Van Gogh: un incantevole Dafoe ci porta sulla soglia dell’eternità

Julian Schnabel firma una biografia d’autore su Van Gogh, e nel cast figura un immenso Willem Dafoe, premiato a Venezia con la Coppa Volpi. La trama? L’esilio francese del grande pittore, negli ultimi momenti della sua vita. Ecco la nostra recensione.

 

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Regista (a sinistra) e attore protagonista (a destra)

Vi siete mai chiesti che cosa si provi a stare nascosti tra le dense pennellate gialle che drappeggiano un caffè con terrazza in una notte tanto luminosa da sembrare un giorno mai conosciuto? A fluttuare tra gli zefiri astrali di una notte stellata? Oppure a sedere tra dei – discreti ma sotto sotto ubriachi – mangiatori di patate, al fumo diffuso di una stentata lampada ad olio? Se preferite, nella casa di fianco hanno un vaso di girasoli, alcuni reclinano mestamente le corolle, ma vi assicuro che un posto per voi tra i loro raggi di sole si trova sempre.

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Forse è la stessa domanda che si è posto Julian Schnabel, conosciuto adattatore per lo schermo di vite d’autore, contemplando Alle soglie dell’eternità, che per la cronaca è quel quadro con su un vecchio in tuta blu, ben prima, attenzione, dei rabbiosi scioperi sindacali, ripiegato sulla propria disperazione, accanto a un focolare. Non si capisce perché, ma ha ancora addosso le scarpe. Quelle che magari non ha fatto in tempo a levarsi una volta rientrato da una dura giornata di lavoro. O che magari non ha la forza di togliersi, tanto sa che il suo stato di quiete non durerà a lungo.

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È nato così un viaggio, perché chiamarlo biopic sembrerebbe riduttivo, nelle opere prima che nella mente del Van Gogh maturo, prossimo alla fine, religiosamente confinatosi nel Sud della Francia nel disperato tentativo di cogliere una certa luce, nientemeno quella dell’eternità, che continuamente pareva sfuggirgli in mezzo alle nebbie della madre Olanda. Anche se, come il personaggio stesso afferma e le ossessive soggettive sottolineano, opera e autore non sono separabili. Non biograficamente, come vorrebbero alcune scuole di critica; a livello, bensì, più profondo, genetico, originario, o per dirla à la philosophes, ontologico. Ciò che l’occhio vede, l’occhio crea, e la mano riporta. L’artista come martire nella sua evangelica missione di sbozzatore di mondi, di pennello che scava nella carne del mondo.

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La fotografia, allora, come si potrà a questo punto avere intuito, vi fa da padrona: ogni interno viene fornito della sua paletta cromatica, sempre e comunque riportabile a un certo sentore vangoghiano, mentre gli esterni sono trattati crudelmente, posti sotto una luce innaturale, da miraggio, che flirta pericolosamente con la consapevole sovresposizione, facendoci partecipi del doloroso rapporto di amore-odio che l’artista è condannato a intrattenere con quanto gli sta intorno: adorazione, vasta tanto da bruciare le pupille quando queste, spalancatesi allo stremo, vorrebbero poter inglobare tutto, divorare tutto, metabolizzandone il segreto più intimo, il messaggio divino che è stato abilmente celato dietro le ‘cose’.

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E blu, ovunque. Klein, cobalto, dodger, savoia, chi più ne ha più ne metta, quel blu che, perennemente accostato al giallo dal pittore di Zundert (lo sapevi? È il suo paesottolo natale, nel Brabante Settentrionale; io non ne avevo idea), sembrava solo nei momenti di maggiore intensità sapersi risolvere nel verde. Soprattutto, il blu degli occhi di Willem Dafoe, che sembra essersi esercitato tutta la vita per arrivare a questa singola, incantevole performance. Ci volevano le sue (non-)guance scavate per rendere i tormenti interiori di uno che voleva essere prete, ha provato l’oscurità della miniera, e poi ha capito che la sua fiera delicatezza lo chiamava ad essere pittore. Ci voleva Goblin per restituirci il ghigno lucidamente folle di Vincent nei suoi momenti di parossismo. E ancora ci sembra di intravederlo, sotto sotto. Punto in più per la nostalgia [si legge: nostàlgia].

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Gaugin (quello vero; a sinistra) e una modella improvvisata (quella finta; a destra)

Sono l’unico a vedere l’eternità? Si chiede l’ormai disperato, l’irrimediabilmente bollato come Scemo del villaggio. Vorresti corrergli incontro nei suoi vagabondaggi tra campi di grano per dirgli che no, ti hanno convinto, anche tu sai che cosa vuol dire fissarsi su un fiore fino a che il cor non si spaura. Eppure si sa: il genio raramente appartiene al suo tempo, e noi questa occasione l’abbiamo mancata. Non ci resta dunque che aspettare; aspettare di incontrarlo nella luce, un giorno, da qualche parte.

Nel frattempo,

Enjoy!

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ET

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