Cold War: come Pawlikowski ti insegna l’amore ai tempi di Instagram

Cold War è l’ultimo film di Pawel Pawlikowski, premiato al Festival di Cannes 2018 come Miglior Regia. La trama? Le vicende di due innamorati durante la Guerra Fredda. Nel cast Joanna Zulig e Tomasz Kot. Ecco la nostra recensione.

 

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Spiegatemelo voi, voi cciofani, che cos’è l’amore ai tempi di Instagram. Sorrisoni in spiaggia sotto al solleone. Corone di alloro tirate nel cielo e fieri baci accademici. Magnetici sguardi di intesa sullo sfondo di desolazioni urbane. E il tutto nelle dimensioni di un quadratino Ritter. Con un certo stile.

Se invece provaste a postare sul vostro feed – come a volte fa la sottoscritta, in una disperata crociata donchisciottesca contro il gusto di seconda mano – qualche immagine…banale. Trita. Triste. Comune. Pure in bianco e nero, e ci siete tu e qualcun altro che litigate furiosamente, un disco rotto e ossessivo campeggia in sottofondo se siamo in una storia, ma voi lottate sulle punte, stretti nella morsa del reciproco abbraccio…

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Vi assicuro che avreste pochi laic. A nessuno interessa qualcosa di comune quanto una litigata con qualche piatto rotto. Amore è una parola così leggera, tristemente poetica, che le storie che lo riguardano devono per forza avere un lieto fine. E viceversa. Altrimenti, boh. Che cosa siamo andati a staccare la testa a fare. Sarei potuto rimanere a fissare con occhi vitrei il controluce della finestra del mio studio. Davanti a uno schermo blippante con dietro un [ci pensa; ehm] sito di e-commerce di tè in foglia.

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Pawlikowski (d’ora in poi, per scorrevolezza, Mr. P.) avrà anche sessant’anni, ma non è uno sprovveduto, e questi meccanismi sembra averli recepiti. E giustamente, se ne frega.

Perché il suo ultimo film dell’Instagram c’ha proprio tutto, a partire dal formato. Poi la fotografia b&w gestita alla perfezione, i movimenti di macchina lasciati in secondo piano per privilegiare la composizione dell’inquadratura, la graziosa alternanza di coralità fisica e spazio intimo. La misura corta della sequenza, i bruschi stacchi di montaggio e gli schermi bui prolungati, e ancora un certo vizietto sovietico quale il salto di raccordo. Perfino una non indifferente dose di simmetricità nella costruzione scenica. Ma ora casca l’asino.

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Cold War è la storia di una guerra, combattuta a freddo tra due artisti, lui pianista, compositore, direttore d’orchestra, lei cantante, nata nella profonda campagna della Polonia del secondo dopoguerra. Si incontrano come allieva e maestro a una scuola di preparazione per giovani performer socialisti, idealmente depositari del patrimonio culturale del popolino nazionale. Basta uno sguardo, sono fregati: perdutamente innamorati l’uno dell’altra.

Solo che a questo punto non subentrano le scampagnate in bicicletta, l’educazione sentimentale all’ombra del filo spinato, i grandi discorsi idealisti e i progetti di un futuro insieme. Questi qualche volta si vedono, si baciano appassionatamente, un paio di volte li vediamo anche andare a letto insieme, ma parlano pochissimo, piuttosto si guardano e si fungono da rispettiva Musa. Non lo capiamo bene, noi dall’altra parte dello schermo, perché due spiriti inquieti che non riescono a essersi fedeli nemmeno nelle prime, rosee fasi del sentimento siano così reciprocamente dipendenti. L’incantesimo da social network si è rotto, e questo film non è poi nemmeno tanto impegnato politicamente. Quindi?

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Quindi meno male. Meno male che per una volta non tutto in amore ci riesce limpido, e meno male che Mr. P. non ha voluto sfociare nell’ennesima, trita-che-è-polpetta metafora del cielo diviso per significare amori dilaniati nella divisione del mondo a blocchi. I nostri protagonisti sarebbero potuti vivere in ogni epoca, forse vivono di fianco a noi proprio adesso, mentre abbiamo gli auricolari ben ficcati nelle orecchie e non li sentiamo, ma uno ha appena abbandonato l’appartamento dichiarando di non riuscirci, che era troppo intenso, che non si sentiva alla sua altezza. Ciò si verifica ciclicamente ogni qualche anno.

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È una follia, l’amore di Mr. P., una dolorosa impossibilità. Probabilmente è anche un po’ costruire (involontariamente?) l’altro, rivestirlo di un certo flair, come sembrerebbero indicare i numerosi rimandi ad altre forme d’arte disseminate nella pellicola – sì, diciamolo, è meta-artistico, contenti? – quali i grandi fotografi artigiani del passato secolo, il bar delle Folies-Bergère che vediamo balenarci incontro dietro un gioco a specchio di sguardi, o una rassegnata Ofelia che si abbandona alla corrente.

E sì, alla fine i Comunisti sono brutti e cattivi, e il Socialismo ha rovinato la vita un po’ a tutti. Ma questa è Storia. Viveteci voi invece, in un mondo dove le vostre relazioni su Instagram vanno alla scatafascio; dove la quotidianità è così prosaicamente intensa e complicata che non merita di passare agli annali. Dove la vostra unica certezza è che non sarete in grado di tenervi stretta la cosa che avete più cara sulla faccia della Terra. Anzi, no, così suona egoista. In effetti, l’amore che non perdona, che pianta un campo minato attorno a ogni mossa, non deriva da una desiderio di possesso. Per dirla alla Kant in questa recensione à la carte – c’è finito dentro proprio di tutto – quando siamo davvero convinti che una cosa abbia valore, allora la lasciamo stare. Aggiungo io: ne abbiamo riconosciuto la purezza; abbiamo trovato un inerme nocciolo umano al fondo di un mallo di hashtag. Non importa se è dove governano i biglietti verdi o l’oncia di grano, che, per la cronaca, è gialla: ci sentiamo sempre un po’ più a casa.

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Enjoy!

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