Noi di Jordan Peele vi farà avere paura della vostra ombra

Il nuovo film prodotto, scritto e diretto dal premio Oscar Jordan Peele “Noi” cerca di spingere persino oltre le idee già esplorate in Scappa – Get Out, grazie anche alle grandi performance del cast composto da Lupita Nyong’o, Winston Duke, Elisabeth Moss e Tim Heidecker

Prima di iniziare questa recensione, cerchiamo di dare atmosfera al tutto, dato che la musica è una delle colonne portanti di questo film. Quindi mettetevi comodi, prendete le vostre cuffie o accendete le vostre casse e diamo il via alle danze. 3… 2… 1… Si parte.

Il film inizia nel 1986, con una ripresa fissa verso un televisore che trasmette uno spot televisivo di una campagna sociale per i meno fortunati sul territorio statunitense. Hands Across America, questo il nome dell’iniziativa, che si impegna a fornire aiuti ai più bisognosi, formando in segno di solidarietà una catena umana di persone che si stringono le mani da una costa all’altra degli USA.
E’ il compleanno di Adelaide, la nostra protagonista, e viene portata dai genitori al Luna Park. Durante un momento di distrazione dei genitori, la piccola si avventura sulla spiaggia e finisce in un’attrazione dove viene impiegato un gioco di specchi. La bimba sembra perdersi e inizia a fischiettare, quando sente qualcuno vicino a lei, si gira e nota una bambina esattamente uguale a lei. Spaventata, scappa via.
Eccoci ai giorni nostri, mentre seguiamo una famiglia composta da mamma, papà, un figlio e una figlia andare in vacanza. Questa famiglia è quella di Adelaide, ormai cresciuta, in procinto di ritornare nella cittadina dove la nostra protagonista subì il trauma nella casa degli specchi.
Dopo una serie di strane coincidenze, i nostri protagonisti si rendono conto che nel loro cortile c’è una famiglia che si tiene per mano e che fissa insistentemente la loro casa. Dopo aver seminato il panico, riescono ad entrare e scoprono di avere di fronte loro stessi.

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Ci risiamo. Ci risiamo nel senso che devo tornare a farvi la lezioncina noiosa di cinema, perché per spiegare questo film è (quasi) indispensabile. Il compianto George Romero, enorme autore di film horror e inventore dello zombie moderno, diceva che i veri film horror non si concentrano sul “mostro”. Il “mostro”, infatti, può essere qualsiasi cosa, anche una catastrofe naturale, ma un film horror funziona nel momento in cui esplori e racconti la reazione dell’essere umano e della società nei confronti del mostro e, inutile dirlo, Jordan Peele sa benissimo questa regola per la buona riuscita di un film, perché qui ci troviamo di fronte ad una grandissima opera, che consacra il regista a vero e proprio Autore, delineandone i caratteri stilistici e tematici, rendendoli pressoché unici e riconoscibili.

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La tematica del doppio ritorna nel cinema di Peele, esplorando, però, altre componenti della mente umana, ponendola di fronte a se stesso ed esasperandone le manie, le ossessioni, le bestialità. Un pizzico di fantascienza condisce il tutto, rendendo quasi plausibile la storia che ci viene raccontata, inserita in un mondo che potrebbe essere benissimo il nostro, domattina, al momento del risveglio.
L’atrocità delle scene in cui ognuno dei personaggi è costretto a fronteggiare se stesso permette allo spettatore di razionalizzare la propria interiorità e di immaginare un confronto tra la nostra parte in luce e la nostra parte in ombra, ipotizzando un animo umano che diviene carne viva, pulsante e che, denigrato, potrebbe ribellarsi alla nostra parte manifesta che poniamo di fronte al mondo intero quotidianamente.

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Il film si sviluppa attraverso livelli musicali, di colore, ma soprattutto di immagine. Con il procedere della vicenda assistiamo a delle trasformazioni radicali dei personaggi, da quelli più superficiali a quelli maggiormente approfonditi, dove l’intreccio dei corpi ti pone davanti il classico dubbio dei film in cui è presentata la tematica del doppio: chi è chi?
I personaggi per i quali “facciamo il tifo” vanno via via modificandosi, diventando loro stessi i mostri dai quali si difendono, portando la narrazione su di un tutt’altro livello narrativo in cui, come dicono i nostri amici anglosassoni “the hunter becomes the prey and the prey becomes the hunter” (il cacciatore diviene la preda e la preda diviene il cacciatore).

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Perciò, così parla l’Eterno: Ecco, io faccio venir su loro una calamità, alla quale non potranno sfuggire. Essi grideranno a me, ma io non li ascolterò.

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Tecnicamente ci troviamo di fronte ad un’opera che mostra in tutto e per tutto la bellezza della settima arte. Jordan Peele confeziona un film che non si dimentica mai della forma, andando perfettamente a braccetto con la sostanza. I colori accecanti delle ore diurne si contrappongono alle oppressioni delle sfumature di nero che compongono la maggior parte della durata della pellicola nelle ore notturne.
Il regista inserisce anche dei virtuosismi, dei vezzi che si concede con la macchina da presa, anche solo per cercare di mostrare come l’utilizzo della camera possa cambiare radicalmente la forza di una determinata scena. La carrellata iniziale all’indietro con i titoli di testa ne è un chiarissimo esempio. Da manuale di cinema.
La sostanza di cui parlavo prima, inoltre, non si limita a tematiche di carattere psicologico, come precedentemente accennato. La visione sovversivo-rivoluzionaria degli oppressi non può mancare in un film di questo tipo, come fu anche in Scappa – Get Out. Il pregio di questo film, come anche del precedente, è stato quello di non rendere questa tematica quella principale e preponderante, ma di farla scivolare come un fiume sulle caviglie di tutta la vicenda, rendendo il tutto non soverchiante, ma presente.

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Detto questo, fatemi sapere anche voi cosa ne pensate di questo gioiellino di film. Vi aspetto nei commenti.
Dōmo arigatō, e alla prossima!

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