La ballata di Buster Scruggs: i Coen incantano con un’antologia d’autore

La ballata di Buster Scruggs, vincitore del Premio per la Miglior Sceneggiatura alla Mostra di Venezia, è un film antologico dei fratelli Coen. La trama ripercorre i passi del genere Western, e il cast è pieno zeppo di vecchie conoscenze. Ecco la nostra recensione.

b

Che i fratelli Coen facessero un cinema americano, non era un mistero per nessuno. Non che abbiano mai provato a nascondere la cosa più di tanto. Dall’esordio, Blood Simple, citando uno dei maestri della letteratura statunitense del Novecento, al bowling del Grande Lebowski, passando per quel prezioso sparatutto malavitoso che è il poco considerato Miller’s Crossing. Ce l’hanno nel sangue. A quanto pare, alle stelle e strisce, ci sono anche un po’ affezionati sentimentalmente.

m

Quello che di americano ancora mancava al loro pedigree da macchina da presa era un film come La ballata di Buster Scruggs. A vederla, questa locandina un po’ troppo da post Instagram, con il blasone di Netflix che ben campeggia in primo piano, farebbe pensare all’ultimo maglione all’uncinetto che la nonna vi ha raffazzonato su per Natale sonnecchiando sulla sedia a dondolo, aprendo e chiudendo gli occhi al ritmo dell’alternarsi di telenovela di mezzanotte e réclame.

Temo sia quello che molti devono aver pensato. E questa sensazione di fastidio pruriginoso, unita alla scelta di non distribuirlo presso gli esercenti di sale sul territorio – leggi: non può concorrere agli Oscar; prescindendo dall’eventuale merito o meno per una candidatura. Ma leggi anche: non c’è da costruirci un caso mediatico attorno – ha fatto sì che se ne parlasse ingiustamente poco.

d

La ballata di Buster Scruggs è un film di genere. Antologico, per la precisione, e sotto ogni punto di vista: è antologico per la narrazione, una struttura a episodi che ripercorre in sei tappe alcuni tra i topoi più significativi del Western, dal duello tra pistoleri, ai saloon di ubriaconi, alla diligenza (fantasma? Lo chiederemo a Sjöström). Lo è dal punto di vista della realizzazione tecnica: l’unità-base di lavoro è l’inquadratura, e ogni, dico ogni santa inquadratura è, perdonatemi il francese, cazzutissima, composta e studiata al millimetro come solo i buoni Fratelli sanno fare. Punto primo. Ci hanno dato una lezione di artigianalità. Punto secondo: la costruzione delle sequenze, e degli episodi tutti, è trasparente. A seconda della situazione variano la fotografia, la colonna sonora, l’assemblaggio delle sequenze. Non solo: il set sembra costruito apposta per essere sempre al crocevia tra il fantoccio, il metafisico, e il surreale; un’ambientazione che parla di sé, che urla che è stata scelta appositamente, che è sempre quella ad ogni film di genere che vediamo, solo calcata da personaggi diversi. Osservazione che, ai tempi di Westworld, non può che suonare azzeccata. Così abbiamo staccato anche il cartellino della metacinematograficità, quella vera, tiè.

Infine, Buster Scruggs è un film antologico per quanto riguarda la filmografia stessa dei Coen: ci racconta il loro modo di creare, ce ne fa ricordare, ce lo spiega da dietro le quinte, ci fa venir voglia di mettere su ancora una volta Non è un paese per vecchi, così da prolungare l’incanto di qualche ora.

c
Notate le gambe divaricate del tizio sullo sfondo: quanto sono delle meta-gambe divaricate? Ma dico, quanto? 

Però questo equivale a dire che è tutto un po’ già visto, no? Col cavolo. Perché poi arriva lei, la vecchia signora, la consumata tecnica di scrittura e di piccoli gesti del duo che ci regala da decenni copioni stranamente lirici ed emozionanti, che passa la prova del racconto breve a gonfie vele. Ogni carattere umano che incontriamo nel nostro viaggio ha qualcosa di speciale, di teneramente fragile, anime gloriosamente perdute inasprite dal contatto diretto con la terra vergine che non perdona. Una grande pensatrice del secolo scorso, Susan Sontag, disse un giorno – più o meno –, che la natura americana non poteva essere storicizzata, che era refrattaria all’inserimento in un sistema di coordinate spazio-temporali determinato da una prospettiva umana. Tradotto in soldoni, la identifica come un’entità indomabile, anzi superiore, che con il nostro piano poco ha a che fare. Mai affermazione fu più giusta, perlomeno stando a quanto ci viene presentato in questo film. Quella, la natura, sta sempre lì, alle spalle dei personaggi, silenziosa, e il singolo la ode bisbigliare come una sirena al proprio orecchio, non riuscendo a resistere alla tentazione di sfidarla, giocandosi il tutto per tutto. Senza porre limiti al prezzo da pagare.

l

Un freak mutilato senza gambe né braccia che declama la crème della letteratura inglese a memoria da un pidocchioso baraccone da circo itinerante; un tenebroso pistolero venuto a diventare il miglior killer in circolazione; una ragazza dalla treccia scura e gli occhioni come laghi costretta a diventare grande troppo presto; un mefistofelico (ma anche draculesco) cacciatore di anime e il compare irlandese che di mestiere ‘picchia duro’. Sono solo alcuni dei compagni che, una classe sociale dopo l’altra, ci scortano nel nostro viaggio attraverso tragedia, commedia, narrazioni annidate e canti della frontiera, in un mondo dove ogni legame che si provi ad annodare rivela infine la sua essenziale inconsistenza, sacrificato sull’altare dell’istinto di sopravvivenza. Ma ‘sto Buster Scruggs, in tutto questo, che c’azzecca, chi è? Tranquilli, vi libererete di lui molto presto. Però tiene insieme il tutto.

Senza titolo-3
Non che sia rilevante, ma lui è Dudley Dursley. In realtà ha anche un nome di battesimo, si chiama Harry Melling e, mirabile dictu, è un attore inglese. 

Vi consiglio di non perdervi questo film, anzi, di guardarlo quando avrete voglia di una coccola, per esempio dopo essere rientrati in casa dopo una giornata passata fuori, al freddo, quando lo shock termico farà impiegare ai vostri corpi il triplo del tempo per togliersi il gelo dalle ossa. O, visto che è periodo, quando saremo sotto Natale e voi vorrete ubriacarvi – ovviamente, di zucchero – per dimenticare il fatto che anche quest’anno siete single. Bardatevi dunque di coperte di lana, fatevi una cioccolata in tazza, e premete play. Semplicemente, così. Tanto la storia, come ci dicono i Coen stessi, lo sapete già come va a finire. Un libro si apre e si chiude, c’è sempre una copertina. Sempre la stessa storia. Sempre diversa. Non ne abbiamo mai abbastanza.

P.S. Per quanto riguarda la questione ‘perché i Coen fanno cose per Netflix’: ammetto che il film sta bene dove sta. La nuova collocazione generalista adornata di qualche gioiello brillante. Come si vede ciò non equivale a dire che sia in linea di principio un prodotto poco degno di attenzione. Ne vedremo delle belle prossimamente.

Enjoy.

ET

giphy (1)

Follow us:

Annunci