Border – Creature di confine è un piccolo capolavoro svedese

È già in circolazione da qualche mese, ma qui in Italia ha soltanto pochi giorni questo strano nuovo lavoro di Ali Abbasi. Un cast convincente e una trama particolare per un film acclamato dalla critica e apprezzato dal pubblico.

Liberamente ispirato ad un racconto dello scrittore svedese Ajvide Lindqvist, Border – Creature di confine racconta la storia di Tina, una curiosa donna dal corpo massiccio e un fiuto sovrumano, in grado di percepire le emozioni delle persone semplicemente annusandole, e del suo incontro con Vore, un uomo così simile a lei e al contempo così enigmatico da spingerla ad approfondire la conoscenza, cosa che porterà ad inquietanti rivelazioni.

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Border – Creature di confine tratta in modo davvero peculiare temi che non siamo abituati a vedere associati al genere fantastico. Da una parte, atmosfere fantasy nordiche come quelle svedesi si prestano perfettamente a trame particolarmente brutali, quasi al confine della moralità, aspetto che emerge da protagonista anche nel film. E dall’altra, l’unicità di Tina ci permette di esplorare un territorio di confine, che è quello dell’appartenenza identitaria. Che cos’è lei, dopotutto? Che cos’è Vore? Che cosa siamo noi? E una volta che l’abbiamo scoperto, sapere che cosa siamo determina anche quello che facciamo?

Questo è ciò che emerge, sullo sfondo di un’inchiesta in cui Tina si ritrova coinvolta dopo aver scoperto del materiale pedopornografico nel telefono di un avventore, durante un controllo alla dogana, luogo dove lavora da tutta la vita.

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Due strade dunque si aprono davanti a Tina: la strada che la porta verso Vore e verso le proprie origini, e la strada che la porta verso la scoperta di una rete sotterranea di crimini legati alla pedofilia. Due strade che, inevitabilmente, sono destinate ad intrecciarsi. Se la sua identità la allontana sempre di più dal mondo degli uomini, per avvicinarla alla terra e a un popolo non solo dimenticato, ma addirittura perseguitato e cacciato come si fa con le bestie, l’inchiesta le fa scoprire ciò che invece di umano c’è in lei, trasformandola letteralmente in una creatura di confine. È umana, non è umana, vuole scappare, vuole rimanere, sogna di essere normale e non vuole rinunciare alla sua unicità.

Il tutto condito di terra ed erba e pioggia, nel modo più anti-estetico possibile, così da risultare quasi disturbante, orrendo alla vista, grottesco alla Victor Hugo, proprio lui che ci descriveva l’uomo come creatura duplice, metà uomo e metà bestia, come… creatura di confine. Tina è tutti noi, è il nostro essere bestia portato all’estremo e il nostro voler essere angeli trapiantato all’interno del territorio etico.

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Scene che dovrebbero essere drammatiche diventano quasi buffe, sequenze pregne di significato risultano null’altro che ridicole. Non c’è più alcun punto fermo, se non il confine e la volontà di affermazione sopra questo confine, in un film tecnicamente valido, recitato in modo fin troppo convincente, apprezzato sia dalla critica che dal pubblico.

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Cecilia

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