ne metta. E come ci insegna Woody Allen, tratto tipico della cultura giudaica è il riso autoironico: per questo La signora Maisel è una serie comedy, e per questo il mix di una show runner del calibro di Amy Sherman Palladino e di una deliziosa Rachel Brosnahan in cappottino rosso crea pericolose dipendenze quando ci apre preziosi spiragli su contesto storico (anche qui, Anni Cinquanta), tradizioni, e storie di crescita personale, aggiungendovi una strizzatina d’occhio a un genere molto in voga oggidì quale la commedia stand-up. Davvero, non perdetevela.

 Sharp Objects (HBO, 2018)

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Ci avviciniamo alla conclusione, e arriviamo a parlare di una serie di quest’anno stranamente passata sotto silenzio – perlomeno nei miei giri di frequentazione – nonostante per me sia un vero e proprio capolavoro. Lo show HBO è un unicum mirabile e attentamente calibrato: dal ritmo e sviluppo narrativo alla fotografia; dalla scelta della colonna sonora agli attori (straordinaria, straordinaria Amy Adams, che sembra sviluppare il lavoro iniziato con Animali Notturni).

Per narrare una storia di odio, sotterfugi, dolore e violenza, dove anche l’amore sembra avere appigli troppo deboli per poter fiorire durevolmente, e guarda caso ancora una volta nel regno dell’appropriatezza: il Sud del paese, questa volta nello stato del Missouri. Né vincitori né vinti ma solo dolorose consapevolezze emergono dal passato della ex-reginetta della scuola Camille Preaker, ora reporter in erba, che torna nel paesino natale per un nuovo pezzo di cronaca nero pece. La ragazza non ha un rapporto felice con la madre, e conserva un cumulo di traumi infantili che la metà basterebbe ad ammazzare. Non casualmente, la forza del prodotto sta, ancora una volta, nella riflessione sul ruolo della donna quale madre inserita in un certo contesto socio-storico. Perché solo in un grembo possono racchiudersi  segreti vortici di vita e oscure spirali di morte.

Who is America? (Showtime, 2018)

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Nuovo che più nuovo non si può, l’Irreverente per eccellenza Sacha Baron Cohen torna a invadere i salotti delle case di tutto il mondo per narrarci l’America dietro le quinte ai tempi di Trump. L’assunto di base del nostro trasformista di fiducia sembra essere stato qualcosa del tipo: tutti ne parlano, la mediatizzazione fa perdere le coordinate. Riportiamo la discussione a un livello di empatia umana.

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Baron Cohen veste così di volta in volta i panni di quattro “estremi” personaggi di invenzione per intervistare sia comuni cittadini che esponenti del mondo della politica e delle lobby. I risultati, come potrete prevedere, sono desolantemente spiazzanti. Ma se serve per rimanere sul pezzo senza lasciarsi trascinare via da futili entusiasmi, che dire: ne volgiamo solo ancora.

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E per oggi, dall’Area 51, è tutto.

Enjoy!
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