Velvet Buzzsaw è come il suo titolo: non ha senso

Velvet Buzzsaw è il nuovo film scritto e diretto da Dan Gilroy per la produzione di Netflix. Nel cast stellare troviamo Jake Gyllenhaal, Natalia Dyer, e John Malkovich. La trama? Un mix di parodia, avventura, e mistero. Ecco la nostra recensione.

Perlomeno c’era John Malkovich. John Malkovich riesce sempre a strapparmi un sorriso.

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Sto ancora cercando di capire se sia davvero rimasta stupita – delusa? – del fatto che Netflix abbia saputo confermarsi una volta di più come il miglior produttore sulla piazza di film mediocri. Le buone cose di pessimo gusto. Le cose seriamente brutte. Se è stimolante trovare le parole giuste per elogiare l’eccellenza; facile, divertente, sputare quelle per ingiuriare una schifezza; desolante è tentare disperatamente di cavarsi di bocca mugugni per stendere due righe su prodotti così poco degni di nota che a scuola, ai bei tempi, avrebbero meritato la grigia valutazione di “Distinto”. Distinto; da che? Un ventinove secco al tuo ultimo esame all’università. Siamo seri? Lo sapete come lo chiamano Il Ventinove in fila davanti alle macchinette del caffè?

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Mmmmh. Fammi pensare…

Tra tutti questi misteri, ci rimane una sola certezza: che finora la Grande Enne ha saputo brillare soprattutto per: un’oscillazione – verrebbe da sospettare programmatica – nella qualità degli originali che per eguagliarla a qualcosa bisognerebbe tuffarsi nelle battute sulla politica; riciclaggio attoriale da fare invidia alle più lugubri cosche mafiose; ed estrema libertà creativa – o così spergiurano gli artisti –, che riesce a regalarci colpi di genio che altrimenti sarebbero rimasti chiusi in camerette in penombra, come anche annoiate invenzioni che non contribuiranno a segnare la storia dell’intrattenimento del ventunesimo secolo.

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Belle calze, amico.

Quindi, Netflix, che cosa sei? Perché ti ostini a eluderci tanto sistematicamente?

Ma magari la sto prendendo troppo sul personale. E va bene. Velvet Buzzsaw è un film satirico che…No. non me la sento. Se ogni altro sito vi informerà del fatto che questo sia un film satirico, siete liberi di credergli. Però, visto che anche noi qui facciamo parte di quella mole di parole volatili (verba volant; ma pure le scripta nel 2019 non se la passano tanto bene), siete liberi di credermi. Velvet Buzzsaw non è un film satirico perché sotto questa etichetta si raggruppano di solito prodotti demenziali, o pellicole che mettono alla berlina ogni elemento di cui sono composti tranne tale medesima impalcatura. Chiaro. E quando lo vedrete vi troverete in accordo con me.

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Diciamo dunque che è un film che sfrutta in chiave parodica il mondo dell’arte, dei suoi critici, e di quelli che vanno alle mostre – non facendosi perdere l’occasione di tirare fuori qualche topos un po’ trito sulla questione, come quando uno dei personaggi scambia un mucchio di sacchetti dell’immondizia per un’opera – per usarlo come sfondo a una mystery story spruzzata di Ketchup ® e condita di già visto. Ancora però vengo colta in fallo: se non mi avessero obbligato quattro volte per vari esami, nel corso degli ultimi due anni, a leggere, rileggere, dissezionare Il ritratto di Dorian Gray, probabilmente non mi sarebbe mai giunta notizia di malvagi quadri cattivi che avrebbero dovuto essere distrutti e, ops, invece no, e allora sono iniziati i casini. Non avrei mai immaginato che un critico d’arte potesse essere bisessuale e avere movenze effeminate; nemmeno che pur di fare carriera tutti andassero a letto con tutti, e che gli amanti vanno e vengono nel passionale mondo degli artisti.

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Eppure mi avevano avvertito che l’arte mi avrebbe dato alla testa. 

Si ma è parodico, mi obietterete voi: ed è sull’esagerazione degli stereotipi che si basa la parodia. Vero! Se non fosse che tutto questo sparisce dopo la prima mezz’ora. Anzi, vi dirò di più: la prima parte del film ti dà fastidio perché volevi guardare un horror, e invece ci sono questi che si fanno i risolini. La seconda parte ti snerva perché ti eri abituato alla presa in giro di quei buffoni (coff coff) e questa è la seconda delusione nel giro di poco meno di due ore. In tre parole: non sta insieme. Non sta insieme a partire dal montaggio, dove non è che ci siano errori, ma che dà un po’ l’impressione di essere buttato lì, tanto per legare un’immagine all’altra. Non sta insieme perché da un film di parodia sull’arte unito a sentori di terrore ci si aspetterebbe una fotografia perlomeno scintillante. Non sta insieme perché Jake Gyllenhaal perde il controllo del personaggio quando il focus sulla parodia diminuisce, rendendolo d’un tratto mediamente mascolino. Gli altri ruoli, per inciso, a livello di scrittura non se la passano meglio. Non sta insieme perché per la seconda volta di fila ci troviamo sbandierata davanti Natalia Dyer nella parte della brava scolaretta.

Per fortuna c’era John Malkovich.

Che altro? Fatemi fare mente locale. Ah, sì. La chiusura riecheggia – e il verbo non è casuale; mancano solo i tamburi – il finale di Jumanji, quello originale. Con la differenza che tutta la storia precedente è stata giustificata ancora meno.

Badate che non vi sto dicendo di non guardarlo. Il fisico scolpito al pilates – testuali battute – dell’eterno Donnie Darko basta da solo a creare un capolavoro.

Enjoy!

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Che bono.

 

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ET

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