Magari tutti i remake fossero come Suspiria

L’ultimo film di Luca Guadagnino è ciò che sta a metà fra un omaggio e una reinterpretazione del lavoro svolto, sia dal punto di vista dei contenuti, che dal punto di vista formale, in quello che è stato e rimarrà per sempre uno dei capolavori del nostro cinema targato Dario Argento. Il cast stellare comprende Dakota Johnson, Mia Goth, Tilda Swinton, Chloe Moretz e Lutz Ebersdorf.

 

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Parlare di questo film non sarà semplicissimo, né tantomeno una dolce passeggiata in mezzo a delle parole atte a descrivere un momento circoscritto di una giornata, della durata di due ore e trentacinque minuti, all’interno di una saletta cinematografica. Estrapolare tutto quello che ho da dire sarà lungo e tortuoso, quindi partiamo con calma, sviscerando la trama.

Susie Bannion (Dakota Johnson) è una ragazza proveniente da una famiglia mennonita dell’Ohio. I mennoniti sono un gruppo religioso anabattista (che rifiutano il sacramento del battesimo) e che hanno come idea fondamentale quella di ritornare alle originali comunità cristiane, libere da corruzione e sete di potere. Spesso sono confusi con i più celebri amish.
Siamo nel 1977, durante l’autunno tedesco e il desiderio incessante e travolgente di Susie, fin da bambina, è quello di poter essere una pupilla della scuola di ballo Markos Tanz Company, della quale è a capo Madame Blanc (Tilda Swinton). La scuola di ballo si trova a Berlino, una Berlino Ovest in preda a fervori politici e disequilibri sociali che minano la sicurezza e la pace della città di giorno in giorno.
Susie scappa dagli Stati Uniti, fa l’audizione nella scuola e viene presa, e per sua fortuna si è liberata una stanza all’interno dello stesso edificio proprio poco prima che lei giungesse a Berlino. La stanza è quella di un’altra ballerina dell’accademia, da poco scomparsa, di nome Patricia (Chloe Moretz). Patricia aveva mostrato segni di squilibrio da qualche mese a questa parte e per questo si era confidata con uno psicologo, il dottor Joseph Klemperer (Lutz Ebersdorf/Tilda Swinton).
Susie è una ragazza fortemente intraprendente e decide che vuole prendere lei il posto di protagonista precedentemente appartenuto a Patricia nello spettacolo che sogna di eseguire fin da quando era bambina “il Volk“. E’ pronta.

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Non è mio interesse analizzare questo film passo passo, parlandovi della prova attoriale delle splendide attrici, del lato tecnico e della sceneggiatura, se non dove strettamente necessario. Il mio vuole essere più un pensiero analitico, estetico e di sensazioni su di un film che speravo potesse soddisfarmi così tanto, visto che fin dai primi trailer lasciava trasparire che Guadagnino credesse fortemente in questo progetto malsano quale è fare il remake di un capolavoro.
Partiamo con il dire che la scuola di danza Markos si trova esattamente di fronte ad una porzione del muro di Berlino. Se Argento ha voluto circoscrivere la vicenda ad un microcosmo, a suo tempo, all’interno del quale avvenivano tutte le situazioni, Guadagnino ci fa sentire fino in fondo l’essere nella Berlino degli Anni ’70. La città esiste, è viva e più che un microcosmo, la scuola di danza viene figurata come una specie di isola intaccata e intaccabile dove chi la abita non si cura (o non vuole più curarsi) di ciò che avviene nei dintorni della città che loro abitano.
Nonostante ciò, però, i movimenti terroristici e di ribellione in città finiscono per rappresentare i turbamenti presenti all’interno dell’accademia Markos. Le streghe, infatti, cercano disperatamente una ballerina da poter sacrificare in nome di Helena Markos, colei che si proclama una delle Tre Madri: Madre Sospiriuorum.

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Eccoci arrivati alla parte cruciale di questa recensione, la figura cardine della Madre.
Fin dall’inizio del film possiamo notare come la centralità sia completamente femminile. Se nel film originale di Dario Argento, all’interno dell’accademia, fossero ammessi anche gli uomini, qui, in quest’isola, la donna regna sovrana. O meglio, la figura della donna, perché qualsiasi decisione riguardo i cambiamenti interni di equilibrio da parte delle nostre streghe protagoniste è necessario vada presa democraticamente. Il film si inquadra perfettamente e nei tempi nostri e nei tempi in cui è ambientato: la voglia di identificazione e emancipazione femminile è tangibile. La scuola è idealmente associata, secondo la mia visione,  all’Isola di Lesbo, in cui le seguaci di Saffo seguono certamente la loro “Madre”, ma nessuna mai deve prevalere istituzionalmente in maniera crudele sull’altra e bisogna che si viva tutte all’insegna della bellezza (e della distruzione) dell’arte, sia sotto forma spirituale e, specialmente, carnale.
L’abbandono e l’adozione e l’illusione sono ciò che muove tutti i fili del racconto della nostra Susie. Una ragazza quasi destinata ad essere presente in quel preciso momento in quella precisa scuola dei suoi sogni. Una ragazza il cui rapporto con la madre è sempre stato minato dalla sua sete di scoperta, con visioni e desideri troppo “occidentalizzate” e “contemporanee” rispetto alle idee di austerità e devozione abbracciate dalla cultura mennonita.

Il suo attaccarsi sempre più morbosamente alla figura di Madame Blanc (Tilda Swinton) pone una definitiva recisione del cordone ombelicale al quale era, anche se flebilmente e con un sottilissimo lembo di pelle, ormai, attaccata alla sua madre biologica.
Susie vuole essere accolta dalla causa della scuola, vuole essere accettata e finalmente sentirsi parte di un collettivo che non la giudica, ma che la abbraccia e la coccola, seppur severamente, come una madre “qualsiasi” dovrebbe fare.

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Come non concentrare tutta una riflessione sul ruolo del suono in questo film? Quello che noi vediamo è sempre accompagnato da una scelta ben precisa di suoni che hanno dentro di loro l’inquietudine e anche il brivido che un film del genere dovrebbe portare con sè. Tutti i sospiri e i rumori raccapriccianti che sentiamo sono gli elementi che mettono in relazione i corpi delle protagoniste con l’ambiente stesso, senza sminuire le “onde sonore” banalizzandole a meri jumpscare atti soltanto a provocare il balzo sulla sedia nel cinema, senza dare un vero e proprio senso ai movimenti che vediamo in scena.
E che dire di Thom Yorke? Da amante di gran parte dell’opera dei Radiohead, specialmente dell’ultimo loro lavoro A Moon Shaped Pool, non mi aspettavo altro che questo, se devo essere sincero. Il modo in cui i brani della colonna sonora sono stati scritti e interpretati, nonostante utilizzino una concezione di composizione che si confà alla produzione pop/sperimentale dei nostri tempi, sposa magnificamente l’ambiente e le azioni descritte e rappresentate nell’arco di tutto il film.

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E ora concluderei su quello che è il vero protagonista di questo film: il corpo.
La danza e la tortura sono le due facce della medesima medaglia in questo film. Non può esistere una, se l’altra non è presente anche solo in minima parte.
I movimenti delle ballerine, con le stupende coreografie di Damien Jalet, caricano il film di esoterismo con movimenti bruschi, erotismo con sinuosità dei corpi e sesso con la mescolanza dei due. Gli spasmi delle ballerine durante le coreografie hanno un sentore fortemente sessuale, ma mai con l’intento di voler provocare in maniera gretta lo spettatore, ma, al contrario, di volerlo tentare con malizia e un pizzico di spavento, cercando di farlo sentire quasi in colpa per l’eccitazione che potrebbe provare guardando questi rantoli bruschi.
Parallelamente abbiamo la mutilazione, la dislocazione delle articolazioni e il sangue a fiotti. Anche le “torture” e i rituali sono danze. Danze macabre ricolme di peccati, di pensieri osceni e di sete di potere, vendetta e totale irrazionalità.
I movimenti, le sequenze e anche soltanto i dialoghi sono accompagnati da una tavolozza di colori pensata a regola d’arte, cercando quasi di andare oltre lo splendido lavoro che fece Dario Argento con il suo film originale, per tentare di non emulare mai il maestro, svilendo l’opera, ma cercando di elevarla il più in alto possibile.

Un plauso speciale va alle sequenze oniriche. Il modo in cui Guadagnino decide di girare e montare i sogni che Madame Blanc manda nella mente di Susie durante la notte hanno quel fascino grottesco e disgustoso in grado di farti quasi stare male, ma con gli occhi inevitabilmente aperti rivolti verso lo schermo.

Illusione. Questa è la parola che può riassumere perfettamente il film. Andando alla ricerca di ciò che ti appare più sensato, finirai per venire inoculato dall’abisso di ciò che si è rivelata essere una mera illusione.

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Vi prego di farmi sapere le vostre sensazioni riguardo questo film. Sono forse l’unico a cui è piaciuto così tanto?
Dōmo arigatō, e alla prossima.

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