Noir in Festival, Ride, e il debutto fuori dagli schemi di Rondinelli

Ride è il primo lungometraggio di Jacopo Rondinelli, ed era in concorso per aggiudicarsi il Premio Caligari al Noir in Festival 2018 con un cast di volti nuovi e non e una trama-collage postmoderna. Parliamone insieme.

 

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Io davanti a una torta di ciliegie 

Noir in Festival è una cosa incredibile con ospiti incredibili. Non sorprende dunque apprendere che non molti ne avevano nei fatti sentito parlare. Vi butto lì un paio di nomi: Dario Argento; Jo Nesbø; Fabio D’Innocenzo; Sergio Stivaletti; Donato Carrisi; Joe Dante; devo andare avanti?

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Fabio D’Innocenzo vince tutto e si presenta con la felpina tattica dell’Adidas. Arancione. 

La porzione cinematografica di Noir in Festival – evento che tanto di letteratura quanto di film noir vuole parlare -, è stata portata allo IULM grazie all’intercessione di Mr. Gianni Canova. Due i premi principali assegnati per questa sezione: il concorso anteprime internazionali, e il Premio Caligari (assegnato a La terra dell’abbastanza, proprio dei D’Innocenzo), dedicato alle opere italiane già uscite in sala durante l’anno. Quest’ultima vede l’intervento di una Giuria Popolare diretta da tre critici affermati. Indovinate? Ovvio, noi c’eravamo.

E siamo stati a sei proiezioni in tre giorni. Scegliendo di parlarvi brevemente della pellicola più sperimentale in circolazione.

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Introduciamoci dunque con due affermazioni. Primo: la contaminazione è una delle gioie della pratica artistica. Reversibile in: una delle maledizioni. Secondo: Il cinema italiano non è mai stato tanto inutile quanto quello di oggi. Più o meno reversibile in: il cinema italiano sta vivendo un periodo di rinascita, e per trovare la propria strada sta battendo quei terreni che gli erano rimasti ancora sconosciuti. Vogliasi anche trattare delle Dolomiti trentine.

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Parliamo di film con le Go Pro. Anzi, no. Parliamo di film. Parliamo del mezzo cinematografico che inizia seriamente, e sistematicamente, a confrontarsi con la tecnica insolente, quella che nel giro di non molti anni pretende di rivoltare da pollice a caviglia il comodo, e caldo, calzino della nostra vita quotidiana. E osserviamo che, se da un lato i risultati ci sembrano pellicole dalla personalità eccessiva, strabordante, incontenibile nel misero pelago delle nostre pupille; dall’altro, se si vuol parlare di realismo, non ci si può astenere anche solo dalla sperimentazione.

Soprattutto perché mica di una Go Pro stiamo trattando. Ride, film di Jacopo Rondinelli uscito a settembre nelle sale italiane, di telecamere in generale, di mezzo riprendente insomma, ne ha impiegate venti, o poco più, parola di regista. Che figata. Soprattutto quando, ganzamente finite le riprese, ci si è trovati in sala di post-produzione a chiedersi che cosa mai ci sarebbe stato di sbagliato a lavorare su una roba più piccola, semplice, pulita, a budget ancora più ridotto. E invece no, perché quando gli italiani si mettono in testa di fare le cose, … il sonoro finisce per dover essere riassemblato a posteriori.

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Ride è la storia di due overachiever, due biker, arrampicatori, e chi più ne ha più ne metta, due postmoderni Icaro dannunziani che sfidano la morte con una consapevolezza un attimo più sconsolata: la loro hybris, la loro tracotante sfida al fato, non si realizza come bella e spensierata impresa, essendo al contrario un’ultima spiaggia. I protagonisti non vogliono rassegnarsi alla conformazione sociale, rischiando di far saltare ogni coordinata fissa della loro quotidianità. Fino a quando non vengono chiamati da una misteriosa organizzazione, tale Black Babylon, per una gara con altri rider con in palio un bel gruzzoletto di soldi.

La distruzione dunque arriverà paradossalmente per colui che non riuscirà a imbarcarsi nella missione, per l’uno dei due che non sarà in grado, un’ultima volta, di elevarsi alle loro amate – e proibitive – altezze per respirare, solo per un attimo, lontani dalle matasse soffocanti delle loro vite personali.

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Ed è soffocamento quello che lo spettatore esperisce mentre, sprofondato nel suo sedile, si trova costretto a seguire i molti occhi del mezzo di ripresa, mai uguali a volte persino da un’inquadratura all’altra, intrappolato in un ottovolante che non accenna a fermarsi. È il livello superiore della sperimentazione mesica contemporanea, quella dove il cinema, ancora non supportato da device di sorta in fase di fruizione, diventa seducentemente liminale alla realtà virtuale e al gioco di ruolo. Componenti peraltro ben presenti se non fondanti dell’idea dietro la sceneggiatura, che porta in ordito richiami ai più svariati maestri: l’occhio di Stanley Kubrick, la pillola di Matrix, gli intrighi internazionali di Hitchcock, e chi più ne ha più metta. Basta che siano elementi disturbanti.

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Lorenzo Richelmy è Max

Un lavoro, quindi, che si appoggia su di una scrittura al limite dell’antologico; che non sfoggia un cast particolarmente brillante; ma che ha il grande merito di farci pensare, per la prima volta, che quello che vediamo sullo schermo potrebbe poi non essere davvero irrealizzabile con le possibilità moderne.

Ma che c’azzeccava un film del genere con un festival di Noir in senso stretto?

Tutto. Niente. Si vedrà. In fondo mi è sembrato di captare che questo sia lo spirito del Noir in Festival: essere un’occasione per riunire tutto ciò che potrebbe inserirsi nella fenomenologia di questo nobilitato genere, sperando di salvarlo; di rintracciarlo; o alla meno peggio, di monitorarne i cambiamenti. In fondo, il noir non è nato mainstream, ma come un contenitore per indagare i lati oscuri dell’essere umano e della sua società. Non è mistero che abbia perso la ragione stessa del suo nome con l’avvento della fotografia a colori. E non lo è nemmeno che sarebbe eccessivamente anacronistico pensare di trovarci, oggi, (solo) Otto Preminger.

Enjoy!

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