The Old Man and the Gun: l’addio di Redford è la favola bella di un ladro gentiluomo

The Old Man and The Gun è l’ultimo film di David Lowery, gran finale di Robert Redford nella sua onorata carriera di protagonista del grande schermo. La trama ripercorre le ultime vicende di un incallito criminale americano. Nel cast anche Casey Affleck e Elisabeth Moss. Ecco la nostra recensione.

 

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Regista (a sinistra) e attore protagonista (a destra)

Se già è emozionante, e basterebbe per uscire dal cinema contenti, vedere un regista operare secondo interiorizzate linee di poetica personale – tanto più se parliamo di emergenti –, è terapeutico assistere alla proiezione di un film coerente, con ottimi interpreti, e con dietro una scrittura discreta ed elegante. Nel caso ve lo stiate chiedendo, sì, state per leggere qualcosa che ha a che fare con una di queste felici congiunture.
Non era una novità che Robert Redford sapesse recitare. E nemmeno che fosse, a 82 anni, ancora uno splendido uomo. Quello su cui forse pochi di voi avrebbero scommesso era che si potesse realizzare un film di gangster senza parlare di gangster; o raccontare la storia di un rapinatore seriale senza far mai partire in scena un colpo di pistola.

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Quindi se rimanete spiazzati per la pacatezza, per la leggerezza che si respira nella narrazione degli ultimi anni di disonorata carriera di Forrest Tucker, evasore e criminale seriale, ricordatevi ciò che disse a suo (recente) tempo un gigante della nostra letteratura quale fu Italo Calvino: leggerezza non significa disimpegno, non significa frivolezza. Anzi, molto spesso le cose leggere finiscono per essere altamente drammatiche, e le frivole niente più che “[mediocri] cose di pessimo gusto”.

Veniamo così introdotti in un mondo al limite dell’onirico, dove la realtà è girata in pellicola 16 mm Super e i pensionati dimostrano di saper svaligiare banche a colpi di rispettabilità, dove le atmosfere si alternano, edulcorate, tra l’ocra e il ciano, e i fili d’erba non sono distinguibili l’uno dall’altro per la sottile ma uniforme patina di sfuocatura che ricopre la scena. Dove i contorni delle cose sembrano leggermente tremolare, e le pupe possono innamorarsi anche dei delinquenti che non sono tutto muscoli e niente cervello. E dove gli outfit di Redford diventano parte integrante della scenografia, giocati come sono sul contrappunto di singoli, finissimi dettagli caldi da abbinare al blu Persia, o forse Oltremare, del suo elegante completo.

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Un mondo dove ogni cosa, grazie all’ossessione della regia per i primi piani, avviene in maniera molto forte, incredibilmente vicina, e dove sprizzano movimenti di macchina talmente delicati – e mai gratuiti – da farti desiderare di poter interrompere la proiezione, anzi meglio, improvvisarti dirottatore di sala, prendere in ostaggio lo sventurato impresario di turno e costringere il pubblico in platea a rivedere la stessa manciata di fotogrammi per qualche doverosa decina di volte. Dove i raccordi di montaggio assumono lirismo crescente e ancora crescente mentre ci avviciniamo alle scene conclusive, e dove capiamo, quando insieme agli attori veniamo abbagliati dal riflesso del sole sulla cinepresa, che ‘sto mezzo sconosciuto di David Lowery ha più idee di quanto non voglia forse dichiarare, e di sicuro un occhio compositivo più dotato di tanti colleghi di lungo corso.

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Come allora non farsi coinvolgere, come resistere all’ennesima figura di bandito gentiluomo che abbiamo imparato a conoscere dai tempi di Robin Hood – beninteso, qui i furti non vanno in beneficienza –, ammirato e odiato nelle storie di Scarface, amato quando toccava a Renato Vallanzasca, e chi più ne ha più ne metta? Anche se, in fondo, che Mr. Tucker sia stato davvero come l’hanno voluto rappresentare ci importa davvero poco. Non è nemmeno poi così importante che l’anagrafe certifichi la sua passata esistenza.

Questo canuto fuorilegge è altro, troppo del mondo nella sua inesausta volontà di vivere, guai a sopravvivere, e insieme così distante, così allegorico nel suo rappresentare la parte antitetica del detective Hunt, incaricato della sua cattura, che questi non osa ammanettarlo nemmeno quando ne ha l’occasione. Spirito vergine, la sua figura se ne sta lì, il leggendario Vecchio con la Pistola che mai fece fuoco, teso solo a soddisfare il proprio estro creativo di grande artista del mestiere, incurante delle ripercussioni del suo gesto sul tessuto sociale. Anche, e questo è ciò che infine fa breccia nel nostro cuore, capace di innamorarsi, e di riservare piccole attenzioni ai compagni di umana avventura.

Lowery, in definitiva, potrebbe fare strada e rivelarsi una delle firme più interessanti dei prossimi anni. Continua così, ragazzo, che noi siamo qui ad attenderti.

Enjoy!

ET

giphy.

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