Il Primo Re è tecnicamente incredibile, ma scritto male

Si preannunciava come un film evento, quello di Matteo Rovere – che già conosciamo per Veloce come il vento -, e siamo effettivamente di fronte a una vera novità per il cinema italiano, soprattutto per l’ambizione dell’impresa. Un cast molto convincente, oltretutto, e uno splendido Alessandro Borghi, per un film tecnicamente immenso, se consideriamo che italiano. Un film da vedere. Peccato che la trama non sia altrettanto convincente, e vi spiego il perché nella nostra recensione.

Non sembra neanche italiano. Questo è stato il primo commento che sarà venuto in mente a tutti, dopo essere usciti dalla sala. Perché, per quanto sia triste da dire, in effetti non siamo abituati ad associare questo genere di film al nostro paese, soprattutto quando il film in questione risulta tecnicamente molto valido. Mesi e mesi di postproduzione per Il Primo Re, e la cosa non ci stupisce, hanno infatti portato a un risultato ottimo sotto diversi punti di vista, tanto da sembrare una delle classiche pellicole a tema storico di Hollywood.

Sarebbe stato tutto così perfetto… se non fosse per la trama.

imm1

Il Primo Re si tratta infatti di una totale rivisitazione di quella che è a tutti gli effetti sì una leggenda, ma una leggenda riportata molto chiaramente da diverse fonti storiografiche – i classicisti come la sottoscritta avranno qualche vaga reminiscenza leggendo i nomi di Tito Livio o di Plutarco -, con una storia comune abbastanza simile. Ricordiamo inoltre che si tratta di una leggenda celebrativa della nascita di Roma e, al contempo, tesa a glorificare la gens Iulia, una delle più importanti famiglie dell’Urbe, la cui stirpe viene fatta appunto risalire a Romolo e Remo.

Detto ciò, l’intento revisionistico è assolutamente legittimo: il problema emerge nel momento in cui le aspettative e le promesse sono di un certo tipo, ed entro la fine del film vengono pressoché deluse.

«Due fratelli, soli, nell’uno la forza dell’altro, in un mondo antico e ostile sfideranno il volere implacabile degli Dei. Dal loro sangue nascerà una città, Roma, il più grande impero che la Storia ricordi. Un legame fortissimo, destinato a diventare leggenda.»

A chi si aspettava un film sulla leggenda di Romolo e Remo, non è questo che avrete. A chi si aspettava una fiera celebrazione della nascita del più grande impero della storia, non è questo che avrete. A chi si aspettava gloria e leggenda, non è questo che avrete. L’intento di Rovere era quello di raccontare, invece, la fondazione dell’Impero a partire proprio dal mito come se fosse vero, spiega egli stesso. Alla pari di un film d’avventura, abbiamo reinterpretato in chiave realistica ed emotiva la leggenda dei gemelli Romolo e Remo.

2

Il che andrebbe bene, se solo fosse riuscito nel suo intento. La realtà è che della leggenda dei gemelli Romolo e Remo non c’è assolutamente nulla. Neanche il riferimento più lontano, alla storia che tutti noi conosciamo, neppure il più minimo richiamo. Tutto viene fatto apparentemente ruotare attorno alla figura di Remo e al suo rapporto conflittuale con le divinità e con il destino, per poi far apparire soltanto in conclusione l’altra figura, quella di Romolo, che si inserisce nella trama quasi per caso, decisamente troppo tardi. Quello che si era prefigurato come un omaggio al legame fraterno tra i due personaggi, in realtà viene appieno espresso soltanto all’inizio, per poi pian piano scemare all’ombra della personalità di Remo, che diventa l’unico vero protagonista. I personaggi che ruotano attorno a lui sono piatti e monodimensionati, il vero e unico motore della storia è Remo: o meglio, Remo e il suo rapporto con il potere e con la divinità.

3

A conti fatti, questo film parla di questo: di potere e di religione. Parla della relazione fra gli uomini e gli dei che sembra impossibile sfidare, e che d’altro canto qualcuno osa affrontare. Parla del fuoco e della fiamma, che tiene al sicuro, e d’altro canto distrugge. Un film decisamente simbolico, insomma, che però rischia di dare al simbolismo fin troppo spazio. Non basta dire “è un film che bisogna capire”, per renderlo bello. Non è che se un film è ricco di messaggi che nessuno si aspettava, allora diventa un capolavoro. Si può riconoscere qualcosa di completamente inaspettato, ma la scelta del tema resta allora un errore: se questo film non era davvero su Romolo e Remo, allora che non sia su Romolo e Remo. Che sia un omaggio, che sia un richiamo metaforico alla leggenda, ma che parli di qualcos’altro. Se della leggenda si vuole parlare, allora una leggenda si deve proporre: un film che, nel vederlo, faccia risuonare l’eco lontana del mito, fra le pareti della sala del cinema. Se non era questo l’intento, che non si usi la leggenda. Soprattutto se la buona volontà era quella di dare spazio a uno sguardo realistico ed emotivo sul legame fra i due fratelli, ma alla fine, questo legame, passa totalmente in secondo piano. Il carico emotivo è una promessa non mantenuta. La simpatia nei confronti dei personaggi, nel senso autentico del termine, in quanto spinta a soffrire insieme a loro, a provare quello che provano loro, manca del tutto, per cui alla fine, del destino di Romolo, di Remo, della vestale, non ci importa veramente più di tanto. E allora, dello sguardo realistico ed emotivo, resta soltanto il realismo: importantissimo, per carità, ma non basta.

4

Il Primo Re è un film da vedere. È un film evento, perché tecnicamente rivoluzionario nel panorama cinematografico italiano. Alcune discutibili scelte di regia passano in secondo piano, di fronte all’ambizione del progetto, che va riconosciuta appieno a Matteo Rovere. Così come va riconosciuto il coraggio e la genialità, se vogliamo, della scelta di far dialogare gli attori in una lingua arcaica, in un proto-latino di cui solo alcuni di noi riescono a cogliere qualche parola, ma che risulta quasi totalmente incomprensibile. E non stiamo parlando di un lavoro fatto a caso, della serie ma sì, cambiamo qualche parola di latino che tanto chi lo capisce: sono stati scomodati fior di linguisti, nella stesura dei dialoghi, si tratta di un progetto filologicamente importante. Altrettanto credito va dato al cast, più che convincente, e soprattutto a un immenso Alessandro Borghi, che riesce a splendere anche sotto tutti quegli strati di fango.

È un film che, presumibilmente, farà la storia, magari non per il mondo, ma almeno per noi. Un gigante, a livello tecnico, la cui altezza nessuno ancora era riuscito a raggiungere. Eppure, un gigante senza cuore. Un film che si merita una promozione piena, un film degno di lode, che si spera apra la strada ad un genere, in Italia, totalmente snobbato. Eppure, un film che risulta ancora troppo didascalico e troppo poco emozionante. Perché è nella pancia che sentiamo se un film è davvero grande, non solo nella testa. Perché un film può metterci di fronte agli dei, farceli sfidare, ma se è con la ragione, che li sfidiamo, allora non abbiamo capito nulla – come ci viene ricordato all’inizio del film. I temi possono essere importanti, il progetto può essere ambizioso: ma in certi film questo non è sufficiente. Per quanto riguarda Il Primo Re, questo non è sufficiente: alla fine, possiamo apprezzarlo quanto vogliamo, ma mancherà sempre e comunque qualcosa, un’eco promessa e infine disillusa.

Follow us:

Cecilia