La paranza dei bambini, ovvero i film di denuncia che non funzionano più

La paranza dei bambini è l’ultimo film di Claudio Giovannesi. La trama, ideata insieme a Roberto Saviano, mette in scena le vicende narrate nell’omonimo libro dello scrittore. Nel cast Francesco di Napoli, Ar Tem, e Viviana Aprea.

Cominciamo con il dire che la paranza non è quella che ordinate al ristorante quando avete voglia di pesce ma siete poveri (puh! ppoverih) – anche se il cibo semplice va di moda; siete fortunati: potete spacciarvi per raffinati gastronomi –. La paranza è una sezione della camorra, nello specifico, una famiglia, e le bande che vi fanno capo, che tiene sotto controllo una certa zona, nella quale riscuote il pizzo e conduce attività illegali quali lo spaccio, ecc ecc. Quindi no, niente pescato fresco per voi stasera: nel Rione Sanità c’è ad attendervi un boccone spinoso.

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La paranza dei bambini è l’adattamento filmico dell’omonimo romanzo di Roberto Saviano. Romanzo, sì, perché, per quanto basate sulle inchieste e gli studi dell’autore in materia, le vicende sono totalmente d’invenzione. La storia è quella di Nicola: ha un fratello più piccolo, la madre gestisce un lavasecco, si è preso una cotta per Letizia, reginetta di bellezza dei Quartieri Spagnoli. Nicola ha una compagnia di amici, di vita e di scooter: saltano in sella e vanno a ballare nel weekend, mangiano panini e patatine a orari improponibili della notte, e si aggirano con gli occhi che luccicano tra gli scaffali di un negozio di vestiario underground. Ma nessuno, lì in mezzo, naviga nell’oro. Per guadagnare soldi, e far sì che la paranza locale smetta di chiedere il pizzo al negozio della madre, Nicola decide di arruolarsi come sgherro dei boss del quartiere, venendo catapultato in un mondo senza scrupoli, dove il cibo – tanto, tanto cibo – è una divinità pagana, la donna la sua controparte religiosa, e bastano una pistola e un mazzetto di banconote a fare di te un infame o uno rispettabile. A seguito di una retata di polizia nella quale i capi del clan al potere vengono arrestati, Nicola e i suoi amici decidono di creare una coalizione di vecchie glorie e prendere in mano la Sanità.

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Nicola ha quindici anni.

Nicola ha quindici anni, ed è meraviglioso vedere le sue braccia segaligne e tatuate inzuppare una Crostatina ® nel latte a colazione subito dopo aver cullato un mitra. La sua banda taglia i capelli alla moda, si veste trendy, organizzano feste con escort di dubbia identità sessuale e ci finiscono addormentati in grembo, storditi dall’alcol e dalla cocaina. Per imparare a sparare, si mettono a far fuoco contro le parabole di una palazzina. Sbruffoneggiano con i membri delle altre paranze. Tolgono di mezzo l’ultimo ostacolo della vecchia guardia intrufolandosi nel suo appartamento truccati come ragazze – ah, Mulan, quante ne sapevi! –. Vogliono lasciare tutto, partire, e passare l’estate intera a Gallipoli – che incidentalmente si trova in Puglia – perché, guarda, i video su internet fanno vedere quanto ci si diverte là, sole mare schiuma spruzzi – e questo era lo champagne – musica e feste che durano una notte. Le gallerie dei loro smartphone sono imballate di selfie con fucile.

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È un’ingenuità oscura e delicata, quella dei ragazzi di questa paranza: una grossezza che sa di innocenza, che si limita ad essere, oggetto gettato contro altri oggetti e che come tale agisce. Si trova qualcosa di fisico, di estremamente carnale nei comportamenti degli abitanti questo microcosmo – quasi, di ancestrale –; e ci interroga, ci attrae e ci repelle, ci genera un senso di sconforto. Perché quella a cui assistiamo – vi ricordate Mario e Ciro di Gomorra? – non è una storia di criminalità, ma lo stupito canto del cigno di un’anima.

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C’è molta camera a mano, molto senso di vicinanza, e sono scelte azzeccate. Complessivamente, il film non riesce però a distinguersi per livello tecnico, né, temo, a sostanziare la narrazione con una scrittura potente ed efficace. La prima parte sembra perdersi nel neo-cinema del reale; la seconda acquista ritmo e personalità, ma la discrepanza è molto, forse troppo netta, e non riesco a ritenerla una scelta vincente. I guaglioni – gli attori, dico – però sono bravi. Vorrei chiudere con una riflessione, con un punto di domanda: la vicenda, di per sé, è importante, è potente, segue gli standard a cui il valoroso Roberto ci ha ormai abituato; e le impressioni del pubblico internazionale al Festival del Cinema di Berlino, dove la pellicola è stata presentata il 12 febbraio scorso, sono state positive, e stupite. Perché allora noi, quando ci accomodiamo in una sala italiana per farci mettere ancora una volta in contatto con la complicata realtà del nostro Paese, non riusciamo ad uscirne ugualmente entusiasti, risvegliati, cambiati? Può essere che la denuncia si sia già fatta formula mediatica, perdendo così tutta la sua forza?

A voi la penna!

Enjoy.

giphy.

 

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ET

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