Macchine Mortali: un fantasy distopico da manuale

È finalmente uscito il primo adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Philip Reeve e può vantare delle celebrità, nella produzione: è infatti di Peter Jackson la sceneggiatura, che vede una trama alquanto fedele all’originale e un cast convincente, in cui spicca il nome di Hugo Weaving, viso già noto sia a noi che allo stesso Peter Jackson – ce lo ricordiamo nei panni di Elrond di Gran Burrone, nella trilogia del Signore degli Anelli. Il verdetto? Vediamolo insieme nella nostra recensione.

Un’operazione di marketing coi controfiocchi, quella per Macchine Mortali, che da mesi cerca di far parlare di sé diffondendo immagini promozionali super estetiche, esplicitamente accostate agli stessi produttori de Il Signore degli Anelli e Lo Hobbit. Ci si aspettano dunque grandi cose da questo film, davvero grandi, dato che Peter Jackson non si scomoda per un nonnulla.

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E in effetti, un’eco dell’antico splendore che furono le produzioni evento delle omonime opere di J.R.R. Tolkien si sente. Anche se, purtroppo, è un’eco molto lontana… molto lontana, e questo innanzitutto perché non abbiamo a che fare con J.R.R. Tolkien: quando parti dalla vetta con Il Signore degli Anelli, tutto quello che viene dopo non può che essere il pendio di quel monte seppur così alto. Con Macchine Mortali, infatti, Peter Jackson – il grande, l’immenso – va a calare, e se qualcuno si aspettava un film evento come sono stati i classici di Tolkien, resterà deluso.

Detto ciò, basta partire col piede giusto: Macchine Mortali può sì vantare i produttori de Il Signore degli Anelli e de Lo Hobbit, ma non è né Il Signore degli Anelli, né Lo Hobbit.

Questo non significa che sia un’opera mediocre. L’idea di partenza, infatti, è decisamente particolare: ci troviamo in un futuro remoto post-apocalittico fatto di città itineranti, che si spostano come delle immense macchine dotate di vita propria. Anche il genere è interessante, dato che non sono tante le storie in circolazione ambientate in un universo cosiddetto steampunk, filone fantastico fantascientifico dal sapore londinese ottocentesco – per darvi un’idea, La Leggenda degli Uomini Straordinari è il film che ha reso popolare il genere dello steampunk.

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Macchine a vapore, congegni meccanici e a orologeria, ingranaggi si affiancano a una tecnologia meta-contemporanea, se non futuristica, il tutto condito da segreti e complotti dalle sfumature noir e cyber-apocalittiche. Le società sono utopistiche e le ambientazioni sanno di vecchio e di nuovo nello stesso tempo. Un minestrone dalle molteplici attrattive, per gli amanti del genere fantastico e distopico, attrattive tutto sommato fedelmente riportate nel film di Macchine Mortali.

La protagonista fatta di ingranaggi è una Londra anacronistica, che come un gigante della rivoluzione industriale si sposta attraverso le pianure e le foreste, inglobando le città più piccole e servendosene per il proprio fabbisogno. E questo è decisamente uno degli aspetti più interessanti del film, quello delle città itineranti che ricordano con nostalgia il Castello Errante di Howl, anche se resta, purtroppo, sostanzialmente marginale, per dare spazio a quello che è l’intreccio dei due protagonisti, Tom Natsworthy e Hester Shaw. Lui orfano appassionato di storia, lei orfana in cerca di vendetta per la morte della madre, i due si incontrano all’inizio del film quando Hester tenta di uccidere l’assassino della madre e quello che si rivelerà essere l’antagonista, Thaddeus Valentine.

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Dopo un inizio apparentemente frettoloso, la storia si fa più equilibrata e i protagonisti cominciano ad assumere spessore: sia ben chiaro, siamo di fronte a un classico del filone fantasy e distopico, la caratterizzazione dei personaggi non riserva sorprese. Hester è la classica eroina spaccaculi, una sopravvissuta con una tragica storia alle spalle: se la cava da sola, non ha bisogno di nessuno, finché il destino non intreccia la sua strada con quella di lui, questo ragazzo dolce, intelligente, speciale, e allora tutto cambia. La nascita di un legame è inevitabile. Entrambi sono necessari, ai fini della storia, entrambi sono protagonisti, il che è apprezzabile in un momento in cui sembra obbligatorio presentare eroi femminili, affiancati da quello che risulta essere niente di più che un semplice aiutante maschile.

Resta il fatto che di coppie come questa ne è pieno il filone distopico, ma Tom e Hester riescono comunque a non essere noiosi, soprattutto grazie al fatto che sono entrambi bei personaggi, cosa che non sempre accade – non mi inoltro in esempi, ma a tutti salta alla mente almeno un caso in cui abbiamo pensato a quanto fosse snervante proprio il protagonista… Katniss Everdeen… Okay, questo era scontato, dovevo dirlo.

E la chimica fortunatamente c’è anche fra i due attori, Robert Sheehan e Hera Hilmar, che vestono i panni di Tom e Hester in modo convincente, pur non avendo a che fare con delle interpretazioni esplosive: hanno fatto un buon lavoro, niente da dire, di certo più meritevoli di elogio che di biasimo.

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Convincenti risultano anche gli altri personaggi, a cominciare da Valentine – Hugo Weaving -, un cattivo moderno da manuale, per passare poi ad Anna Fang, la stravagante aiutante che appare nel momento del bisogno e dà la propria vita per aiutare Tom e Hester a distruggere Valentine e il suo piano. Un bel personaggio, quello di Anna Fang, ma mai bello quanto quello di Shrike, un Terminator mezzo macchina e mezzo umano, che tuttavia si scopre più umano di quanto creda: il suo legame con Hester è più profondo di quello che all’inizio vogliono farci credere, dato che si presenta come un cyborg mercenario che ha una sola missione, uccidere Hester Shaw. Alla fine la storia di Shrike è quella che ci entra davvero nel cuore, un personaggio che decisamente si sarebbe meritato più spazio, ma che non può che risultare marginale di fronte all’intreccio di trame che Macchine Mortali presenta.

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Il vero punto di forza del film restano gli effetti speciali e la spettacolarità di alcune sequenze. Le città erranti sono stupende, la Londra futuristica vittoriana è squisitamente paradossale e azzeccata, la città volante dove Tom e Hester si nascondono insieme ad Anna Fang bellissima. Il mood del film ci ricorda un po’ Star Wars, con le sue navicelle e i suoi ribelli. E il tocco di Peter Jackson si nota soprattutto nelle sequenze di battaglia, ben equilibrate e molto dinamiche, anche se le ambientazioni non sono quelle familiari del Fosso di Helm o della piana davanti a Minas Tirith.

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Sia ben chiaro: vi deve piacere il genere. Qui scrive una a cui il genere piace e dunque il film l’ha apprezzato, a prescindere dai difetti obiettivi, che possono essere la superficialità oppure la forzatura di alcune linee narrative, non del tutto incastrate a regola d’arte in un film di sole due ore. Era tanto tempo che non veniva proposto l’adattamento cinematografico di una saga letteraria di questo genere, e se ci aggiungiamo il fatto che la sceneggiatura in calce ha la firma di Peter Jackson, il progetto resta degno di nota, a prescindere dal fatto che si riesca a proseguire con il sequel o meno – ricordiamo che la saga è composta da quattro libri. È inoltre apprezzabile il fatto che abbiano cercato di alzare l’asticella sul target, avendo a che fare con libri per ragazzi: il film risulta infatti appetibile anche da un pubblico che adolescente non lo è più, ma con il costante presupposto che se siete amanti dei thriller psicologici scandinavi o vi fa vomitare anche solo l’idea di vedere un fantasy, allora forse è meglio se questo film non lo guardate, per non buttare due ore del vostro tempo.

Se invece, come la sottoscritta, ancora vi gasate a vedere Hunger Games, se vi piace il genere fantascientifico, il genere distopico, il genere fantasy, e non importa quale sia l’universo, allora magari, a Macchine Mortali, un’occhiata dategliela. È un film carino, anche se di certo nulla di esplosivo o memorabile; ma se dovessimo scomodarci solo per film esplosivi e memorabili, di questi tempi non andremmo più al cinema.

Se l’avete già visto e vi è piaciuto, sono contenta, se vi ha fatto schifo, be’… sono sinceramente dispiaciuta, ma non è la fine del mondo. Diciamo anche che siete in buona compagnia, dato che Macchine Mortali non ha avuto il successo che i produttori speravano. Un sì, carino, ma niente di che da parte della critica, e anche da parte del pubblico, visti i modesti incassi, se consideriamo che si tratta di un film – lo ripeto per la centesima volta – che è stato pubblicizzato accanto al nome di Peter Jackson.

Evidentemente, non tutto quello che il nostro Peter tocca, alla fine diventa oro.

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Cecilia

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