Osmosis: finalmente qualcosa di sensato sull’intelligenza artificiale

Osmosis è la nuova produzione originale Netflix che tratta il rapporto tra essere umano e intelligenza artificiale. La trama segue le vicende prima del lancio di un rivoluzionario sistema per trovare la propria anima gemella. Nel cast, Hugo Becker, Agathe Bonitzer, e Stephane Pitti. Ecco la nostra recensione.

Quante vite servono per incontrare la propria anima gemella?

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Ci hanno detto che l’amore vero si realizza tramite collegamenti multidimensionali; che potrei avere un amante per il giorno e uno per la notte; o ancora, che pur di innamorarmi tanto vale che mi innamori di mia zia. Ma non disperate: ora dalla Francia arriva la soluzione. È Osmosis (in italiano, “osmosi”), un sistema rivoluzionario per trovare il proprio amore imperituro, e rimanervi collegati per sempre, oltre il corpo, più profondamente che nello spirito. Colpo sicuro, risultato garantito. Dovete solo ingerire tramite una pillola un impianto cerebrale che renderà permeabili le vostre funzioni fisiologiche da un’intelligenza artificiale.

Il suo nome è Martin, ed è lui che governa tutto il sistema di Osmosis. Che, per inciso, è anche il titolo della nuovissima serie originale Netflix, produzione francese, creata da Audrey Fouché. Lo show, al momento di una sola stagione, segue le vicende di Paul e Esther Vanhove, brillanti fratelli e creatori dell’ambiente-Osmosis, e dei dodici volontari che si sono candidati ai test sperimentali pre-lancio. Lo svolgersi degli eventi porterà i protagonisti a scavare in oscuri meandri del proprio passato e illuminare spiacevoli anfratti del presente, il tutto nella cornice di una Parigi compostamente futuribile: invece che macchine volanti, realistici computer sviluppati da ingegneri neuro-informatici; al posto dell’impero dei robot, realtà aumentata e sobrie luci al neon di mille colori, sublimazione finale della voga degli Anni Ottanta.

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Perché Osmosis non è una storia distopica. I casini, qui, li creano solo i “veri” senzienti. La serie ci mette anzi di fronte al più positivo e verosimile degli scenari per il futuro prossimo, dove l’uomo ha scoperto che esiste un modo per controllare anche ciò che parrebbe volatile per definizione, le emozioni. E che raffinati algoritmi possono fornire certezze persino sulla domanda delle domande: è quello/a giusto/a?

Nulla di meglio. Eppure è proprio in queste algide condizioni che l’essere umano finirà per ribellarsi, sentendosi scivolare di mano la propria essenza. Siamo disposti a lasciare che i nostri livelli ormonali siano costantemente monitorati? Che il nostro cervello possa essere vulnerabile ad attacchi hacker? Che, in un certo senso, si venga privati della libera scelta? Queste le domande a cui voi, voi che la guardate, dovrete per primi trovare risposta. E se siete in una coppia, bè, magari non sparatevela con il vostro partner, così potrete sfogare i vostri dubbi esistenziali senza vergogna.

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Osmosis è una novità sfiziosa nel panorama della narrazione del rapporto tra uomo e macchina perché, per una volta, vuole osservare i fatti in maniera lucida, oggettiva, senza dare preferenza a nessuna delle parti in causa, né demonizzare alcuno. La fotografia rimane un po’ scolastica, tra il diafano e lo slavato, e gli attori non si elevano sopra il livello degli abili caratteristi. Però va bene, nessuno chiedeva un capolavoro. Quello che invece pretendevamo era che ci si mettesse a ragionare seriamente sulle strade su cui la tecnica potrebbe portarci, senza bruciare le tappe; e in Osmosis non c’è nulla di inspiegabile, fallace, troppo bello per essere vero. Perciò, se nel giro di un decennio o due ci ritroveremo a fluttuare in spazi digitali in cui potremo entrare in intimo contatto con la nostra dolce metà in qualsiasi momento della giornata, a qualsivoglia distanza: non dite che non ve l’avevano detto.

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Osmosis è una serie vera, che guarda all’amore in tutte le sue – anche malate – forme. E finché Netflix si dimostrerà un’accessibile arena di discussione e pluralità, noi non potremo che promuovere i suoi prodotti.

Enjoy!

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