Hellboy, la fedeltà al fumetto non basta

A distanza di alcuni anni dalle due riuscitissime pellicole di Guillermo del Toro, Hellboy torna sul grande schermo. Il personaggio creato dalla fantasia di quel genio di Mike Mignola riprende vita, ma questa volta è David Harbour a vestirne i panni demoniaci. Insieme a lui, nel cast troviamo Milla Jovovich, Sasha Lane, Ian McShane e Daniel Dae Kim. In cabina di regia abbiamo Neil Marshall. Avrà davvero firmato un reboot di cui potevamo fare a meno?

 

Personalmente, stare qui a parlarvi di Hellboy mi costa una fatica esagerata.

Nel momento stesso in cui ne annunciarono la pellicola, il mio cuore di fan ha perso alcuni battiti e sapevo che la mia recensione sarebbe potuta diventare una delle seguenti:

“Capolavoro assoluto della vita!!! Un giorno direte ai vostri figli che avete assistito a questa perla su grande schermo. Che emozione, ragazzi miei, che emozione. Sia benedetto Mike Mignola”

Oppure una sequela di bestemmie ed insulti a madri altrui, che la Redazione mi avrebbe prontamente censurato, in cui sbraito e schiumo di rabbia per come hanno rovinato uno dei fumetti preferiti.

Non ci troviamo in nessuno di questi due casi, ed è questo a farmi molto male.

Ma andiamo con ordine, che ne dite?

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La pellicola di Neil Marshall, rappresenta l’ennesima dimostrazione della differenza tra i media con cui un concetto od una storia vengono veicolati.

In parole povere: ciò che funziona su pagine di carta, non è detto che funzioni anche su schermo. Si tratta di due forme d’arte da mantenere distinte e separate, poiché la troppa fedeltà all’opera originale nasconde spesso delle insidie.

Chiedete a Stephen King, lui ne sa qualcosa.

Sapere che nella ciurma di sceneggiatori c’era anche il mio eroe Mike Mignola era per me motivo di enorme conforto. Uscito il trailer ho avuto parecchi dubbi, specialmente per quanto riguardava regia ed effetti speciali. Ma hey! Don’t worry Rob! Mike Mignola is here.

Ed io mi sono fidato Mike, mi sono fidato ciecamente del tuo genio creativo. Mi sono fidato della tua capacità di intrattenere, farmi ridere, riflettere su temi profondi, inorridire ed incuriosire per le atmosfere gotiche e mistiche che solo tu eri in grado di evocare.

Ci hai provato anche col cinema ed hai fallito. “La morale è: Lascia perdere” (cit.)

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Guillermo “Ciccio” del Toro ha avuto dei trascorsi mica da ridere col fumettista di Berkeley. Per colpa sua si è visto sfumare la possibilità di realizzare l’ultimo capitolo di una trilogia realizzata con tutti i crismi.

“Hellboy” (2004) ed “Hellboy: The Golden Army” erano l’esatto connubio tra l’universo di Mignola e la poetica horror-fiabesca di Del Toro (ripresa egregiamente con La Forma dell’Acqua). Qualche modifica qua e là, qualche taglio e qualche idea originale. Il lavoro del regista pancione fu quasi perfetto, ma queste cose a Mignola non andarono proprio giù.

Tornando all’esempio di Stephen King, voglio ricordare che osò criticare lo Shining di Kubrick. E ho detto tutto.

Qui non si può certo negare che i riferimenti alle varie opere fumettistiche targate Dark Horse sono molte. Scopriamo molti più retroscena del passato di Hellboy e abbiamo una valanga di personaggi iconici, che faranno saltare sulla sedia ogni lettore. (Tipo LOBSTER JOHNSON! Pazzesco!!)

La componente horror/splatter ha salvato quel poco di buono che il film ha da offrire. Una carrellata di scene la cui fotografia ci ricorda i più grandi successi di Sam Raimi, accompagnate da battute graffianti ed azione cafona.

Il problema è che l’azione cafona è anche troppa e le battute fanno ridere una volta su cinque. Gli sceneggiatori ci hanno anche provato a trasmettere un velo di introspettività sul personaggio, ma ahimè con risultati deludenti.

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Non dimentichiamo che stiamo parlando di un demone, il cui vero nome è Anung Un Rama (ossia “colui che indossa la corona bruciante”) già predestinato a portare l’Apocalisse sul nostro mondo. Odiato e temuto dalla stragrande maggioranza degli umani, vittima di pregiudizi per il suo aspetto, ma che nonostante tutto rischia continuamente la vita per proteggere coloro che lo disprezzano.

Questo è ciò che mi ha fatto innamorare del personaggio fin dalle prime pagine, lette tanti anni fa. Ci viene mostrato nel film, ma a suon di spiegoni, flashback continui e fastidiosi, digressioni che spezzano il ritmo.

A tutto ciò aggiungiamo anche la messa in scena troppo confusionaria. In primis, prende alcuni personaggi e situazioni per scontati. Io, lettore di vecchia data, sono riuscito a stargli dietro. Ma gli altri? Come hanno fatto a non abbandonare la sala dopo 40 minuti?

L’azione caciarona è anche divertente, spesso accompagnata da brani rock e metal, ma pecca di qualche strafalcione tecnico e si conclude con uno scontro finale di una noia esagerata. LO SCONTRO FINALE! Eddai!

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A vestire i panni del nostro eroico diavoletto abbiamo David Harbour (esatto, quello di Stranger Things. Lo so.) Assolutamente perfetto nella sua fisicità e presenza scenica ma la cui performance attoriale viene totalmente castrata dalla pochezza del makeup plasticoso, facendo emergere poco e niente delle sue espressioni facciali e rendendolo personalmente un po’ carnevalesco. Sono sicuro che a Lucca Comics girano cosplayer più credibili. Il doppiaggio italiano è solo la ciliegina su questa torta marrone. Improponibile.

A interpretare la cattivona, alias la Strega Nimue, c’è la splendida Milla Jovovich. Affascinante e magnetica come suo solito, ma totalmente piatta nell’interpretazione. Talvolta sembra più una modella sul red carpet che la “Regina di Sangue”.

Provo un forte dispiacere anche per Ian McShane, attore per me meraviglioso. Probabilmente ha perso una scommessa o si è trovato sul set di Hellboy per puro caso, altrimenti non mi spiego una recitazione così demotivata.

Gli attori potevano dare molto meglio, tirando le somme, e non sono per nulla supportati da makeup grossolani ed effetti speciali da film di serie B. La regia ha sprazzi di genialità e qualche intuizione interessante (specie, come dicevo, nelle scene più horror) ma questo non basta a salvare la pellicola sul piano tecnico.

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Insomma, Hellboy è un film che per un fan dei fumetti può essere motivo di delusione ma anche relativamente godibile. A me personalmente ha intrattenuto, più o meno. Però ne sconsiglio la visione a chi non ha mai preso in mano un volume della serie. Ci sono action paranormali decisamente meglio riusciti, potete anche farne a meno di questo.

Si è rivelato un tentativo fiacco di dare vita a ciò che forse era decisamente meglio mantenere su carta stampata. Da non bocciare a priori, eppure lontano anni luce dalla promozione.

Un Hellboy deludente, che porta il sigillo di suo padre Mike.

“See you in Hell”

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RiccioRob

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